chi sono?


Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.

cos'è questo blog?

E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!

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Le altezze dell'amore

“Tu vedi questo cane. Era soltanto ieri e io meditavo dimentica della sua presenza accanto a me finchè pensieri su pensieri mi portarono a lacrime su lacrime; quando dal cuscino su cui giacevo, le guance bagnate di pianto, una testina ricciuta come quella d’un fauno sorse dal nulla accanto al mio viso, due occhi grandi d’oro chiaro interrogarono i miei, un orecchio morbido mi accarezzò sulle guance a tergere il mio pianto. sgranai gli occhi al momento, come qualche abitante d’Arcadia, stupito dal dio caprino nei boschi al crepuscolo, ma come quella visione di riccioli mi venne più accanto ad asciugarmi le lacrime, riconobbi Flush, e superai sorpresa e tristezza, ringraziando il dio Pan che, dalle piccole creature, conduce alle altezze d’amore.” Elizabeth Barrett Browning, “Flush or Faunus”

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(martedì, 16 giugno 2009, 21:45)

LA LEGGENDA DELLA LUNA PIENA

(leggenda indiana)



In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.

In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.

Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:

- Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-

- Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! - rispose il lupo.

La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.

- Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto - disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.

Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.

Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.

I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.


by Merly
[miti e leggende, lupi] hai dei commenti ?

(domenica, 23 marzo 2008, 18:28)

<< Si dice che c'è un posto nel deserto in cui lo spirito delle donne e lo spirito dei lupi s'incontrano attraverso il tempo...>> <<...quel posto nel tempo in cui lo spirito della donna e lo spirito della lupa si incontrano, il posto in cui la sua mente e i suoi istinti si mescolano, dove la vita profonda della donna fonda la sua vita mondana [...] è il luogo in cui le donne corrono coi lupi>>                                                  
  Donne che corrono coi lupi, C. P. Estés 



by Merly
[citazioni, lupi] hai dei commenti (2)?

(domenica, 23 dicembre 2007, 11:53)

IL LUPO
(dal web)



Io sono il Lupo
La fame è mia compagna
La solitudine la mia sicurezza.
Io sono il silenzio.
Un`ombra nella foresta.
Impronte lungo il fiume.
Io sono ucciso
Ma mai distrutto
Io sono il Lupo.

by Merly
[poesie, lupi] hai dei commenti ?

(domenica, 16 settembre 2007, 17:57)

AKELA
la storia del mio lupo

  


   Questa è la storia del mio Akela.

 

 

   Temo che mi dilungherò un po’, purtroppo è sempre stato un mio difetto non riuscire a sintetizzare le cose, e sintetizzare questa storia per me sarebbe un po’ come deturparla… perché è talmente bella da sembrare venuta fuori da un libro di fiabe, anche se è tutto verissimo…

 

    Da dove comincio? Potrei cominciare da un vecchio filmato che ho a casa. A dirla tutta è un filmato orrendo… e io lo guardo pochissime volte, in più è ancora su una vecchia videocassetta (la tecnologia non è il mio forte…). In questo filmato compaiono un luogo che sembra l’anticamera dell’Inferno, un esorbitante numero di cani maltrattati nei modi più svariati e un tizio che non so come definire (o meglio, che so come definire ma che preferisco rimanga indefinito). In quel posto ci sono alcune roulottes, non tantissime per la verità, un soprannumero di catene, condizioni igieniche pressocchè disastrose (l’improvvisato cameraman si sofferma a lungo sullo stato indescrivibile del lavandino). Ci sono alcune pecore, ma per la verità questo posto è popolato da cani… centinaia di cani, cani ovunque… rinchiusi senza cibo, luce o acqua nelle roulottes, incatenati sotto le roulottes, legati a cortissime catene attaccate ad alberi, sotto il sole, senza un goccio d’acqua,alcuni hanno collari talmente stretti che gli si conficcano nella pelle del collo, alcuni sono completamente ricoperti di rogna, la magrezza di tutti è ai limiti della sopravvivenza, alcuni sono chiaramente in fin di vita. Ci sono dei ragazzi che fanno di tutto per mostrare le condizioni dei cani: aprono le finestre delle roulottes, indicano le ferite, dispensano cibo e carezze, mostrano i cumuli di escrementi nei quali gli animali con la catena corta sono costretti a essere immersi. E poi ogni tanto compare questo tizio, questo mostro, che parla ai ragazzi impartendo ordini e riempie di calci e ingiurie le povere bestie. Il cameraman riesce a rubare un primo piano di questo essere che non riesco ancora a definire uomo, e nemmeno la parola mostro gli si adatta troppo. Per il resto le scene in cui compare lui sono purtroppo confuse, immagino per evitare che si accorgesse della presenza di una telecamera. Ma la voce si sente benissimo, nonostante il continuo abbaiare dei cani sia assordante, e il bastone che brandisce parla chiaro. La scena più brutta si svolge all’interno di una roulotte dove c’è una cagnetta con i suoi cuccioli. La cagnetta cerca di uscire, o di spostarsi, non si capisce bene: partono botte a raffica, unite alle urla del mostro, che la chiama ripetutamente “puttana”.

 

   A un certo punto, la telecamera riprende il boschetto circostante… si intravedono tre cani uscire da un sentiero. C’è un rapido zoom ed è possibile vedere una femmina di incrocio pastore bergamasco seguita da un cucciolone magro con le zampe grosse, completamente nero, e da un golden retriever enorme. I tre rimangono con le orecchie dritte per un po’, indecisi…poi scappano verso il bosco. Il cane nero è il mio Akela.

 

 

 

   Che era successo? È presto detto. Quello che io ho due volte chiamato mostro, e che spesso ho sentito chiamare “pastore” a causa della presenza delle pecore, viveva in quelle roulottes su un terreno di proprietà del comune e si era messo a raccogliere cani abbandonati. Stando a numerose testimonianze lo faceva perché, con tutti quei cani, per il comune era praticamente impossibile sfrattarlo… sto parlando infatti di centinaia di cani, in uno spazio davvero ristretto… più ne aveva, più gliene arrivavano: se lui era un mostro, c’erano in giro tantissimi altri piccoli mostri che non potendo o non volendo tenere il proprio cane, glielo portavano. Lui non rifiutava mai di tenerli. Il comune aveva un canile, ovviamente saturo. In un certo senso, il “pastore” faceva comodo. Ovviamente purtroppo i cani in quelle condizioni non sopravvivevano molto… non è stato calcolato quanti ne siano morti, ma si racconta (non ho verificato) che scavando nei dintorni si possono ancora trovare le ossa di quegli innocenti che in quell’inferno ci hanno lasciato la pelle. Il “pastore” aveva l’accortezza di non eliminare le cucciolate… in quel filmato si vedeva chiaramente come la madre fosse tenuta segregata con loro perché li allattasse.

 

   Lì era anche successa questa cosa abbastanza singolare.. alcuni cani erano riusciti a scappare da quel posto e avevano cominciato a vivere, liberi, nel boschetto circostante, formando un piccolo branco che si avvicinava al posto dove viveva il “pastore” soltanto per rubare da mangiare, e per questo erano spessissimo generosamente bastonati. Akela era figlio di quei cani, di questo si ha quasi la certezza. Nel filmato infatti non è altro che un cucciolo, non avrebbe potuto scappare da solo dall’aguzzino, e aveva un legame molto forte con la femmina di pastore bergamasco, battezzata in seguito Ariel, la quale aveva visibilmente allattato, secondo certe testimonianze. E’ dunque estremamente probabile che il mio cane sia stato l’unico sopravvissuto di una cucciolata venuta al mondo in quel bosco; non so dire, invece, se i suoi genitori erano scappati da quel luogo o se loro stessi erano figli di cani fuggiti. Udite udite, che gli allevatori e i comportamentalisti inorridiscano: per tanto tempo, placidamente accucciato ai miei piedi, non solo c’è stato un cane che non aveva avuto alcun tipo di imprinting nei primi mesi di vita, i più delicati; ma addirittura aveva avuto un imprinting assolutamente negativo con l’uomo, e il binomio cibo-bastonate è rimasto sempre impresso nella sua mente in maniera ormai indelebile purtroppo.

 

   Stavo parlando del 1997, così riporta la data del filmato che ho conservato. Sembrava che nessuno volesse sapere di quel postaccio, che tutti se ne strafregassero… ma un giorno,una persona normalissima, dalla cima di un alto condominio vide quello che succedeva in quello spazio, che era a cielo aperto ma circondato sapientemente da una altissima recinzione. Con l’aiuto di un binocolo assistette alle scene. Faceva parte di un’associazione che non nominerò, ma è una delle associazioni animaliste più conosciute. Ha presentato il problema ai soci, ma per motivi che non posso immaginare la maggioranza di loro ha sottovalutato la cosa. Allora un gruppo, un piccolissimo gruppo di persone, si è disiscritto e ha cominciato ad occuparsi del problema. Ovviamente il “pastore” era reticente all’idea di fare entrare degli sconosciuti nel suo regno… ma dopo un po’ di insistenze, portando cibo per cani e denaro, i nostri sono riusciti ad entrare. A questo punto gli si è presentato davanti uno spettacolo che, a detta di tutti, era molto peggio di quello che posso vedere nel mio filmato… i volontari cercarono di migliorare un po’ le condizioni dei cani e poi decisero di nascondersi addosso delle telecamere… quello che ho io è solo uno dei tanti filmati che sono stati realizzati.

