chi sono?


Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.

cos'è questo blog?

E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!

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Le altezze dell'amore

“Tu vedi questo cane. Era soltanto ieri e io meditavo dimentica della sua presenza accanto a me finchè pensieri su pensieri mi portarono a lacrime su lacrime; quando dal cuscino su cui giacevo, le guance bagnate di pianto, una testina ricciuta come quella d’un fauno sorse dal nulla accanto al mio viso, due occhi grandi d’oro chiaro interrogarono i miei, un orecchio morbido mi accarezzò sulle guance a tergere il mio pianto. sgranai gli occhi al momento, come qualche abitante d’Arcadia, stupito dal dio caprino nei boschi al crepuscolo, ma come quella visione di riccioli mi venne più accanto ad asciugarmi le lacrime, riconobbi Flush, e superai sorpresa e tristezza, ringraziando il dio Pan che, dalle piccole creature, conduce alle altezze d’amore.” Elizabeth Barrett Browning, “Flush or Faunus”

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(lunedì, 16 giugno 2008, 10:09)

PREGHIERA PER ANDARE IN PARADISO CON GLI ASINELLI (Francis Jammes) (1868 - 1938)

Quando, mio Dio, sarà pur giunta l'ora
ch'io venga a Te, fa' che in un giorno sia,
nel quale la campagna, tutta in festa,
ribrilli dentro un polverìo di sole.
Io voglio - come, sempre, ho fatto al mondo -
scegliermi, allora, io stesso, il mio sentiero;
per andarmene - un po' come mi piace -
perfino là, perfino in Paradiso,
dove splendon le stelle in pieno giorno.
Prenderò in mano, allora, il mio bordone.
E, nel mettermi in via per la gran strada,
vo' dire agli asinelli amici miei:
- Io sono Francis Jammes,
e vado in Paradiso.
Non v'è Inferno, nel regno del buon Dio. -
Soggiungerò: - Venite, o dolci amici
del cielo azzurro, immenso;
povere bestie care,
che con un brusco fremito di orecchi
cacciate via le mosche prepotenti
e le vespe, ed i colpi di bastone. -
Concedi, Dio, ch'io ti compaia innanzi
frammezzo a queste bestie tanto care,
perchè abbassano il capo dolcemente,
e si arrestan, giungendo i loro piedi
in modo così tenero e gentile,
che fa dolere il cuore di pietà.
In Paradiso io giungerò, seguito
da migliaia di orecchi.
Da quegli asini vecchi,
che portaron pazienti contro i fianchi
le grevi ceste colme:
da quelli che trainarono a fatica
carri di saltimbanchi
e carrette di ortaggi e di ferraglie;
da quelli, ch'han recato sopra i basti
bidoni tutti quanti ammaccature;
da quelli, cui si metton calzoncini
per nasconder le piaghe turchinicce
e purulente dei tafàni infami.
Concedi, Dio, ch'io venga a Te, - dal mondo -
con solo questo seguito, in quel giorno.
E fa che ci conducano, alla pace,
Angeli bianchi, verso rivi dalle
prode fiorite, in cui treman riflesse
ciliege fresche, lisce e sorridenti.
Fa che, reclino, in quel soggiorno bello,
sull'acque tue divine,
io rassomigli solo agli asinelli,
che specchieran la loro povertà,
umile e dolce,
nella chiarezza dell'eterno Amore.

by Merly
[poesie, asini, dioeanimali] hai dei commenti (4)?

(venerdì, 04 aprile 2008, 13:10)

Premessa:
questa non è una favola, questa è un esperienza che è stata in grado, da sola, di infondere la fede in Dio ad un bambino. Un bambino che, per colpa sua o forse delle catechiste, non riusciva a capire il significato della Prima Comunione che si apprestava a ricevere.


