chi sono?


Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.

cos'è questo blog?

E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!

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Utente: Merly


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Le altezze dell'amore

“Tu vedi questo cane. Era soltanto ieri e io meditavo dimentica della sua presenza accanto a me finchè pensieri su pensieri mi portarono a lacrime su lacrime; quando dal cuscino su cui giacevo, le guance bagnate di pianto, una testina ricciuta come quella d’un fauno sorse dal nulla accanto al mio viso, due occhi grandi d’oro chiaro interrogarono i miei, un orecchio morbido mi accarezzò sulle guance a tergere il mio pianto. sgranai gli occhi al momento, come qualche abitante d’Arcadia, stupito dal dio caprino nei boschi al crepuscolo, ma come quella visione di riccioli mi venne più accanto ad asciugarmi le lacrime, riconobbi Flush, e superai sorpresa e tristezza, ringraziando il dio Pan che, dalle piccole creature, conduce alle altezze d’amore.” Elizabeth Barrett Browning, “Flush or Faunus”

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(mercoledì, 04 marzo 2009, 15:36)

San Rocco e il suo cane

Chi ne ha amato o ne ama uno lo sa bene: un cane ci da comunque di più di quello che noi diamo a lui e spesso ci da anche di più di quello che le altre persone ci danno.

Così accadde pure a San Rocco, uno dei santi taumaturghi più popolari in Occidente.

Tutti lo invocavano tra il Medioevo e l’Ottocento in occasione dei timori e del rinnovarsi delle epidemie di peste.

San Rocco è per questo anche uno dei santi occidentali più raffigurati.

Lo rappresentarono ogni genere di artisti: tanto quelli semplici dell’arte popolare, quanto alcuni tra i più gettonati come Tintoretto, Michelangelo, Ludovico Carracci, Guido Reni, Botticelli.

E tutti lo hanno dipinto o scolpito nello stesso modo, in un modo che serve a ricordare la sua storia, la storia di un pellegrino, con bastone, mantello, bisaccia, sandali, che va, nonostante una piaga sulla gamba, che cammina in compagnia di un cane, suo unico amico.

Rocco non era italiano, ma francese. Nacque a Montpellier in una famiglia agiata della grande borghesia mercantile tra il 1345 ed il 1350.

Secondo la tradizione, una volta morti i genitori e donate ai poveri tutte le sue ricchezze, lasciò la Francia e si mise in cammino verso l’Italia.

Scelse l’Italia, dove infuriavano pestilenze e guerre, perché, percorrendo la via dei pellegrinaggi, la cosiddetta via Francigena, sperava di raggiungere meglio il suo scopo: quello di curare i pellegrini ammalati, di consolarli, ma soprattutto di alleviare le sofferenze degli appestati, di quei derelitti, cioè, che nessuno voleva, di quegli sventurati per i quali non c’erano speranze.

Andando su e giù per l’Italia lavorò per anni in favore di questi malati ed operò anche guarigioni considerate miracolose.

Ma a Piacenza, dove giunse nel luglio 1371, mentre assisteva gli ammalati di peste dell’Ospedale di Santa Maria di Betlemme, si ammalò egli stesso. Tormentato da un dolorosissimo bubbone all’inguine, non solo non trovò nessuno disposto a curarlo, ma addirittura si ritrovò cacciato dagli altri ammalati, stanchi dei suoi lamenti. Trascinatosi fino a Sarmato (a 17 km dalla città), Rocco si riparò in una grotta ad aspettare la morte.

Fu un cane che lo salvò. La bestiola, accortasi della sua presenza e della sua sofferenza, gli portò ogni giorno un pezzo di pane, fino alla sua guarigione.

San Rocco una volta guarito, non tornò in Francia, ma riprese la sua attività a favore degli appestati per la quale ancora oggi è ricordato.

Ed il suo cane lo seguì. Un cane ha tanto amore da dare e c’è sempre qualcuno che ne ha bisogno: persino un santo.

da : www.comune.tolve.pz.it



(lunedì, 30 luglio 2007, 18:32)

BUCEFALO, il cavallo di Alessandro Magno

bucefalo
Alessandro Magno (356-323 a. C.), fu il più famoso condottiero del suo tempo. Estese il proprio impero dall'Egitto ai confini dell'India, diffondendo ovunque la cultura greca. Ricordando le sue grandi imprese si ricorda anche Bucefalo, il suo straordinario cavallo che lo condusse in molte battaglie vittoriose. Il nome "Bucefalo", che significa "testa di bue", faceva riferimento all'ampia fronte e al profilo leggermente concavo (caratteristico dei cavalli di razza orientale, in particolar modo di una particolare razza della Tessaglia).

Descritto come "della migliore razza tessalica", Bucefalo aveva il mantello nero e una stella bianca in fronte ed era più grosso rispetto agli altri cavalli. Secondo uno scrittore ghreco Bucefalo aveva un leucoma corneale, un occhio azzurro.

Bucefalo fu acquistato da Filippo il Macedone, padre di Alessandro, nel 343 a. C.. La leggenda vuole che l'animale si dimostrò subito turbolento, impossibile da montare. Alessandro, che a 12 anni sapeva già combattere, decise di montarlo e, dopo averlo rivolto verso il sole, salì in groppa e lo spinse al galoppo, dimostrando la sua abilità.

Da allora Bucefalo si lasciò cavalcare solo dal suo padrone. Alessandro fu in sella al suo destriero fino al 327 a. C., quando sconfisse il re indiano Poros al fiume Idaspe. Bucefalo aveva 30 anni e morì quella sera per le ferite ricevute. Fu sepolto con gli onori militari e su quel suolo fu fondata la città Bucefalia.

da www.ilportaledelcavallo.it