 

   Riuscirono nel loro intento: il comune allontanò il “pastore”, la storia venne pubblicata su giornali locali… sempre il comune assegnò ai volontari “in eredità” il luogo del terrore e i cani che erano rimasti lì dentro, circa trecento… e assegnò loro il compito di affidarli in pochi anni, perché il terreno serviva per il polo fieristico che stava per essere costruito (veramente questo terreno è ancora oggi inutilizzato). Una volta costruite delle specie di gabbie con materiali di recupero, i volontari cercarono di recuperare anche i cani selvatici che si trovavano nel bosco. Alcuni si lasciarono catturare… altri sparirono (il golden retriever non è stato più visto)…altri ancora (Akela e Ariel) tenevano duro. Per prendere questi due cani è stato necessario sedarli.

 

   Mi hanno raccontato che Akela era stato chiamato così appunto perché era l’ultimo maschio del “branco” ad essere catturato, e qualcuno lo aveva immaginato come “capo” del piccolo branco…in realtà lui era solo un cucciolo, il capo “vero” era ovviamente la femmina . Inoltre ho saputo che i primi giorni di gabbia sono stati per quello che sarebbe diventato il mio cane molto ma molto difficili, e che lui mostrava parecchi segni di aggressività. Akela aveva quell’imprinting negativo con l’uomo che non gli permetteva di fidarsi degli esseri a due gambe; ma a causa della inevitabile selezione severissima di quell’inferno, era anche un cane dall’intelligenza straordinaria, era fisicamente molto forte e possedeva, cosa più importante di tutte, un’ incredibile capacità di adattamento. Passato il primo periodo, Akela divenne decisamente mansueto anche con gli esseri umani. Ovviamente questo è uno solo dei tanti piccoli miracoli compiuti dall’amore senza confini dei volontari… ma non significava affatto che Akela riuscisse a instaurare con loro un rapporto normale, come tutti gli altri cani… tutti i cani, proprio tutti, anche se maltrattati all’infinito credono negli esseri umani, e sono disposti a dare loro una seconda possibilità. Magari non subito, magari solo a una persona che scelgono con cura… magari, purtroppo, solo per poco tempo. Ma la fiducia negli umani sono sempre capaci di ritrovarla. Akela no, per lui non era così… lui tollerava quegli strani esseri a due gambe, si fidava di loro perché doveva farlo, ma non poteva “amarli”, non facevano parte del suo branco mentale insomma. Era sempre pronto all’eventualità che qualcuno tirasse fuori un bastone.

 

   Siamo ora nel 1999… quell’anno ha determinato una svolta incredibile nella mia vita (vado a “il bivio”???). Amavo i cavalli, andavo a cavallo da tempo. Un giorno ho fatto una bruttissima caduta. Ovviamente mia madre mi ha proibito di vedere un cavallo per il resto della mia vita (sèèèèèèèè). Un giorno trovo un volantino di quelli da buttare. Parla di adottare un cane a distanza. L’idea mi piace, e anche se i cani mordono riesco a ottenere il permesso di iniziare a fare volontariato… quando arrivo al rifugio improvvisato da quei volontari di cui ho parlato all’inizio era già successo il miracolo. Per merito dei giornali, di alcune apparizioni televisive, della sensibilizzazione continua nei confronti della gente della mia città e dintorni, i cani che erano rimasti erano… sei. Sei, su trecento e passa. Un vero miracolo. Non potrò mai dimenticare quei primi sei amici coi quali ho iniziato l’avventura che mi avrebbe portata alla facoltà di veterinaria… mi sono avvicinata timidamente, non sapevo nulla sui cani, mi hanno insegnato tutto loro sei… ma la prima volta che ho fatto il giro per vederli alla terza gabbia ho avuto un brivido. Un brivido, la pelle d’oca insomma. Una ragazza gentile mi stava presentando i cani. Appena lei appoggiava la mano sulle sbarre della gabbia, tutti correvano a leccargliela… tenerissimi… ma in quella terza gabbia, solo la femmina si avvicinò alla mano. Sono rimasta per qualche secondo a guardare incantata quel lupo (lupo, sì, ho proprio pensato: lupo) che se ne stava in un angolo. Era completamente nero, aveva il pelo lucidissimo nonostante i cani da canile non siano mai propriamente puliti. Il suo mantello serico brillava nell’ombra, il suo sguardo fiero ma al tempo stesso diffidente, che veniva da due occhi scurissimi ma brillanti come diamanti non si perdeva ogni mio minimo movimento.

 

“Lui è Akela” disse la ragazza “Non avere paura, non fa niente.”

 

Paura?? No, che paura… ero immobilizzata, ma era un’altra la sensazione che si era impossessata di me… era una sensazione indefinibile, che non avrei provato più nella vita. Ma per definirla mi sono dovuta inventare qualcosa, e allora dico sempre che era simile alla nostalgia…ma solo simile… perché era simile anche a quello che si prova quando ritrovi una cosa che ti era cara nella tua infanzia, della quale ti eri completamente dimenticato… tho, dici a te stesso, mi piaceva così tanto questa cosa, come ho fatto, crescendo, a dimenticarmela?...ed era simile anche a quando cerchi di ricordarti le parole di una vecchia canzone, e ti scappa una frase, e stai lì a pensarci tantissimo ma non te la ricordi, e poi proprio mentre non ci pensi ti balza in testa… ecco, ho provato tutte e tre queste sensazioni, e forse pure qualcos’altro, io, quando ho visto per la prima volta il mio Akela. Vite precedenti? Non so se crederci, ma ogni tanto ci penso. Comunque sia, era destino, al destino ci credo eccome. Ecco che il destino mi fa esclamare, davanti a quella ragazza:

 

“Se fossi qui per prendere un cane sceglierei quello

 

“Bhè” fa lei, in effetti è uno dei più belli.”

 

   Ma no, non era così, non era solo bello. Era stupefacente, ma non per la sua bellezza. Per la sua fierezza, per la sua nobiltà… lui era lì, sporco, in quella che sembrava la caricatura di un canile (le gabbie, lo ricordo, erano fatte con materiali di recupero), era a terra praticamente, e nonostante tutto sembrava pulitissimo e fiero come un cane di razza a un concorso. O meglio, come una tigre in una stretta gabbia da zoo.

 

   E dentro a quegli occhi freddi da lupo si poteva vedere non solo che aveva sofferto molto ma che non te l’avrebbe mai confidato, perché lui a differenza degli altri cani non aveva bisogno degli esseri umani, ma anche che doveva avere, sotto sotto, una natura molto dolce… quegli occhi neri così profondi, così grandi, così “femminili”… non potevano non essere dolci.

 

“E’ proprio uno dei più belli. Vedrai che sarà adottato presto”.

 

   Io adottai a distanza una cagnetta incredibilmente tigrata che avevano chiamato Shere Kan , e poi mi legai molto al cane mordace della situazione, il mio piccolo Rud. Ma Akela lo avevo in testa sempre.

 

   La ragazza aveva ragione, Akela venne adottato prestissimo. Una volta, due, tre, quattro… ho perso il conto. Succedeva sempre così: o Akela scappava durante la prima notte senza che nessuno se ne accorgesse evadendo in maniera quasi magica e rimaterializzandosi davanti al cancello scalcinato del rifugio (Lassie è NIENTE in confronto a ciò che sanno fare i cani veri) o addirittura davanti alla sua gabbia o, le volte che veniva adottato in appartamento, il giorno dopo i suoi nuovi padroni si materializzavano con lui davanti al cancello scalcinato del rifugio. Lo riportavano indietro, come si fa con un oggetto acquistato e difettoso… succede spesso, purtroppo, nei canili. E Akela era difettoso. Non era un cane normale.

 

   “Non da’ affetto” erano le tre parole che accompagnavano i suoi ritorni. Parole che mi rimbombavano in testa come proiettili, mi sarebbe tanto piaciuto rispondere a tono. Bhè, Akela con un eufemismo veniva spesso definito “indipendente”. La verità è che lui il suo affetto non lo regalava a vagonate come gli altri cani, non a degli emeriti sconosciuti poi. Aveva paura, certo, aveva paura degli esseri umani, ma non era solo questo: lui era l’unico cane a vederli come erano davvero, dei perfetti estranei rispetto alla sua specie! non potendo fidarsi di loro, come avrebbe potuto dare loro affetto? E come dargli torto, soprattutto??? Entravo nella sua gabbia, me lo stringevo e me lo coccolavo come fosse stato un cucciolo. Che esseri crudeli, come si può pretendere da un lupo l’affetto tipico di un cane, e dopo una sola notte??? facevo ancora il liceo e i professori mi torturavano col greco e il latino, e allora io gli parlavo e gli recitavo quei versi di Saffo che ora non ricordo quasi più, che dicono più o meno: “Sei come una rossa mela che alta rosseggia sul ramo più alto… ma non l’hanno vista i coglitori? Sì, l’hanno vista, ma non hanno saputo raggiungerla…”. Sì, bhè, lo so che sono scema, ma io così facevo. E secondo me la parte più profonda del suo cuore capiva quelle parole. Akela affetto veramente non ne dava nemmeno a me, era fatto in un modo che sembrava sopportare coccole e attenzioni. Ma non era così, a lui le coccole piacevano, vecchio furbone, solo che non era bravo nel chiederne, e nel darne. In compenso, il suo rapporto con i cani suoi simili era a dir poco fantastico. Akela era un cane equilibratissimo, con qualunque compagno di gabbia, anche con i maschi. Quando doveva sottomettersi lo faceva, senza alcun problema, e si lasciava guidare dal dominante. Quando invece era il nuovo venuto a sottomettersi, lui ricopriva il ruolo di capo nel migliore dei modi. In questo caso era il primo a mangiare, ma si accertava sempre che le femmine o gli eventuali cuccioli mangiassero a sufficienza. Una volta l’ho visto aggredire un suo sottoposto: questo perché questo secondo cane continuava a mordere un terzo, che aveva assunto posizione di sottomissione. Era un capo che non tollerava le ingiustizie, quando era capo.

 

   Io e lui siamo diventati un binomio inscindibile ben presto… come facevo a non adorarlo, il mio lupo? Abbiamo più volte partecipato a sfilate di beneficenza… allora mi prendevo cura del suo splendido mantello, e lui sfilate ne ha fatte così tante e spessissimo ci piazzavamo bene. Altre volte facevamo solo la sfilata dei cercafamiglia, e magari la famiglia la trovavamo… ma finiva sempre male. Quello che è certo è che io non sono assolutamente il tipo ma lui era nato per fare sfilate. Era bellissimo e sapeva di esserlo. Aveva un portamento fiero e orgoglioso, a volte sembrava che gli avessi insegnato a “piazzarsi”. Più di una volta mi è stato chiesto di che razza era e dove l’avevo comprato! Ma no, era un meticcio, meticcio da generazioni, provenienza canile e pure disponibile gratuitamente. Ma niente.

 

   Riassumendo, Akela ha passato il suo primo anno di vita, più o meno, libero nel bosco; poi si è sparato la bellezza di otto anni di canile ininterrotti. Otto. Oramai facevo veterinaria e il greco e il latino me li scordavo (non che li rimpianga troppo), ma continuavo a stringerlo e anche se Saffo non la sapevo più gli canticchiavo qualche canzone. Il suo bel pelo nero ora non era più così tanto nero… in certi punti appariva argentato (meraviglioso, ugualmente); il suo muso oramai era bianco, e negli occhi cominciava a formarsi quella sfumatura color della notte che copre come un velo di seta gli occhi dei cani anziani, quasi ad indicarci che ciò che dovevano vedere lo hanno visto, ed ora il mondo a loro può apparire sfumato, perché tanto ormai ne hanno scoperto il senso… (d’accordo! La veterinaria sconfigge la poetessa, e va bene. Si chiama nucleosclerosi senile, volgarmente definita cataratta senile, ma io preferisco velo della notte). Il mio Akela era nell’autunno della sua vita, si approssimava al tramonto… e la cosa che faceva male era che non aveva affatto scoperto il senso della sua esistenza, non era mai stato felice, non sapeva ancora cosa voleva dire essere un cane… perché lui era un cane, anche se dico che era un lupo… e, soprattutto gli avevano tolto per moltissimi anni una cosa che per lui doveva essere stata incredibilmente importante… molto più importante di quanto lo sia per molti altri cani… la libertà.

 

   I miei genitori, capitanati da mia madre, non volevano saperne assolutamente di cani in casa. Ma per uno strano gioco del destino, per una serie di coincidenze assurde (astrali???) mio papà realizzò il sogno della sua vita comprandosi una casa con giardino. Tutta da ristrutturare… ma una volta ristrutturata mia madre non avrebbe potuto opporsi alla presenza del cane. Che ovviamente seviva, per fare la guardia. Sèèèè.

 

   Non vedevo l’ora, e pregavo perché Akela… insomma, perché Akela rimanesse vivo e vegeto fino a quel giorno… ecco sì, Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita, ma purtroppo non è una cosa rara che gli angeli o chi per loro si vengano a prendersi i cani quando sono a un passo dalla felicità… ma non vennero gli angeli, no. Venne una bambina, un diavoletto. E scelse Akela. Ovviamente io non potevo oppormi alla cosa, né volevo farlo… Akela poteva essere felice prima del previsto, sarebbe stato da egoisti impedirglielo. Ma quella bambina era davvero un diavoletto, nei cinque minuti dell’adozione gliene ha fatte tante ma tante che... Non si tratta un lupo in questa maniera… comunque la mamma pareva ragionevole, speravo che col tempo riuscisse a presentarle quello sconosciuto che si chiama Rispetto Per La Vita, un tizio che davvero sono in pochi ad averlo incontrato e ad averci fatto quattro chiacchiere, quanto basta per sapere della sua esistenza. Però non lo nego, quando la macchina è partita ho pianto. Io sono una piagnona, ma piango da sola. Non piango MAI in pubblico, qualunque cosa accada. Akela è riuscito a farmi piangere in pubblico.

 

   Tra l’altro inutilmente, dal momento che la mattina dopo si erano tutti rimaterializzati davanti al cancello. Akela non era stato accettato dal gatto di casa. Veramente ho pensato che fosse una scusa… adesso che lo conosco meglio so che non lo è. Akela le prendeva dai gatti… e tanto. No, perché a lui piacevano un sacco, voleva per forza annusarli, e li rincorreva, e voleva giocarci (secondo me pensava che fossero cani…)…e le prendeva.

 

   Tornando a noi, ero a un passo dall’adozione ormai… ho incominciato col portarlo a casa il fine settimana. Questo per rendere meno traumatico questo incredibile cambiamento che sarebbe avvenuto presto nella sua vita, ma anche per rendere meno traumatico per i miei genitori l’impatto con un “cane”, un essere vivente diverso da un essere umano, un essere vivente che non era confinato in una gabbia, un essere che respirava e che era in grado di compiere gesti volontari quali muoversi all’interno di una stanza, decidere di bere, guardare fuori dalla finestra… cose del genere.

 

   Durante quelle brevi visite io ero felicissima… mi prendevo cura di lui continuamente, lo sommergevo di coccole ed attenzioni, lo ripulivo accuratamente… era bellissimo, era bellissimo avere un cane in casa. Ed era terribile riportarlo la sera. Veramente lui non soffriva affatto per questa cosa… si comportava come se si fosse trattato di  una gita, e poi era ben felice di ritornare al suo branco originario. Mi hanno raccontato che quando lo prendevo e lo portavo a casa tutti il giorno dopo lo venivano a sapere, perché Akela e la sua gabbia “profumavano come rose”… In casa mia si comportava come il cane perfetto che tutti vorrebbero avere… mai una pipì, mai uno sgarro, sembrava desiderare soltanto una copertina sulla quale rilassarsi per un giorno lontano dallo stress del canile… era curioso, ma esplorava in maniera discreta, imparando presto a non spaventarsi per quegli strani oggetti che producevano rumori o per quella manopola che se girava faceva uscire acqua da un tubo… inoltre imparò a fare le scale senza paura, e successivamente riuscì anche a non avere paura dei miei genitori. Ancora in un periodi successivo, affrontò coraggiosamente la sua paura per i bastoni e simili, rimanendo fermo ma comunque attentissimo se qualcuno maneggiava in casa oggetti simili a scope; ma non riuscì mai, mai a mangiare, qualunque cosa gli venisse offerta. Nutrirsi era la sua paura più grande…

 

   Il giorno dell’adozione cadde in un periodo decisamente difficile della mia vita… il più difficile in assoluto, non credo di riuscire a parlarne in maniera diffusa, (è decisamente problematico perché c’entra un argomento che è per me ancora molto delicato… il cibo, l’essere vegetariani, vegani, il mio non essere nessuna delle due cose…) ho avuto diverse delusioni in ambito affettivo come se non bastasse e anche con lo studio andava tutto malissimo… ero iscritta a veterinaria da parecchio, e cominciavo a credere di non azzeccarci niente con i veterinari, io. Mi era piovuta addosso direttamente quell’ondata di crudeltà nascosta dietro agli allevamenti, non solo quelli degli animali da carne, ed ero stata travolta completamente dall’indifferenza totale non solo dei professori, ma anche dei miei compagni, quelli che un tempo credevo amassero gli animali, quelli che un tempo gli animali li amavano veramente… come ho già detto, non sono diventata né vegetariana né vegana (è difficile per me spiegare perché, doveva essere la cosa più sensata… vegana, più che vegetariana… ma non è andata così, non c’era niente di sensato in quel periodo, che ricordo fortunatamente solo come un brutto incubo… mi sentivo in colpa anche per le piante, che vivono e soffrono,nel senso… io amo gli animali, ma come faccio a decidere che la vita di un animale è più importante di quella di una pianta? Chi sono, io, per deciderlo? Ma mi sentivo in colpa anche per gli esseri umani, per tutti… mi dicevo che stavo esistendo a discapito di molti altri, tutti migliori di me… e maledicevo quel Dio che aveva creato la legge secondo la quale dobbiamo tutti, per forza, ammazzarci a vicenda per vivere…e gli uomini, gli esseri umani, che l’avevano ampliata e resa ancora più barbara, inventando allevamenti intensivi e escogitando sofferenze continue per i loro schiavi) quindi il disagio che io provavo nei confronti di quella realtà a dir poco assurda non era riconducibile solo ai sensi di colpa riguardanti il cibo, che finalmente sapevo da dove proveniva… c’era anche qualcos’altro infatti… no, per fortuna non ho mai pensato al suicidio, io… forse solo per vigliaccheria. Volevo sparire, però, volevo non esistere più, e mi stavo dirigendo a grandi passi verso una delle più comuni malattie riguardanti, appunto, il cibo. Solo che io non facevo il conto delle calorie… ma il conto delle crudeltà inferte agli animali e alle piante, e un uovo , un bicchiere di latte, una fetta di carne o anche solo un’arancia per me significavano tutti una lunga catena di porcherie, che avrei sinceramente preferito non conoscere, e che si celavano dietro anche ad alimenti che non erano affatto carne… è per questo che non sono diventata vegana…l’essere solo vegetariana ai miei occhi appariva come un controsenso, significava rinnegare la metà delle crudeltà che ho visto inferte ad animali, mentre l’essere vegana poteva essere la soluzione, non tanto per dirmi che non avrei ucciso nessuno per vivere: sarebbe stata una bugia, le piante vivono… e piangono, e soffrono… ma quanto per il boicottaggio di tutte le sofferenze inferte agli animali, tutte, in blocco, da questa società del cavolo basata sul commercio, ho pensato di diventarlo.