Avevo sette anni. In tutta la provincia di Bergamo, il mio,era l'unico paese ad avere una Prima Comunione con bambini di soli 7 anni.
Dicevano, di noi, che era troppo presto, che non eravamo in grado di capire il significato del perdono di Dio.
Non avevano torto, infatti.
Per quel che mi riguardava, l'unico pensiero che mi passava per la testa in quei giorni era di correre a giocare con un grosso e vecchio cane, nero come il carbone, affettuoso come un cucciolo.
Il cane apparteneva ad un anziano signore, ormai vedovo, che abitava nella sua stalla a pochi metri da casa mia. Dietro la nostra casa, un prato saliva fino a formare una piccola collina, verde, con un sentiero che si arrampicava fino a scomparire dietro la cima.
Rochi, il suo nome.
Era davvero enorme, col pelo raso, la testa grossa e massiccia...sembrava un lupo, gli volevo un bene incredibile. Lui era come mi sentivo io, evitato per via dell'incomprensione, ma, in fondo, anche il mio caratteraccio era solo un modo per attirare attenzione, purtroppo nessuno capiva.
E la stessa cosa succedeva a lui. Evitato perchè nero e grosso, ma quella non era una sua colpa.
Purtroppo aveva il vizio di cacciare galline, e il suo padrone non poteva più sopportare il fatto che tutto il paese l'additasse come ladro di pollame.
Un giorno venne da me, mentre giocavo col mio unico amico, il suo cane, e disse:
" mi spiace, ma domani lo porto via, non posso più tenerlo, quindi stai a casa tua, domani, perchè lo porto via."
La sua voce era incerta e mi spaventava.
L'indomani volevo almeno salutare quel cane così importante per me, dunque avevo deciso di andare a salutarlo a tutti i costi.
Mentre mi incamminavo, vidi il mio simpatico amico salire la collinetta, dietro casa mia, accompagnato dal suo padrone, che in mano teneva un grosso martello. L'avevo rincorso, ma non avevo fatto in tempo a raggiungerlo ed erano spariti dietro la collina.
Forse sarei riuscito a digli almeno addio.
Poco dopo sentii il rumore, un botto, il più terribile del mondo. In un silenzio surreale uno stormo di uccelli si era levato da un albero li vicino...il cuore cominciava a battere sempre più forte.
Avevo capito dove era stato portato il mio Rochi, e avevo compreso, in quel momento, di aver perso l'unico amico che avevo.
Poco dopo, il padrone del cane comparve dalla cima della collina e si incamminò verso di me, io lo aspettavo.
Quando mi raggiuse, mi disse che era l'unica maniera, che non aveva sentito niente, che aveva fatto la cosa giusta...una lacrima gli rigava il volto ormai arso dalla vecchiaia. Guardai il martello, sporco di sangue...il sangue di Rochi.
Ci incamminammo insieme verso la sua stalla, il vento scompigliava i capelli grigi dell'anziano signore che si era tolto il cappello, forse in rispetto del suo cane. L'erba mi solleticava le gambe e le mie lacrime scivolavano via fino a finire nel vento.
Un respiro, alle mie spalle, fermò il mio cuore per un attimo. Quando mi voltai, e il signore al mio fianco si voltò con me, una sagoma nera ci seguiva tranquilla.
Lo guardai. Quello che era stato il suo padrone si inginocchiò al suolo, distrutto dal rimorso a colpito dal terrore che il cane volesse punirlo.
In silenzio, rimasi a guardare come, un cane vecchio, stanco e tradito, si avvicinava con la testa bassa e sanguignolenta, la coda agitata come una bandiera e andava a leccare la faccia del suo amato padrone, quasi come se gli stesse chiedendo scusa di averlo spinto sino a quel gesto di punizione. Il signore esplose in un pianto, un pianto da bambino e abbracciava il suo cane, ormai sfinito ed incapace di reggersi sulle zampe.
E io vedevo.
Vedevo il perdono di un essere vivente che, dopo essere stato colpito a morte dalla persona più amata, si accingeva a farle il regalo più bello, immenso e meraviglioso che un uomo pentito potesse ricevere, il Perdono.
Quello fu, per il bambino che ero, la visione del perdono di Dio.
A lungo piansi vicino al corpo dell'amico più caro, ormai esanime, stretto forte dalle braccia di quello che fu il suo padrone.

Quando ci fu la riunione prima della cerimonia della prima comunione, la catechista ricominciò il suo discorso copiato da qualche volume trovato chissà dove, che recitava come l'uomo ricevette il perdono di Dio.
Allora, piangendo gli chiesi:"...ci hai parlato tanto di quel perdono, ma Dio ci perdona tutti i giorni...tu ti sei mai accorta quando succede?..."
Questa storia è per te, per te che abbandoni il tuo cane per andare in ferie, per te che non ti rendi conto e forse non ti interessa nemmeno di quello che il cane proverà mentre ruote di macchine costruite dall'uomo strazieranno il suo corpo. Facendolo agonizzare sull'asfalto fino alla fine.
Questa storia è per te, che non te ne frega di lasciarlo legato ad una catena tutto il gorno senza nemmeno la possibilità di correre, giocare, o anche solo dissetarsi.
Questa, è per te, che non ti rendi conto di quello che lui arriverebbe a fare pur di non abbandonarti.
E ricorda, quando sarai in chiesa e il prete narrerà il tradimento di Giuda, che stanno parlando anche di te, che quest'estate sacrificherai la vita di un cane per le tue ferie.

