chi sono?
Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.
cos'è questo blog?
E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!
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Mi svegliai al rumore del treno che si fermava.
Guardai fuori e vidi zia Fiorino: aveva messo su altro peso, dall’ultima volta, e l’abito nero la faceva sembrare vasta e inflessibile come un masso. I suoi occhi guizzarono da un finestrino all’altro finchè non mi individuò. Sorrise, mi fece un cenno e corse verso il vagone con un’agilità sorprendente per la sua taglia.
“Felix, tesoro” disse, tirandomi giù dal treno e chiudendo lo sportello alle mie spalle. “Come sei cresciuto! Un ranocchio fatto e finito, altro che un girino. Sei alto quasi come Scellino. Sali in macchina, forza. Ci vuole almeno un’ora per arrivare.”
Strada facendo, aprii il finestrino e sentii il fresco vento salato pungermi il viso. Mia zia viveva sulla costa. Era la sorella di mio padre e il suo vero nome era Florence, ma tutti la chiamavano Fiorino. E, per via di quel soprannome, aveva chiamato Scellino il suo unico figlio, mio cugino. Lui aveva sedici anni, tre anni più di me, e voleva diventare astronomo.
“Non devi preoccuparti” disse mia zia “Pensa solo a divertirti. Non è così grave perdere una settimana di scuola. Scellino ha un nuovo telescopio. Ci si vedono i crateri della luna e a volte, se lo punti verso il mare, le balene pilota. Mi fa paura.”
Comparve l’oceano: un vasto grigiore piatto che sanguinava nel cielo. Sembrava di essere sull’orlo del mondo, affacciati a guardare il nulla.
“Non devi incolpare tua madre” mormorò zia Fiorino “A volte… a volte ci sentiamo al sicuro e felici per anni, ma non è vero. Siamo felici perché non conosciamo altro. E poi succede qualcosa. Vedi… bisogna rischiare un naufragio o due.”
Quando arrivammo a casa, era buio. Mentre scendevo dall’auto, l’aria del mare mi mozzò il fiato. Il cielo luceva di milioni di astri, freddi e belli. In lontananza, oltre l’oscurità, udii la risacca.
Zio Sean, un uomo alto e magro che sembrava la versione più stretta e allungata della moglie, era in cucina a preparare la cena. Mi abbracciò e mi disse di sedermi. Avevano cucinato i miei piatti preferiti: pollo, pane all’aglio, ananas e panna. Mi trattarono con gentilezza affettuosa, come se fossi malato o in lutto. Soltanto a cena finita chiesi dov’era Scellino.
“Sulla scogliera” rispose mio zio “col suo telescopio. Dice che da lì vede meglio le stelle. T’interessano i pianeti, Felix?”
“Non credo”
Prendemmo tè e biscotti.
Dopo un po’ cominciai a sbadigliare. “Tempo di andare a letto” disse zia Fiorino.
Mi accompagnò nella stanza di Scellino, dov’era sistemata una branda.
“Abbiamo pensato che sarebbe stato meglio” mi disse “per tutti e due. Avrete parecchie cose da raccontarvi. Con noi quasi non apre bocca” mi baciò “Buona notte, Felix Frost”
Mi svestii e mi infilai sotto le lenzuola fredde e lisce. Era così diverso dal mio letto che, nonostante la stanchezza, ci misi un’eternità a prendere sonno.
Sognai di essere una magnifica creatura marina, enorme e grigia, incrostata e segnata dal tempo, la pelle simile a una mappa celeste, e altri pesci trovavano riparo sotto le mie pinne mostruose. Lentamente emersi dall’oceano e una fontana d’acqua zampillò dal mio corpo. Per un po’ respirai in superficie, inseguendo le stelle cadenti con occhi minuscoli. Sopra di me, i cieli ruotavano e splendevano, vasti e devastanti come l’oceano. Mi sentivo a un bivio tra due mondi. Poi, in lontananza, vidi una massa oscura: la terraferma. Con un guizzo della coda maestosa, le nuotai incontro…
Mi svegliò una voce: “Dormi?”
