chi sono?


Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.

cos'è questo blog?

E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!

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Utente: Merly


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Le altezze dell'amore

“Tu vedi questo cane. Era soltanto ieri e io meditavo dimentica della sua presenza accanto a me finchè pensieri su pensieri mi portarono a lacrime su lacrime; quando dal cuscino su cui giacevo, le guance bagnate di pianto, una testina ricciuta come quella d’un fauno sorse dal nulla accanto al mio viso, due occhi grandi d’oro chiaro interrogarono i miei, un orecchio morbido mi accarezzò sulle guance a tergere il mio pianto. sgranai gli occhi al momento, come qualche abitante d’Arcadia, stupito dal dio caprino nei boschi al crepuscolo, ma come quella visione di riccioli mi venne più accanto ad asciugarmi le lacrime, riconobbi Flush, e superai sorpresa e tristezza, ringraziando il dio Pan che, dalle piccole creature, conduce alle altezze d’amore.” Elizabeth Barrett Browning, “Flush or Faunus”

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Crediti

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(domenica, 12 agosto 2007, 17:59)

Mi chiamano Ballerina...

elefante

   Mi chiamano Ballerina. Voci che gridano “Ballerina” si levano quando mi metto a dondolare la gamba sinistra, poi la destra e così via. Prima ancora però, forse dieci, venti anni fa, ero Jumbo l’elefantino., o semplicemente Jumbo. Adesso sono per tutti Ballerina. Il mio nome è scritto sulla targa di legno davanti alla gabbia; e c’è scritto anche: Africa. La gente guarda la targa, qualche volta dice: “Africa” e poi incomincia a chiamarmi: “Ballerina! Ehi, Ballerina!”. Se dondolo le gambe qualcuno si mette ad applaudire.

 

   Vivo da sola. Non ho mai visto un’altra creatura come me in questo posto, comunque. Ricordo quando ero piccola, però, che seguivo mia madre dappertutto, e ricordo che c’erano tanti esseri come me, molto più grandi, e alcuni anche più piccoli. Ricordo di aver seguito mia madre su un’asse di legno inclinata fin su una barca, la barca era piuttosto instabile. Lei venne trascinata via, di nuovo sulla stessa asse, e io rimasi sulla barca. Mia madre, che voleva la raggiungessi, sollevò la proboscide e si mise a urlare. Vidi che la legavano con delle corde e dieci o venti uomini tiravano per trattenerla. Qualcuno le sparò un colpo di fucile. Era un fucile che dava la morte o che addormentava? Non lo saprò mai… l’odore è diverso ma il vento non soffiava nella mia direzione quel giorno. So soltanto che mia madre poco dopo cadde a terra… Io ero sul ponte e strillavo con voce acuta come un bambino. Poi mi spararono con un fucile che addormenta. La barca finalmente si mise in moto e dopo un lunghissimo tempo, che passai per lo più mangiando e dormendo nella semioscurità di un recinto, arrivammo in un altro paese dove non c’erano foreste, e neppure erba.

   Finii in un altro recinto, ancora uno spostamento, con il cemento sotto ai piedi, dure pietre tutte intorno, sbarre e gente puzzolente. E quel che è peggio, ero sola. Nessuna piccola creatura della mia stessa età. Non c’era la mamma, né il mio amico nonno, né il papà. Niente giochi. Niente bagni nel fiume fangoso. Sola con le sbarre e il cemento.

   Ma il cibo era buono e abbondante. C’era anche un tipo gentile che si prendeva cura di me, un uomo chiamato Steve. Aveva la pipa in bocca ma non l’accendeva quasi mai, la teneva solo tra i denti. Ma riusciva a parlare anche così e presto imparai a capire quello che diceva, o almeno quello che voleva.

“In ginocchio, Jumbo!” e un leggero colpetto sulle ginocchia voleva dire che dovevo piegarle. Se sollevavo la proboscide Steve batteva le mani una volta in segno di approvazione e lanciava nella mia bocca noccioline o una piccola mela.

Mi piaceva quando mi montava in groppa e io mi alzavo in piedi e insieme facevamo il giro della gabbia. La gente che ci guardava batteva le mani, soprattutto i bambini piccoli.

D’estate Steve, per tenere lontane le mosche dai miei occhi, mi fissava attorno alla testa una frangia di corde. Innaffiava il pavimento di cemento, la parte in ombra, perché potessi sdraiarmi e stare al fresco. Innaffiava anche me. Quando divenni più grande, Steve prese a sedersi sulla mia proboscide e io lo sollevavo in aria, facendo attenzione a non farlo cadere perché non aveva altro appiglio se non l’estremità del mio naso. Steve aveva per me delle attenzioni particolari anche d’inverno: si assicurava che avessi paglia a sufficienza e mi procurava anche delle coperte, se faceva molto freddo.. Un inverno in cui faceva particolarmente freddo, Steve mi portò una piccola scatola con una corda attaccata che soffiava aria calda. Una volta mi guarì da una malattia causata dal freddo.

