IL vecchio che leggeva romanzi d'amore
(L. Sepulveda)
Anche questo libro mi è molto caro…perché mi sento molto vicina al protagonista, purtroppo, fin troppo spesso, solo che non leggo romanzi d’amore ma romanzi su animali (che poi sono romanzi d’amore anche quelli, volendo…).
Assomiglia un po’ a “Il vecchio e il mare”, ma mi è piaciuto molto di più… l’autore è Sepulveda, lo stesso di “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, una garanzia secondo me.
E’ la storia di un vecchio che vive a El Idillio, un villaggio nei pressi della foresta amazzonica. E’ solitario ed ama leggere, romanzi d’amore appunto, un genere che si è scelto tra tanti e che ha deciso di preferire. Legge molto lentamente, assaporando ogni parola e ragionandoci sopra. Un tempo era stato un colono, poi aveva vissuto per molti anni con gli Shuar, indigeni della foresta Amazzonica, che erano arrivati a considerarlo “come loro, ma non uno di loro”, e del resto anche lui credeva fosse così. (tra l’altro la vita degli indigeni mi sembra descritta molto bene). Purtroppo un giorno un cercatore d’oro aveva sparato a un indigeno suo amico, e lui gli aveva giurato vendetta… anche perché secondo le leggende di quel popolo se un uomo ucciso non viene vendicato non può reincarnarsi e la sua anima è costretta a vagare senza meta. Voleva vendicare il suo amico, appunto, ma si è trovato alle strette e ha dovuto sottrarre il fucile al nemico e usarlo per uccidere il cacciatore d’oro. Purtroppo questa per gli indigeni era una grande vergogna… l’amico non era stato vendicato, a quella maniera! La loro legge prevedeva che i due guerrieri si affrontassero ad armi pari con coraggio con arco e frecce. Se Bolivar lo avesse ucciso con una freccia, tutto sarebbe stato diverso, il curaro avrebbe immortalato per sempre sul volto del guerriero ucciso la sua espressione combattiva, la testa sarebbe stata essiccata come trofeo e l’amico sarebbe stato vendicato...invece ora sul volto del cercatore d’oro c’era solo sofferenza, l’amico non era stato vendicato, e Bolivar aveva infranto una delle leggi più importanti, aveva usato un fucile. Piangendo, gli indigeni erano stati costretti a ripudiarlo. Per questo ora Bolivar, invecchiato, era dovuto tornare tra i bianchi, viveva nella sua capanna e leggeva romanzi d’amore.
Fosse stato per lui sarebbe rimasto sempre lì, ma un brutto giorno il fiume portò un’imbarcazione su cui c’era un gringo cacciatore ucciso da un tigrillo. Nella sua bisaccia si trovarono delle piccole pellicce di cucciolo di tigrillo, tanto piccole che non potevano servire a nulla, probabilmente erano solo un trofeo (sai che trofeo…). Secondo Bolivar il gringo aveva semplicemente firmato la sua condanna uccidendo i cuccioli di un tigrillo… ma la gente comincia ad avere paura che questa bestia infame si avvicini al villaggio e il sindaco organizza una spedizione di caccia. Suo malgrado, Bolivar viene messo a capo della spedizione. Lui è contrarissimo, ma il sindaco lo minaccia: la sua capanna si trova sui terreni dello stato e se Bolivar non avesse ucciso il tigrillo il sindaco gliela avrebbe tolta. Il vecchio non poteva fare altrimenti, non aveva un altro posto dove vivere, e il sindaco dal canto suo era tanto insistente perché consapevole del fatto che l’unico in grado di uccidere un tigrillo femmina fuori di sé per la morte dei piccoli era proprio Bolivar.
Dunque la spedizione partì, ma tutti gli altri cacciatori erano in espertissimi a confronto col vecchio… dunque vengono presto seminati… rimangono solo Bolivar (l’uomo), la foresta amazzonica (la natura) e il tigrillo femmina (l’animale). Per questo dico che qui assomiglia a “il vecchio e il mare”.
Bolivar non capisce le intenzioni del tigrillo… è infuriato e disperato, ma non lo affronta, sembra volerlo attirare in un punto preciso, sempre più nel folto della foresta. Quello che scopre Bolivar è stupefacente: la femmina di tigrillo lo ha attirato dal suo compagno, morente, a causa di uno sparo fatto male dal gringo che aveva ucciso i cuccioli. Bolivar capisce che è uno solo il motivo per cui la femmina lo ha condotto lì. Dunque spara al maschio, per porre fine a tutta quella sofferenza inutile.
Per molto tempo la femmina sta vicino al corpo del compagno, lanciando urla strazianti, “forse simili a lamenti umani”. Poi, è pronta. E’ pronta per la triste resa dei conti, per lo scontro finale. Sia lei che Bolivar sono soli e disperati, ma per forza di cose uno solo dovrà sopravvivere. E per forza di cose sarà Bolivar, perché tra le mani ha sempre il dannato fucile.
Queste sono le ultime righe del libro:
“Era più grande di quello che aveva pensato vedendola la prima volta. Benché fosse magra, era un animale superbo, bellissimo, un capolavoro di vigore impossibile da riprodurre anche solo col pensiero.
Il vecchio la accarezzò, ignorando il dolore del piede ferito, e pianse di vergogna, sentendosi indegno, umiliato, in nessun caso vincitore di quella battaglia.
Con gli occhi annebbiati di lacrime e dalla pioggia, spinse il corpo dell’animale fino alla riva del fiume, e le acque se lo portarono via, verso l’interno della foresta, fino ai territori mai profanati dall’uomo bianco, fino all’incontro col Rio delle Amazzoni, verso le rapide dove sarebbe stato squarciato da pugnali di pietra, in salvo per sempre dalle bestie indegne.
Gettò subito via con furia la doppietta e la vide affondare senza gloria. Bestia di metallo odiata da tutte le creature.
Antonio Josè Bolivar Proano si tolse la dentiera, l’avvolse nel fazzoletto, e senza smettere di maledire il gringo primo artefice della tragedia, il sindaco, i cercatori d’oro, tutti coloro che corrompevano la verginità della sua Amazzonia, tagliò con un colpo di machete un ramo robusto, e appoggiandosi si avviò verso El Idillio, verso la sua capanna, verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana”