chi sono?


Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.

cos'è questo blog?

E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!

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Utente: Merly


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Le altezze dell'amore

“Tu vedi questo cane. Era soltanto ieri e io meditavo dimentica della sua presenza accanto a me finchè pensieri su pensieri mi portarono a lacrime su lacrime; quando dal cuscino su cui giacevo, le guance bagnate di pianto, una testina ricciuta come quella d’un fauno sorse dal nulla accanto al mio viso, due occhi grandi d’oro chiaro interrogarono i miei, un orecchio morbido mi accarezzò sulle guance a tergere il mio pianto. sgranai gli occhi al momento, come qualche abitante d’Arcadia, stupito dal dio caprino nei boschi al crepuscolo, ma come quella visione di riccioli mi venne più accanto ad asciugarmi le lacrime, riconobbi Flush, e superai sorpresa e tristezza, ringraziando il dio Pan che, dalle piccole creature, conduce alle altezze d’amore.” Elizabeth Barrett Browning, “Flush or Faunus”

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Crediti

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[for]LT-SL-GdS -FN-BRG
[brushes]Magurno
[image]google

(lunedì, 21 luglio 2008, 20:01)

I Gabbiani (Bernardo Atxaga)



Tutti i pomeriggi

si radunano i gabbiani
davanti alla stazione ferroviaria:
Lì ripensano ai loro amori.
Nel loro libro di memorie
due fiori di sandalo:
uno segna la pagina dei ponti,
l'altro quella dei suicidi.
E conservano anche una fotografia
del mendicante che, una volta, trasportava
gli scarti del mercato.
Ma il loro piccolo cuore
- lo stesso degli equiibristi -
per nulla sospira tanto
come per quella pioggia sciocca
che quasi sempre porta il vento,
che quasi sempre porta il sole.
Per nulla sospira tanto
come per l'interminabile
(nabilè, nabilà)
continuo mutare
del cielo e dei giorni.

by Merly
[poesie, uccelli, gabbiani] hai dei commenti ?

(venerdì, 18 gennaio 2008, 11:45)

GABBIANI (Vincenzo Cardarelli)

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.


by Merly
[poesie, uccelli, gabbiani] hai dei commenti ?

(lunedì, 25 giugno 2007, 19:54)

"STORIA DI UNA GABBIANELLA E DEL GATTO CHE LE INSEGNO' A VOLARE" (L. Sepulveda)

gabbianella_01
   Si tratta di un libro per bambini, ma anche questo è davvero molto profondo.

   Nelle edizioni più recenti c’è una bellissima introduzione che parla di Zorba, il gatto di Sepulveda, esistito davvero.

   Da questo libro è stato tratto il cartone animato “La gabbianella e il gatto” di Enzo d’Alò.

  Zorba è “un gatto nero grande e grosso” e vive felicemente in un appartamento ad Amburgo, con un grande balcone. Un bambino si prende coscienziosamente cura di lui, e lui ricambia il suo affetto; ma Zorba è anche un gatto libero, uno dei tanti gatti del porto di Amburgo, amati e rispettati dalla gente del luogo.

   La vita di Zorba però è destinata a cambiare improvvisamente: un giorno, sul balcone in cui abita, atterra una giovane gabbiana stremata. E’ ricoperta di una sostanza nera dal sapore nauseabondo che Zorba non conosce affatto, e sta per morire. Si chiama Kengah, e fino a poco prima volava col suo stormo per raggiungere il luogo dove avrebbe costruito il nido e deposto un  uovo. Dopo un tuffo in mare per catturare una sardina, però, Kengah era rimasta intrappolata da una macchia di petrolio. La legge imponeva ai suoi compagni di non fermarsi per lei… ma con uno sforzo immane lei era riuscita a liberarsi e a volare verso la prima casa che aveva visto. Lì, sul balcone di Zorba, con un ultimissimo sforzo depone il suo uovo. Zorba vorrebbe dare l’allarme ai suoi amici gatti per cercare qualcuno che sa come salvarla, ma lei lo blocca e gli fa fare tre promesse. La prima: non avrebbe mangiato l’uovo. La seconda: se ne sarebbe preso cura. La terza, la più folle: gli avrebbe insegnato a volare. Zorba promette e va a chiamare i rinforzi; ma quando i suoi amici arrivano, per Kengah è troppo tardi.

   Zorba è un nobile gatto di porto e tiene fede alle sue promesse, anche se per lui è veramente dura… prima la cova, poi il pulcino che non fa altro che chiamarlo mamma (procurandogli diversi motivi di imbarazzo) e che non vuole mangiare cibo per gatti ma insetti che Zorba deve continuamente cacciare per lui. Inoltre deve difenderlo dagli attacchi di altri gatti poco di buono e da quelli dei ratti.