Durante il periodo che passai con Steve, forse trent’anni, di tanto in tanto uscivamo a fare una passeggiata nel parco e i bambini, a volte anche tre per volta, mi montavano in groppa. Questo almeno era piacevole, un simpatico diversivo. Ma il parco non assomiglia neppure lontanamente alla foresta...pochi alberi crescono da un suolo arido e duro. Non viene bagnato quasi mai. L’erba è tagliata rasa e non mi era permesso toccarla, non che ne avessi una gran voglia. Steve pensava a ogni cosa, pensava a me, e aveva una frusta fatta di pelle intrecciata, con cui mi incitava a girare in una certa direzione, a inginocchiarmi, alzarmi in piedi e, alla fine della passeggiata, a reggermi sulle zampe posteriori (con grandi applausi). Steve non aveva bisogno della frusta, ma questa faceva parte dello spettacolo, come il fatto che io girassi stupidamente in tondo un paio di volte prima di sollevarmi sulle zampe posteriori. Sapevo anche stare in equilibrio su quelle anteriori se Steve me lo chiedeva. Ricordo che ero di umore migliore a quei tempi e, senza che Steve dovesse dirmelo, evitavo i rami bassi degli alberi per non far cadere i bambini che avevo sulla schiena. Se mi si presentasse il caso, non so se sarei ugualmente attenta oggi! Che cosa ho ricevuto dagli uomini, eccezione fatta per Steve? Neppure l’erba sotto ai piedi. Neppure la compagnia di una creatura come me.

  

   Ora che sono più vecchia, le mie zampe sono più pesanti, il mio umore più irritabile, non ci sono più passeggiate con i bambini, sebbene la banda continui a suonare la domenica pomeriggio.

   A volte mi piacerebbe poter uscire ancora a fare una passeggiata, ancora con Steve, mi piacerebbe essere ancora giovane. Ma in fondo perché? Per trascorrere altri anni in questo posto?

   Non sempre mi va di alzarmi in piedi il sabato e la domenica. Questo rende furioso Cliff, il nuovo guardiano. Vuole che faccia il mio stupido numero, come ai vecchi tempi. Non è che sia poi tanto vecchia e stanca, ma non mi piace Cliff.

   Cliff è alto e giovane, con i capelli rossi. Gli piace mettersi in mostra, facendo schioccare la lunga frusta su di me. crede di riuscire a farmi eseguire gli esercizi con i suoi colpi secchi e i suoi comandi. C’è una punta acuminata di metallo sul suo bastone, che mi da’ fastidio, anche se non riesce a lacerarmi la pelle. Fin dall’inizio steve mi ha sempre trattato come una creatura, cercando di fare conoscenza e non dando per scontato che avrei finito per essere come voleva lui. Forse è per questo che siamo subito andati d’accordo. A Cliff non importa nulla di me, per esempio non fa niente per proteggermi dalle mosche d’estate.

 

   Proprio ieri, domenica, c’era la solita folla, anche più numerosa del solito. C’era un uomo vestito di rosso con una barba bianca, che suonava una campanella mentre passeggiava e chiacchierava con tutti, soprattutto i bambini. Quest’uomo compare di tanto in tanto. Dalle sbarre la gente porgeva noccioline e pop corn. Come al solito allungavo la proboscide e tenevo la bocca aperta nel caso qualcuno lanciasse una nocciolina mirando giusto. Qualcuno mi gettò in bocca un oggetto tondo e io pensai fosse una mela rossa fino a quando non lo sgranocchiai e allora la bocca cominciò a bruciarmi orribilmente. Presi immediatamente dell’acqua con la proboscide, mi sciacquai e sputai. Non avevo inghiottito niente di quella roba ma mi sentivo la bocca in fiamme. Presi ancora acqua, ma non servì a molto. Per il dolore mi spostavo da una zampa all’altra e finii per fare il giro della gabbia soffrendo atrocemente. La gente rideva e mi additava. Mi arrabbia, divenni furiosa. Aspirai con la proboscide quanta più acqua potei e mi diressi con aria indifferente verso la parte anteriore della gabbia. Tenendomi un po’ discosta dalle sbarre, in modo da colpire tutti, soffiai fuori l’acqua dal naso con tutta la mia forza.