 

   Ma non riuscivo a mettere animali e vegetali su piani diversi… tutto era uguale per me, tutto dall’uomo veniva e l’uomo portava solo sofferenza e morti atroci, sia ad animali che a vegetali, e anche ai suoi simili sfruttati sempre per il commercio… ben presto non fu solo il cibo, il problema, ma tutto ciò che usavo, che consumavo, tutto ciò che mi circondava… dietro a tutte queste cose c’era una lunga catena di atrocità, e ormai lo sapevo e ne ero complice. Ma i sensi di colpa per il cibo erano fortissimi, e non volevo mangiare niente, ma poi prendevo e mi abbuffavo di dolci come un’idiota. Nonostante i sensi di colpa mi assalissero ancora più violentemente dopo le abbuffate e mi costringessero sempre più spesso ad eliminare quel cibo perché mi facevo troppo schifo, ho messo su quindici chili in più in soli sei mesi e già non ero un figurino… inoltre cominciavo a soffrire di emicranie assurde, e io nella vita sono sempre stata maledettamente sana…“quando il mio angelo sarà con me… sarà tutto finito”, pensavo. No, purtroppo per me e soprattutto per lui non è andata così.

 

   Ho passato interamente in bagno la notte che doveva precedere il giorno più bello della mia vita… vidi l’alba dalla finestra, quella mattina, era bellissima… e io mi odiavo per avere rovinato impunemente a quella maniera quel giorno meraviglioso…

 

   I primi giorni dopo l’adozione sono stati orrendi… Akela voleva scappare, gli leggevo il panico negli occhi dal momento in cui aveva capito che questa volta non sarebbe tornato al suo branco. Inoltre, si è rifiutato di mangiare qualunque cosa nell’arco di quella prima settimana. I miei genitori non aiutarono affatto, anzi sono stata molto contenta di avere avuto l’accortezza di intestare quel cane a me… ma più il tempo passava più mi chiedevo se non gli stavo facendo del male invece che aiutarlo… aveva cominciato anche a fare incubi… accarezzarlo mentre dormiva era peggio… ma ho imparato presto che bastava parlargli dolcemente, e l’incubo se ne andava… poi, dopo circa una settimana, è scattata una molla: Aki stava benissimo a casa mia. Si era semplicemente adattato, poveretto… aveva usato quella che ho definito come la migliore delle sue qualità, la capacità di adattamento. E si era adattato a fare parte di un branco di esseri umani. Veramente io volevo tanto una compagna per lui… ma mia madre non è assolutamente stata d’accordo…

 

   Dunque, Akela era con me e si era adattato in qualche modo a vivere con noi… in quel momento ogni tanto mi riprendevano le crisi…l’ho detto, non c’era niente di razionale in quel genere di cose… ma qualcosa era cambiato. Adesso non ero sola. Io non lo volevo far soffrire…non lui, che aveva già sofferto tanto… funzionava così: quando non mi alzavo dal letto, lui saliva ai piedi del letto e mi guardava preoccupato. In casa mia per lui era vietatissimissimo salire sul letto, o anche solo entrare in camera da letto, perché nella Bibbia Della Medicina Secondo Mia Mamma c’è scritto a caratteri cubitali che “gli animali portano un sacco di malattie”. Bhè, quando io stavo a letto e non mi alzavo lui era lì. Non c’era porta che non aprisse, non c’era genitore che lo spaventasse e lo riconducesse al suo posto da cane, non c’era bocconcino prelibato che lo facesse allontanare da me. Lui capiva che io stavo male. E mi guardava. Come si può dimenticare quello sguardo? Si tratta del ricordo più bello che ho di quel periodo. Akela si era accorto che non stavo bene. Mi sembrava perfino che parlasse.

 

“Che c’è? Stai male? Non preoccuparti. Sono qui, io non ti lascio.

 

Piangi? Ecco, questa è la mia pelliccia. Non ti lascio.

 

Sei triste? Presto passerà. Nel frattempo non ti lascio. Ricordati che sto con te”

 

Se mi alzavo per andare in bagno, lui mi girava intorno, contento.

 

“Stai bene? Visto che stai bene? Andiamo in giro? Mangiamo qualcosa?”

 

Se in bagno ci stavo “troppo” lo sentivo piangere, leggermente, sussurrando, da fuori dalla porta.

 

Se tornavo a letto, poco male. “Stai ancora male eh? Non preoccuparti…sono qui!”