   Ma non è tipo da arrendersi, Zorba, e anche grazie all’aiuto dei suoi amici il pulcino (che è in realtà una pulcina e viene chiamata Fortunata) cresce sano e forte all’interno di un bazar, al riparo dai pericoli. Fortunata diventa una gabbiana sempre più grande, ma di volare non vuol saperne: lei è convinta di essere un gatto e i gatti non volano.

   Un brutto giorno Mattia, una scimmia crudele che vive nel bazar la mette di fronte alla dura realtà: che si guardi, lei ha due zampe e non quattro, ha le piume e il becco, è un uccello!!! E se per caso non dovesse saperlo, la informa che i gatti SE LI MANGIANO gli uccelli.

   Fortunata è triste e avvilita, si rifiuta di mangiare perché crede che i gatti la vogliano fare ingrassare. Uno dei passi più belli del libro si trova proprio a questo punto.

 Lì lì per scoppiare a piangere, Fortunata gli riferì tutto quello che Mattia le aveva strillato. Zorba le leccò le lacrime e all’improvviso si sentì miagolare come non aveva mai fatto prima: "Sei una gabbiana. Su questo lo scimpanzè ha ragione, ma solo su questo. Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto,  perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre ma te sì. Ti abbiamo protetta fin da quando sei uscita dall’uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene che tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. E’ molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perchè sarà l'affetto tra esseri completamente diversi"  "

   Fortunata però ha paura di volare. I gatti aspettano, sanno che la decisione deve venire da lei. Un giorno rimane rapita davanti alle evoluzioni di alcuni suoi simili e istintivamente apre le ali… un altro giorno, ascolta le storie di un vecchio gatto marinaio che le dice quanto siano importanti i gabbiani durante le tempeste per chi è in mare, perché nessuno vola meglio di loro, e volando verso terra aiutano molte navi a mettersi in salvo… passo dopo passo, la piccola si decide.

   Ma i gatti non riescono a farla volare! Ce la mettono tutta, ma proprio non ce la fanno a insegnarle a volare… allora decidono di infrangere un tabù… decidono che per questa situazione di emergenza bisogna ricorrere all’aiuto di un umano, e per fare questo Zorba potrà miagolare nella lingua degli umani. Ma una sola volta, e con un solo umano. Molti umani vengono presi in considerazione e poi scartati… alla fine, Zorba decide di parlare a un poeta. Non è una persona che sa volare con le ali, dice. Ma sembra proprio che sappia volare con le parole.

   Il poeta ovviamente deve riprendersi dallo shock, ma poi sa dare a Zorba il consiglio giusto: secondo una poesia di Bernardo Atxaga, “I gabbiani”, “il loro piccolo cuore, lo stesso degli equilibristi, per nulla sospira tanto come per quella pioggia sciocca che quasi sempre porta il vento, che quasi sempre porta il sole”… Fortunata avrebbe volato, con l’aiuto della pioggia.

  L’umano e Zorba la portano dunque in cima al campanile più alto di Amburgo… quello della chiesa di San Michele. Queste sono le ultime parole di questo bellissimo libro:

 ”Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. E’ acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali…”miagolò Zorba.
L
a gabbianella spiegò le ali. I riflettori la inondavano di luce e la pioggia le copriva di perle le piume. L’umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi.

“La pioggia… l’acqua… mi piace!” stridette
“Ora volerai” miagolò Zorba
“Non ti dimenticherò mai. E neppure gli altri gatti” stridette lei già con metà delle zampe fuori dalla balaustra, perché, come dicevano i versi di Atxaga, il suo
piccolo cuore era lo stesso degli equilibristi.
"Vola!" miagolò Zorba allungando una zampa e toccandola appena.

Fortunata scomparve alla vista, e l’umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto della banderuola dorata che corona la singolare bellezza di san Michele.
Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo tornava indietro planando, girando più volte attorno al campanile della chiesa.
“Volo, Zorba! So volare!” strideva euforica dal vasto cielo grigio.
L’umano accarezzò il dorso del gatto.
“Bene, gatto. Ci siamo riusciti” disse sospirando.
“Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante” miagolò Zorba.
“Ah sì? E cosa ha capito?”chiese l’umano.
“Che vola solo chi osa farlo” miagolò Zorba.
“Immagino che adesso tu preferisca rimanere solo. Ti aspetto giù” lo salutò l’umano.
Zorba rimase
a contemplarla finchè non seppe se erano gocce di pioggia o lacrime ad annebbiare i suoi occhi gialli di gatto nero grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gatto di porto."