Riaprii gli occhi di scatto: “No”
Scellino era seduto al bordo del letto: a torso nudo, si strofinava i corti capelli neri con un asciugamano. Il chiaro di luna brillava attraverso la finestra e luccicava sul suo magro corpo umido. Odorava di risacca e di notte: un odore ricco, denso, che mi riempì di meraviglia.
“Ho sentito che i tuoi si stanno separando” mi disse, alzandosi.
Era più alto di quanto ricordassi. Mentre si voltava, fissai ammirato la muscolosa distesa della sua schiena, le scapole, la sua colonna vertebrale simile a un bruco. Era come guardare un altro universo, un altro oceano.
“Non preoccuparti” proseguì, sfilandosi i calzoni “I genitori litigano sempre. I miei non smettono mai. Non che mi disturbi. Sai qual è l’unica cosa che mi interessa?” chiese, ritto di fronte a me.
“Quale?”
Mi fece alzare e andò verso il telescopio davanti alla finestra. Guardò attraverso la lente, la mise a fuoco. “Ecco!” esclamò “Dai, vieni a vedere!”
Guardai e là, così vicina da sembrare a portata di mano, c’era la lattiginosa superficie lunare, i crateri scintillanti d’argento e d’azzurro.
“Non ha niente a che fare con noi” mi bisbigliò Scellino all’orecchio. “Un posto diverso. Niente in questo mondo può turbarmi. Non finchè esiste quell’altro.”
Lo fissai.
“Penso che mamma mi lascerà” dissi. Era importante che lo sapesse.
“E con ciò?”
Mi affannai a cercare una risposta.
“Guarda” disse infilandosi nel letto “a me non importa. Chiaro? Qualunque cosa succeda, passerà. Non seccarmi coi tuoi problemi.”
Mi rimisi a letto e lo fissai. Avevo una gran voglia di parlare con lui e la sua freddezza la faceva aumentare.
“Senti…” cominciai. Ma già dormiva.
Il giorno dopo lo accompagnai sulla scogliera. Mi mostrò una barca a remi rovesciata che usava come rifugio: a volte passava lì la notte, scrutando il cielo e ascoltando il mare. Mi disse che, più cresceva, meno aveva bisogno degli altri. Dissi che io, invece, ne avevo sempre più bisogno.
“Perché?” mi chiese.
“Non lo so”
“Hai amici?”
“No”
“Nemmeno io. E’ meglio così.”
“Bene bene bene” disse vivacemente zia Fiorino “Si fa sempre più caldo di minuto in minuto. Vai a prepararti: stanotte puoi andare in barca con Scellino”
Prendemmo un thermos di caffè, panini, biscotti, coperte e qualche candela. Andando verso la scogliera, Scellino si tenne sulle sue.
Arrivammo che annottava. Per prima cosa, appena fummo sotto la barca, accendemmo una candela e bevemmo il caffè caldo. Nonostante l’aria frizzante e l’umidità, non avevo freddo. Tutte le cose che volevo dire a Scellino (milioni di parole) mi tenevano caldo.
Dopo aver bevuto il caffè, ci sedemmo fuori dalla barca. Era buio e il cielo sfavillava sopra di noi. Scellino si sdraiò e sorrise. Mi diede il telescopio e tentai di individuare alcune delle costellazioni che aveva nominato. Dopo un po’, glielo restituii.
Restai a fissarlo. “Non vuoi avere amici?” gli chiesi alla fine.
“No. Sono troppo occupato.” M’indicò le stelle. “Sono loro i miei amici”
“E ti basta?”
“A me sì.”
Si tirò su, si scosse l’erba dai vestiti e strisciò di nuovo sotto la barca.
Lo seguii.
Lo osservai sedersi accanto alla candela e pulire il telescopio spolverando con cura la lente.
“Scellino…” iniziai.
“Che c’è, ora?”
Ero stanco, risposi. Mi disse di dormire.
Mi sdraiai e chiusi gli occhi, ma il sonno non veniva. Continuavo a pensare a Scellino. La sua indifferenza mi faceva sentire smarrito, abbandonato.
Lo ascoltai lasciare la barca per ritornare a osservare le stelle. Più tardi rientrò e spense la candela. Lo sentii raggomitolarsi al mio fianco e rabbrividire quando le coperte umide gli toccarono il viso.