Nessuno cadde a terra ma più di venti barcollarono, indietreggiarono finendo uno sull’altro, senza fiato e senza vederci per qualche secondo. Andai all’abbeveratoio e presi ancora acqua, giusto in tempo perché anche la folla adesso si era armata. Pietre e bastoni cominciarono a volare verso di me, insieme a scatole di biscotti vuote, qualsiasi cosa. Mirai l’uomo più grosso. Lo buttai a terra e usai l’acqua restante per spruzzare di nuovo gli astanti. Una donna urlando chiedeva aiuto. Altri battevano in ritirata. Un uomo tirò fuori la pistola, sparò un colpo e mi mancò. Venne estratta un’altra pistola, anche se il primo che aveva sparato fu subito immobilizzato da un altro. Una pallottola mi raggiunse la spalla, non si conficcò nella carne ma mi colpì di striscio. Una seconda pallottola mi spezzò la punta della zanna destra. Con l’acqua che rimaneva nell’abbeveratoio attaccai uno degli uomini armati colpendolo in pieno petto. C’era di che spezzargli le ossa. Volò gambe all’aria e cadendo buttò a terra una donna. Ritenendo di aver vinto la partita, malgrado il bruciore alla bocca, mi ritirai prudentemente nelle mie stanze (sempre di cemento) dove le pallottole non potevano raggiungermi. Furono sparati altri tre colpi che echeggiarono nel vuoto.Non so cosa colpirono, ma non colpirono me. Sentivo l’odore del sangue che mi colava dalla spalla. Ero ancora arrabbiata. Sbuffavo più che per respirare e con mia sorpresa mi ritrovai a barricare l’ingresso del locale con le balle di paglia che erano disposte tutt’attorno alle pareti.

   “Sta calma, Ballerina” diceva la voce di Cliff.

La conoscevo bene quella frase. Ma non avevo mai sentito la paura, come un tremito, nella voce di Cliff, prima. La folla lo stava a guardare, naturalmente. Cliff doveva mostrare il suo potere, la sua capacità di dominarmi. Questo pensiero, più l’antipatia che provavo per Cliff mi spinse a uscire di nuovo, e con la testa diedi un colpo alla barricata che avevo costruito. Cliff aveva cercato di rimuovere la balla in cima, ma ora tutto il mucchio gli cadde addosso.

   La folla diede un urlo, un grido di terrore.

 

   Risuonò uno sparo e questa volta venni colpita al fianco sinistro.

   Due uomini del posto, in uniforme, entrarono dalla porta laterale della gabbia. Avevano dei fucili. Me ne stetti immobile, senza fare niente, li guardavo soltanto. Sconvolti e agitati com’erano avrebbero potuto farsi prendere dalla paura e spararmi senza troppi complimenti se mi fossi mostrata arrabbiata. Avevo ritrovato l’autocontrollo. E il pensiero che Cliff potesse essere morto mi faceva piacere.

   Ma invece non era morto.

 

(Dopo aver ricevuto le cure del veterinario, Ballerina cade in un sonno pieno di incubi. Nella notte sente cigolare la porta e, dal passo, riconosce Cliff: il guardiano vuole vendicarsi, farle del male, ma l’elefante lo colpisce al fianco con un calcio e così Cliff rimane a terra immobile, morto.

Ballerina si accorge che la porta della gabbia è rimasta aperta e allora esce fuori, nel parco.)

 

   Assaporo la libertà. Sopra di me c’è un grande cielo azzurro, un mondo intero pieno di spazi vuoti sopra la mia testa. Mi addentro in un folto d’alberi, che crescono così vicini da graffiarmi i fianchi. Ma sono tanto pochi e mi ritrovo all’aperto immediatamente, su un sentiero di cemento dove scimmie e scimmiotti in gabbia mi guardano con occhi stralunati e commentano stupiti al mio passare. Due di questi se ne stanno rannicchiati in fondo alla gabbia, piccoli compagni pelosi. Le scimmie grigie urlano con voce stridula verso di me, poi si voltano mostrandomi i loro posteriori bluastri e saltellando fino all’angolo opposto della gabbia. Forse a qualcuna piacerebbe fare un giro sopra la mia groppa? Non so come mi torna in mente questo ricordo. Strappo dei fioriu e me li mangio, per divertimento.

 

   Ma ora si sentono dei passi da qualche parte, rumore di piedi che corrono, grida.

“E’ qui! dalle scimmie!”

BANG!

All’improvviso mi sento molto pesante, come se fossi sul punto di addormentarmi. Voglio mettermi in ginocchio e poi sdraiarmi ma il mio corpo oscilla da una parte e cado sul cemento. Un altro colpo mi rintrona nella testa. Proprio in mezzo agli occhi, ma gli occhi sono aperti.

Gli uomini mi saltellano attorno come facevano le scimmie, mi prendono a calci, gridano l’uno con l’altro. Vedo ancora gli enormi gatti che saltano nella foresta, che mi saltano addosso, ora. Poi, tra il gruppo indistinto di persone, riconosco chiaramente Steve, ma come era da giovane, sorridente, che mi parla, con la pipa in bocca. Steve si muove lentamente e con grazia. Capisco così che sto morendo, perché so che Steve è morto. E’ più vero degli altri. C’è una foresta intorno a lui. Steve è mio amico, come sempre.

Non ci sono gatti, solo Steve, il mio amico.

da P. Highsmith, "Delitti bestiali"


   Questo racconto parla della triste vita, e della tragica morte di un elefante in uno zoo. In mezzo a quel cemento e a tutti quei giochi innaturali che era costretta a eseguire, Ballerina però aveva trovato un amico, un guardiano gentile che la rispettava... ma non tutti gli uomini, purtroppo, sono così.