chi sono?


Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.

cos'è questo blog?

E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!

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Utente: Merly


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Le altezze dell'amore

“Tu vedi questo cane. Era soltanto ieri e io meditavo dimentica della sua presenza accanto a me finchè pensieri su pensieri mi portarono a lacrime su lacrime; quando dal cuscino su cui giacevo, le guance bagnate di pianto, una testina ricciuta come quella d’un fauno sorse dal nulla accanto al mio viso, due occhi grandi d’oro chiaro interrogarono i miei, un orecchio morbido mi accarezzò sulle guance a tergere il mio pianto. sgranai gli occhi al momento, come qualche abitante d’Arcadia, stupito dal dio caprino nei boschi al crepuscolo, ma come quella visione di riccioli mi venne più accanto ad asciugarmi le lacrime, riconobbi Flush, e superai sorpresa e tristezza, ringraziando il dio Pan che, dalle piccole creature, conduce alle altezze d’amore.” Elizabeth Barrett Browning, “Flush or Faunus”

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Crediti

[layout]Ela
[for]LT-SL-GdS -FN-BRG
[brushes]Magurno
[image]google

(venerdì, 04 maggio 2007, 23:29)

Perchè la catena?

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   No, non voglio fare una parodia di un famoso libro di Lorenz... è solo un mio caro ricordo d'infanzia. 

   Tutto è successo in una limpida giornata estiva di tanti anni fa.

   Eravamo un gruppo di bambini amanti della natura. Nonostante fossi già una solitaria e taciturna, e nonostante avessi trovato negli animali e nelle piante quella compagnia e comprensione che tutti gli altri bambini trovano nei loro coetanei, (o chi può dirlo, forse proprio per questo?) mio padre mi spinse a far parte di quel gruppo.

   Quel giorno dovevamo compiere una missione davvero importante: gli adulti ci avrebbero lasciati completamente da soli in mezzo a un bosco con una cartina e un cameraman che aveva il divieto assoluto di parlarci, con l'eccezione delle domande per le interviste. Dovevamo, da soli, trovare la strada per uscire da quell'ambiente selvaggio, e arrivare in cima a una collina.

   Ovviamente si trattava di un gioco. Tutti gli adulti ci avrebbero seguito, divertiti, a pochi metri di distanza. Ma noi non potevamo immaginarlo.

   A ognuno di noi venne assegnato un compito: c'era chi doveva consultare la cartina, chi doveva portare il cibo, chi doveva sorvegliare che il gruppo fosse unito. Sebbene avessi appena cinque anni e non avessi alcuna intenzione di intraprendere in alcun modo una qualunque carriera in campo medico fui eletta infermiera.

   Quel ruolo non mi si confaceva, ma siccome era il mio preciso dovere lo rispettai mettendoci tutta la mia forza di volontà. Curai numerosissimi "feriti", tolsi moltissime spine, misi una quantità di cerotti a tutti. E quando il cameraman mi rivolse una domanda, mostrai tutto il mio disappunto per il comportamento dei bambini più grandi, sani, che guidavano il gruppo senza curarsi dei "feriti" che rimanevano inevitabilmente indietro.

   Nonappena raggiungemmo la meta, io fui tra i primi a vederla. Ma fui l'ultima ad arrivare, perchè dopo quella visione, celestiale per una bimba stremata, un bambino mi chiese di essere disinfettato. Lì dov'ero, davanti a tutti, ostruendo lo strettissimo passaggio a tutti quelli che volevano arrivare in cima a quel colle, medicai il bambino graffiato con precisione e lentezza da guinness. Alla fine l'intero gruppo mi scavalcò letteralmente, e si gettò alla ricerca del "tesoro" che gli adulti ci avevano detto essere custodito nella casupola in cima al colle.

   Lo trovarono prima ancora che io arrivassi... ma un pezzetto di quel tesoro spettava anche a me. Lo chiamavano "la catena di re Salomone". Mi misero in mano un moschettone blu, di quelli  da alpinisti. Reggeva cinquecento chili.

   Delusissima da quello scarno premio finale, dopo una fatica così enorme, me ne lamentai con mio padre. Il quale mi rispose che si trattava di un premio preziosissimo: era un anello della catena di re Salomone. Ho ribadito che sul serio non sapevo che farmene. Allora mio padre mi disse:
"Non capisci? chi possiede questo anello ha un dono meraviglioso. Sarà in grado di parlare con gli animali..."

   Non osai replicare niente, allora. Ma ricordo che pensai distintamente che io di quell'anello proprio non avevo bisogno, dal momento che conversavo già con regolarità con animali e piante, e puntualmente venivo anche, spesso, rimproverata per questo...

   Oggi conservo con cura l'anello della catena di re Salomone, come con cura custodisco il ricordo di quella giornata che per la prima volta mi aveva visto "infermiera".

by Merly
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