Paolo Frani



(venerdì, 28 marzo 2008, 18:28)

Er dolore (Checco Durante)
 

Su la piazzetta. quanno arivo' er caro, c'erano 'na ventina de persone:
la nipote der morto, er macellaro, l'ostessa cor droghiere der cantone,
c'era er curato e quarche ficcanaso che s'erano trovati li' pe' caso.
Quanno er caro se mise in movimento ie s'affilarno appresso tutti quanti;
la nipote se mosse co' un lamento, s'asciugo' l'occhi, s'infilo' li guanti
mentre ognuno sforzava er gargarozzo pe' fa sorti' er rumore d'un singhiozzo.
Ma tutta st'aria triste e desolata spari' quanno arivorno a la vortata,
e ognuono aricconto' li fatti sui
tanto che a un certo punto se parlava de tutto quanto, fora che de lui.
Fra tutta que la gente spensierata sortanto un cagnoletto camminava
co n'aria addolorata: era er cane der morto, poveretto!
Benche' bestia sentiva l'amarezza de perde er su' padrone
e, forse, se scordava der bastone pe' ricordasse solo ogni carezza.
Ar camposanto, quanno furno drento, la nipote rideva cor cugino
e parlaveno der testamento.
- Povero zio, com'e' stato carino!.. Mi ha fatto erede, erede universale! ..
Oh, se ci penso mi ci sento male.. mi pare di vedermelo davanti.. -
Ma appena fu finita la funzione scappo' lei pure, assieme a tutti quanti,
co' un gran sospiro de sodisfazione.
Solo quer cane, que la bestia sola, resto' li' malinconico e abbattuto,
guasi volesse di' quarche parola d'affetto e de saluto.
E forse fu per freddo o fu per vento dall'occhi, in quer momento,
'na lagrima sorti' .. casco' pe' tera: e fu la sola lagrima sincera


by Merly
[poesie, cani, dioeanimali] hai dei commenti ?

(venerdì, 28 marzo 2008, 18:23)

Waterloo (Luciano Somma)



Scampato per miracolo ad un fuoco incrociato di cecchini

dall’inferno d’un odio fratricida
un passero impazzito
ha trovato rifugio in una chiesa
ormai semidistrutta
chissà se ha visto Dio se l’ha sfiorato
l’attimo prima di spiccare il volo
con le sue ali ancora insanguinate
nel beccuccio le schegge d’una mina
rubata in quest’assurda
Waterloo.

by Merly
[poesie, uccelli, passeri, dioeanimali] hai dei commenti ?

(lunedì, 28 gennaio 2008, 13:59)

IL ROSPO (“Le crapaud” - Victor Hugo -1859)