“A scuola gli altri mi picchiano” dissi.
“Perché?” chiese Scellino.
“Perché non gli piaccio.”
“Perché?”
“Non ne sono sicuro… perché non partecipo, credo… non gioco insieme a loro”
“Nemmeno io”
“E ti picchiano?”
“No”
“Perché?”
“Perché picchio più forte”
“Ti sei azzuffato spesso?”
“Sì” rispose sottovoce.
“M’insegnerai come si fa?”
“Non credo”
“Diventeremo… diventeremo amici?”
Lo sentii trattenere il fiato. Per qualche minuto restammo così, in attesa, quasi senza osare muoverci. Finalmente bofonchiò qualcosa.
“Come?” feci. Ma un altro suono rispose alla mia domanda. D’un tratto fu ovunque. Un suono così vasto e solitario che sentii roteare la terra sotto di me.
D’improvviso, più niente fu sicuro, tutto fu desolazione.
“Che cos’è?” bofonchiai.
“Vieni” esclamò Scellino “Balene!”
Lasciammo la protezione della barca. Il lamento ossessivo crebbe d’intensità, quasi fosse l’oceano stesso a piangere.
“Balene!” ripetè Scellino “Le ho già sentite, prima. Dio! Ma sentile!” si lasciò cadere sull’erba “E’ così triste. Come… come se il cielo sanguinasse.” mi lanciò un’occhiata “Vedi, Felix, è questo il suono della solitudine…”
“Sì” dissi.
Scellino scrutava le vastità marine, gli occhi colmi di meraviglia e sgomento, quasi che le balene lo chiamassero per nome.
“Sì” bisbigliò.
Il suono echeggiava intorno a noi.
“Fuggirò di casa” disse Scellino a voce bassa “Fuggirò e non tornerò più”
“Quando?”
“Presto!”
Il canto tormentoso proseguì, circondandoci di magnifiche grida provenienti dal nulla.
Scellino mi guardò e sorrise.
“Stai bene?” chiesi
“Non lo so”
Lo cinsi con un braccio.
“Non preoccuparti” dissi.
“No”
Lo cullai gentilmente. Posò la testa sulla mia spalla e mi parve di confortare una creatura selvaggia e letale. Non mi ero mai sentito così sicuro, così forte.
“Va tutto bene” dissi “Non preoccuparti. Davvero. Non preoccuparti.”
Parlammo tutta la notte.
Ricreai me stesso, riuscii a ricostruirmi da cima a fondo.
Al mattino tornammo a casa e la zia Fiorino ci preparò la colazione. Verso mezzogiorno arrivò una telefonata da mio padre e nel pomeriggio tornai a casa.
Mamma se n’era già andata, portandosi via i suoi vestiti e le sue cose. Papà sorrideva e si mostrava allegro e disse che tutto si sarebbe sistemato. Mi chiese come mi fossi trovato con Scellino e io risposi: “Bene”.
Ma quella sera, durante la cena, la facciata allegra crollò e lo vidi piangere per la prima volta. Mi chiese scusa e corse a chiudersi in camera.
Lentamente sparecchiai, lavai i piatti e andai a letto. Dalla stanza accanto veniva il suono soffocato dei singhiozzi di mio padre. Un suono che mi trascinò in un sogno.
Ero una balena. Emersi in superficie e nuotai verso un’isola dove due ragazzi stavano seduti in cima a una scogliera: per loro innalzai un canto di gioia e speranza, il canto del mare e delle stelle, un canto antico quanto l’universo, capace di porre fine alla solitudine.
P. RIDLEY, "Leviatano", in "Fenicotteri in orbita"
Due adolescenti molto soli, apparentemente molto diversi ma in realtà più simili di quanto non sembrino... un mondo oscuro, pieno di problemi più grandi di loro... l'oceano, la luna e le stelle lontane, perfette, estranee al mondo che diventano un luogo di rifugio... il tutto viene avvolto dal canto delle balene, un canto proveniente dall'oceano e dal cielo, un canto "di gioia e speranza", anche se in apparenza pare solo un lamento, un pianto... un canto "antico quanto l'universo, capace di porre fine alla solitudine".