chi sono?
Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.
cos'è questo blog?
E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!
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In Calabria, una delle più belle regioni d'Italia e terra assai cara a chi scrive, esistono diverse leggende, affascinanti e ricche di suggestioni.
Una di queste, la cosiddetta “Leggenda del cavallo bianco”, ci è stata raccontata da Francesco e Leda Messina, una coppia straordinaria per umanità, sensibilità e bontà d'animo, che ringraziamo per la gentilezza e la pazienza dimostrate nel mettere a disposizione di un giornalista, tanto appassionato quanto insistente, i loro ricordi.
La leggenda in questione racconta di un cavallo bianco che, in seguito ad un sanguinoso eccidio avvenuto l'8 giugno 1508 a Monteleone, ogni anno, nel giorno in cui ricorreva l'anniversario della strage, “... si lanciava di notte dagli spalti del castello in un frenetico galoppo – racconta Leda – lasciandosi alle spalle una scia di fuoco e, giunto all'Affaccio, si tuffava nel mare sottostante. Nella notte in questione i Monteleonesi si guardavano bene dall'uscir di casa, perché alla vista del cavallo si rimaneva folgorati. Dopo dieci anni, l'eccidio fu vendicato ed il cavallo non si vide più”.
“Ma un cavallo bianco e per certi versi straordinario – continuano gli amici calabresi – da queste parti è esistito veramente... ”.
È il 1943. Badoglio ha da poco firmato l'armistizio e, come in quasi tutto il Paese, i nostri soldati fuggono per non finire nelle mani dei nazisti. A Vibo Valentia, nella stessa caserma dove oggi ha sede la Scuola della Polizia di Stato, il contingente militare italiano ha abbandonato l'edificio, lasciando dietro di sé suppellettili di varia natura, generi alimentari (che in quel periodo, come si può immaginare, erano scarsissimi), armi, divise e... un cavallo.
Un bellissimo cavallo, elegante, non tanto alto, dal mantello candido, con ogni probabilità un lipizzano, appartenuto al comandante della guarnigione. Un uomo, recatosi sul posto come tutti gli abitanti di Vibo per cercare qualcosa da mangiare, vede il cavallo, se ne innamora e se lo porta con sé. Sa trattare con i nobili animali, perché il padre, che aveva carrozze e cavalli adibiti al trasporto delle persone, gli aveva insegnato a montare.
Dopo qualche tempo, però, un commerciante di Pizzo, la splendida cittadina affacciata sul mare, celebre per la bontà dei gelati e per il Castello in cui fu imprigionato Gioacchino Murat, vede lo splendido cavallo bianco e, pur di averlo, offre al proprietario una carrozza ed un cavallo, non altrettanto bello, ma sano e robusto.
Incerto sul da farsi, ma rendendosi conto che l'offerta non si può rifiutare, l'uomo accetta lo scambio e una mattina, salito in sella, pur a malincuore si dirige verso Pizzo per concludere l'affare. Ma ecco che, subito dopo una curva, i due incontrano, preceduta da una pattuglia di motociclisti, una colonna di jeep, autoblindo e carri armati degli Alleati, sbarcati qualche tempo prima in Sicilia. Il cavallo, sentendo il frastuono causato dai cingoli e dai motori, si impenna, facendo cadere rovinosamente a terra il suo cavaliere. E, come fanno tutti i cavalli in questi casi, scappa via galoppando sotto lo sguardo incredulo di tutti i presenti.
Poi, percorsi circa cento metri a folle velocità, improvvisamente si ferma, torna indietro ed afferra con i denti il bavero della giacca del suo padrone, trascinandolo fino ai bordi della strada, come per metterlo al sicuro. Dopo di che, riparte a pancia a terra e se ne va.
A quel punto, due motociclisti si lanciano all'inseguimento e, dopo qualche chilometro, raggiungono l'animale, lo tranquillizzano e lo riportano dall'uomo riverso a terra, ferito, ma incredibilmente felice. Risalito a fatica in sella, l'uomo ritorna verso casa, certo di una cosa: quel meraviglioso cavallo bianco sarebbe rimasto per sempre con lui. “E quell'uomo – aggiunge commosso e sorridente Francesco Messina – era mio padre”. Storie e leggende di cavalli bianchi in Calabria.
Per correttezza, un'ultima osservazione: il mantello bianco, come saprete, non esiste, poichè la definizione corretta è grigio, anche se il mantello appare candido come la neve. L'unica eccezione è costituita dal mantello di un cavallo albino.