Cosa ne sappiamo noi? Chi dunque conosce il fondo delle cose?
Il tramonto sfavillava fra le nuvole rosa;
era un giorno di tempesta, e l'occidente
tramutava l'acquazzone in fiamma nel suo braciere ardente;
sul ciglio di un sentiero, vicino a una pozzanghera,
un rospo guardava il cielo, abbagliato, affascinato;
serio, egli meditava; l'orrore contemplava lo splendore.
(Oh! Perchè la sofferenza e perchè la bruttezza?
Ahimè! Il basso Impero è pieno di Augustucoli,
i Cesari di misfatti, i rospi di pustole,
come il prato di fiori e il cielo di sole!).
Le foglie bagnate s'imporporavano sugli alberi;
l'acqua luccicava, in mezzo all'erba, sul sentiero;
la sera si dispiegava come un vessillo;
gli uccelli abbassavano il canto indebolito durante il giorno;
tutto s'acquetava d'intorno; e, in pieno oblìo di sè,
il rospo, senza timore, senza vergogna, senza collera,
dolce, ammirava la grande aureola del sole;
forse il maledetto si sentiva benedetto.
Non v'è un solo animale che non abbia un riflesso d'infinito;
non v'è pupilla abietta e vile che non tocchi
la vetta in un lampo, sia essa tenera o selvaggia;
non v'è mostro, disprezzabile, torbido, impuro,
che non abbia l'immensità degli astri negli occhi.
Un uomo che passava notò l'orrida bestia,
e, rabbrividendo, gli mise un piede sulla testa;
era un sacerdote che stava leggendo un libro;
poi una donna, con un fiore sul corsetto,
gli ficcò nell'occhio la punta dell'ombrello;
il sacerdote era vecchio, la donna era bella.
Spuntarono quattro scolari, sereni come il cielo.
-Ero bambino! Ero piccolo! Ero crudele!-
Chiunque in questa terra, dove la purezza dell'anima è spesso
una chimera, potrebbe iniziare così la recita della sua vita.
Si hanno il gioco, l'ebbrezza e l'alba negli occhi,
si ha una madre, si è degli scolari gioiosi,
dei piccoli uomini felici, che respirano l'atmosfera
a pieni polmoni, amati, liberi, contenti; che fare,
se non torturare qualche essere sventurato?
Il rospo saltellava verso il fossato del sentiero.
Era l'ora in cui nei campi si azzurrano gli orizzonti;
selvatico, egli cercava la notte; i ragazzi lo scorsero
e gridarono: "Ammazziamo quest'animale schifoso!
E siccome è così brutto facciamogli anche del male!"
E ognuno di loro, ridendo -il ragazzo ride quando uccide-
si mise ad infilzarlo con un ramo puntuto,
allargando la cavità dell'occhio maciullato, infierendo
sulle ferite, rapiti, compiaciuti di ciò che accadeva;
i passanti ridevano; e l'ombra sepolcrale
copriva questo nero martirio privo di rantoli,
e il sangue, spaventoso, colava da tutte le parti
sulla povera creatura, la cui sola colpa era d'esser brutta;
egli fuggiva, aveva una zampa fracassata;
un ragazzo lo colpiva con un badile scheggiato;
e ogni colpo faceva schiumare quel proscritto
il quale, anche quando il sole sorrideva su di lui,
anche sotto il grande cielo, strisciava nel fondo di un fosso;
e i ragazzi dicevano: "E' malvagio! Sbava!"
La sua fronte sanguinava; il suo occhio penzolava; fra il rovo
e la ginestra, raccappricciante a vedersi, egli avanzava;
si sarebbe detto che uscisse da qualche terribile gabbia;
Oh! Quale oscuro atto, peggiorare la miseria!
Aggiungere l'orrore alla difformità!
Distrutto sballottato tra i sassi,
continuava a respirare; senza riparo,
si sarebbe detto che la morte, schizzinosa,
lo trovasse così orrendo da rifuggirlo;
i ragazzi volevano prenderlo in un laccio,
ma egli scappò loro, scivolando lungo una siepe;
il passaggio era sgombro, vi trascinava le sue piaghe
e ci si inoltrava, insanguinato, sfiancato, il cranio squarciato,
avvertendo brividi di freddo in quella verde cloaca,
lavando la crudeltà dell'uomo in quella melma;
e i fanciulli, con la primavera sulle gote ridenti,
biondi, graziosi, non s'erano mai divertiti tanto;
parlavano tutti assieme e i grandi ai più piccoli
gridavano: "Venite a vedere! Adolphe, Pierre, che ne dite?
Finiamolo con una grossa pietra!"
Tutti assieme, su quell'essere dall'esecrabile destino,
essi appuntarono gli sguardi, mentre il disperato
vedeva incombere su di sè quei visi spaventosi.
-Ahimè! Magari avessimi delle mete senza avere dei bersagli;
quando miriamo un punto dell'orizzonte umano,
avessimo la vita e non la morte nelle mani.-
tutti quegli occhi seguivano il rospo nel fango;
esprimevano al tempo stesso furore ed estasi;
uno dei fanciulli ritornò, portando con sè una lastra di pietra,
più pesante ancora per averla sollevata malagevolmente,
e disse: "Adesso vedremo come se la caverà."
Ora, um quel medesimo istante, proprio in quel punto della terra,
il destino faceva sopraggiungere un carro molto pesante
trainato da un vecchio asino storpio, magro e sordo.
Quest'asino sfinito, zoppicante e penoso,
dopo un giorno di marcia si approssimava alla stalla;
tirava il carretto e portava un paniere;
ogni passo che faceva sembrava fosse il penultimo;
quest'animale avanzava estenuato, battuto,
tempestato da un nugolo di colpi;
aveva negli occhi offuscati dai fumi della fatica
quell'eginetica fatica che pare ottusità ma è stupore;
la carreggiata era impervia, piena di fango,
e in quei solchi così aspri ogni giro di ruota
dava come un lugubre e rauco strappo;
l'asino arrancava gemendo, il barocciaio bestemmiava;
la strada declive pressava il carro dietro il povero animale;
l'asino meditava, sottomesso, colpito dalla frusta e dal bastone,
e il suo pensiero toccava una profondità sconosciuta all'uomo.

I ragazzi, avvertendo il rumore di quelle ruote e di quel passo,
si voltarono chiassosamente e videro il carretto:
"Hè! Non far cadere la lastra di pietra sul rospo. Fermati!"
Gridarono; "Guarda, sta giungendo quel carro
e gli passerà sopra, sarà molto più divertente."

Tutti si misero ad osservare. D'improvviso, avanzando pel sentiero
ove la martoriata e orrida creatura attendeva il supplizio finale,
l'asino vide il rospo e, triste - ahimé! Chinandosi
verso chi era ancora più triste-, oppresso, sfinito, cupo,
abbassò il muso fin quasi a terra e parve fiutarlo;
questo forzato, questo dannato, questo pio martire, lo graziò;
rinfocolò le forze ridotte al lumicino e, tendendo
la catena e la cavezza sui suoi muscoli insanguinati,
opponendosi al barocciaio che gli gridava: "Avanti!",
dominando la spaventosa vicinanza del suo fardello,
affrontando la sfida pur con la sua spossatezza,
tirando il carro e sollevando il basto,
stravolto, portò a deviare l'inesorabile traiettoria della ruota,
lasciando vivere dietro di lui quel miserabile;
poi, ricevuto un colpo di frusta, riprese il suo cammino.

Allora, liberando le mani dalla lastra di pietra che scivolò via,
uno dei fanciulli -proprio quello che racconta questa storia-
sotto l'infinita volta del cielo azzurro e tenebroso a un tempo,
ebbe modo di udire una voce ferma che gli disse: "Sii buono!"

La bontà nell'incoscienza è il diamante in mezzo al carbone!
Il divino enigma della luce maestosa che squarcia le tenebre!
L'armonia celeste nulla avrebbe più delle cose morte,
se le cose morte, triste accozzaglia di castighi e cecità,
riflettessero, e, private d'ogni gioia, provassero pietà.
Oh!, quale ineffabile spettacolo! L'ombra misericordiosa,
l'anima costretta al buio soccorre l'anima nelle tenebre,
l'idiota, mosso a compassione, si curva sull'essere ripugnante,
il buon dannato dà speranza a chi è stato accusato di malvagità!
L'animale che si eleva, mentre l'uomo indietreggia!
Nell'irreale serenità del pallido crepuscolo,
l'orrenda bestia meditò per un istante e scoprì di esser parte
di quella misteriosa e profonda dolcezza;
bastò che un lampo di grazia splendesse nel suo essere
per renderla del tutto simile a una stella eterna.
L'asino che era rientrato la sera, sovraccarico, distrutto,
morente, e sentiva sanguinare i suoi poveri zoccoli consunti,
aveva fatto qualche passo in più, aveva scartato e deviato
per non schiacciare un rospo nel fango.
Quest'asino meschino, sudicio, straziato dai colpi di bastone,
ha mostrato d'esser più nobile di Socrate e più grande di Platone.
Che vai cercando, filosofo? Oh, pensatore, stai elucubrando?
Volete forse trovare la verità fra queste nebbie maledette?
E allora credete, piangete, immergetevi nell'insondabile amore!
Chi é buono vede chiaro quando giunge all'oscuro bivio;
chi è buono dimora in un angolo di cielo. Oh, saggio,
la bontà che rischiara il volto del mondo,
la bontà, questo sguardo ingenuo del mattino,
la bontà, limpido sguardo di sole che scalda l'ignoto,
l'istinto che, nella tenebra e nella sofferenza, ama,
è quel legame ineffabile e supremo
che equipara nell'ombra -Ahimè. spesso così lugubre!-
il grande innocente, l'Asino, a Dio, il grande sapiente.

Traduzione di BARBARA X