Ma si sa, i cavalli bianchi esistono quanto meno nelle favole e, qualche volta, evidentemente, anche nella vita di tutti i giorni.
di Uberto Martinelli
) come un'ombra, si struscia su ogni mobile ritenendosi sicuramente adorabile. Nessun luogo le è vietato in casa: dorme sul pavimento fresco, o su letti e divani morbidi. Non adora essere accarezzata, ma si fa fare i grattini sulla testa, sorniona, e si mette a pancia in su per giocare e graffiare. Può uscire ogni volta che lo desidera, per pigre passeggiate. Non si allontana mai più di tanto. Guarda dall'alto in basso sia il cane che i conigli. Non è minimamente dedita alla caccia. Ogni volta che emette un minimo miagolio, o che la sua zampina nobile sfiora in maniera vellutata la porta della cucina, viene puntualmente servita e riverita, con leccornie tipiche della tavola umana o con cibo comprato APPOSITAMENTE per lei.
... ovviamente non c'è NIENTE DI PIU' FALSO: ma meglio non insistere su questo punto, va', che se i miei scoprono di avere un animale magari succede la fine del mondo
, sorprendentemente l'essere più vicino al gatto, la risposta è stata:
Immaginate che un giorno, mentre siete a pranzo con i vostri cari, bussino alla porta di casa. Vi alzate da tavola, andate ad aprire e con grande sorpresa vedete comparire davanti a voi qualcuno che, dall'aspetto, appare completamente diverso da voi, per razza e provenienza. Un extracomunitario, ad esempio. Non ha l'aria aggressiva e non parla, piuttosto sembra affamato e indifeso. Come vi comportate? Prima di rispondere, leggete quanto segue.
Un amico veterinario, mesi fa, davanti ad una tazza di caffé, mi aveva raccontato una sorta di leggenda metropolitana: a suo dire, in un allevamento di trottatori, sull'Appennino bolognese, un cerbiatto era stato adottato da un branco di cavalli al pascolo. Pare che l'animale, molto giovane e con ogni probabilità rimasto orfano, un giorno si fosse avvicinato al recinto del paddock, lo avesse scavalcato con un balzo, ed avesse cominciato a brucare l'erbetta, osservato con circospezione dai legittimi ospiti del prato. In men che non si dica, la curiosità aveva spinto i cavalli ad avvicinarsi, ad annusare il cerbiatto, insomma a fare amicizia. Da quel giorno, e per tutta l'estate, il cerbiatto aveva vissuto nel paddock insieme ai suoi nuovi amici.
Addirittura, pare che si fosse talmente ambientato da non essere spaventato dalla presenza degli umani, ossia i proprietari dell'allevamento. I quali, ovviamente, si guardavano bene dal disturbarlo, con l'eccezione di qualche passante che, incuriosito dall'insolita scena, scendeva dalla macchina cercando di avvicinarsi all'eterogeneo gruppo. Ma, in quel caso, prontamente i cavalli formavano un circolo intorno al giovane cervo, proteggendolo dagli sguardi estranei ed anche da eventuali pericoli.
La storia era troppo bella per essere vera, così, uscendo dal giornale, un giorno decisi di andare a verificare di persona. Naturalmente, giunto sul posto, trovai tanti cavalli al pascolo - che mi guardavano come dire “embé?” - ma del cerbiatto neanche l'ombra. Interrogai i proprietari dell'allevamento, che mi confermarono la storia, aggiungendo il particolare che, da quando era cominciata la stagione della caccia, il “bambi” ippofilo era scomparso. Dentro di me pensai che o il cerbiatto era finito sul piatto di qualche cacciatore, oppure il veterinario amico mio e gli allevatori si erano messi d'accordo per prendermi in giro, inventandosi una specie di Loch Ness all'emiliana.
Passa un anno. Ormai completamente dimentico di tutta la vicenda, mi ritrovo per caso in auto da quelle parti. Alla fine di una curva cieca, sulla sinistra, vedo con la coda dell'occhio un branco di cavalli in un paddock. Mi fermo sul ciglio della strada urlando “eccolo!”. In mezzo ai trottatori, bellissimo ed elegante quanto loro, un cerbiatto.
Tornando all'estraneo che bussa alla porta, ora potete rispondere. La morale di questa storia è che, come sempre, gli animali, in questo caso i cavalli, sono migliori degli uomini e sono capaci di accogliere tra loro anche gli “extracomunitari” a quattro zampe. Qualcuno potrebbe osservare, facendo il paragone con un certo tipo di immigrati, che se nel paddock, al posto del cerbiatto, fosse entrato un leone inferocito le cose sarebbero andate diversamente. È vero.
Ma non tutti gli animali sono belve feroci, né tutti gli extracomunitari sono ladri, assassini o stupratori. E soprattutto, purtroppo, gli uomini non sono cavalli.
Uberto Martinelli (da Cavallo Magazine)