 

Bhè… sfido chiunque a non rimettersi in piedi, a non guarire completamente, a continuare a desiderare di non esistere quando vedi che un animale del genere desidera ardentemente che tu viva. Akela ha fatto per me ciò che era più naturale: mi è stato vicino. Non riesco ancora a descrivere quanto è stata importante per me questa cosa… piango ancora, se ci ripenso. Il mio Principe mi ha fatto guarire, proprio lui che l’inferno lo ha visto molto più da vicino rispetto a me, proprio lui che ha avuto per tutto il resto della sua vita un rapporto col cibo più problematico del mio… oddio, che vergogna… e io adesso sto bene, a distanza di più di due anni posso dirlo: sto bene. Se non fosse stato per lui, quando e come mi sarei rialzata? Non che ancora adesso il rapporto con le cose che studio e quelle che mangio sia un idillio… e quando sono sotto stress ripartono le emicranie. Ma fino a poco tempo fa c’è stato Akela ai piedi del letto ad aspettarmi, a dirmi che finchè c’era lui niente avrebbe potuto farmi stare male davvero…e ora, una sua degna sostituta assolve questo compito...

 

   In breve tempo Aky era diventato la mia ombra. Mangiava solo in mia presenza, anche se gli veniva offerto qualcosa  di molto buono. Avrebbe voluto seguirmi ovunque andassi; se mi assentavo da casa lui si accucciava e non faceva niente… non mangiava, non beveva, non dormiva. Aspettava. Ansia da separazione, pareva… tipiche, nei cani che sono vissuti tanto al canile… purtroppo ci potevo fare ben poco, non sarei mai potuta riuscire a portarlo ovunque… e al mio ritorno, all’inizio mi girava intorno, apparentemente felice. Spesso mi guardava da lontano, a volte si svegliava, scopriva che non ero più in stanza con lui e mi cercava… quando mi trovava sembrava felice. Sembrava che volesse dimostrarmi il suo affetto ma che non fosse sicuro di sapere come fare… da qualche parte, in “Zanna Bianca”, c’è scritto che Zanna Bianca dopo avere conosciuto il suo ultimo padrone sembrava un innamorato che non sapeva come dichiararsi. Così sembrava, il mio Akela. Gli ho insegnato “zampa”, una cavolata… ma lui ha capito che questa cosa mi faceva felice e non mancava mai di porgermi la zampa, lo faceva fino a poco tempo fa, circa cinquanta volte al giorno… poi, il vero miracolo. Akela ha cominciato a scodinzolarmi. E a farmi le feste. Volevo filmarlo, al canile non ci credevano. Akela mi faceva le feste come un cane normale… anche se per me era un lupo, sotto sotto da qualche parte, lui aveva riscoperto di essere un cane davvero…

 

   E aveva imparato a fidarsi di me. Lo ricordo come se fosse stato ieri, lui aveva rubato un osso a uno dei gatti che passavano in giardino e me lo aveva nascosto. Colto in flagrante, l’ho sgridato forte… ero furente, non volevo mangiasse robaccia in giro. A quel punto… lui ha cominciato ad aspettare la punizione. Le botte. Aspettava le botte… era ovvio che non gliele avrei mai date. “Non farlo più” gli ho detto accarezzandolo. E lui ha capito… aveva capito il significato profondo che si celava dietro quelle carezze, aveva capito che non importava quanto fossi arrabbiata, io non lo avrei picchiato mai. E ha cominciato a correre, a correre per il giardino, felice. E’ stata una cosa bellissima...

 

   E un altro giorno ha fatto una cosa che mi ha fatto quasi piangere dalla commozione: mi ha rubato un biscotto. Sembra una scemenza, eh? Ma lui ha sempre pensato che mangiare portasse inevitabilmente alle botte… rubare del cibo, poi, era una cosa che non si sarebbe mai permesso… non se non avesse avuto la certezza che nessuno gli avrebbe fatto del male. E’ stata una prova di fiducia… al mille per cento, nei miei confronti!

 

 

 

   Bhè… tutte le belle favole però hanno una fine, e le storie sugli animali che sono stati nostri amici hanno sempre una fine triste. Soltanto due anni… soltanto per due anni il destino mi aveva concesso di tenere Akela con me. I due anni più belli della mia vita, non esito a dirlo… Aky mi ha fatto crescere, maturare, fare progetti e prendere decisioni che mai e poi mai avrei preso senza il suo appoggio… e poi è dovuto andarsene… come fanno i cani che ci accompagnano nella nostra infanzia o nella nostra adolescenza, come fanno gli angeli custodi che ti sorreggono in un momento difficile ma poi se ne devono andare.

 

 

 

   Tumore ai testicoli. Una cavolata… la maggior parte delle volte… cioè, a scegliere un tumore quello lì è il più “bello”, lo so. Circoscritto… un organo non vitale… di solito niente metastasi. Mi ripetevo che in fondo non nera nulla ma il primo rintocco lo avevo già sentito. No… non poteva lasciarmi allora… avevo fatto una cosa terribile, mi ero abituata  a lui, alla sua presenza, al suo amore. Non avevo questa grandi colpe, ma tutto cominciava pesarmi… il bacio della buona notte non dato, la passeggiata non fatta… l’idea di perderlo, la sola idea di perderlo, era insopportabile… ho assistito all’operazione (io che sono così suggestionabile che non riuscivo nemmeno a vedere un suo vaccino…)… non perché non avessi fiducia nei veterinari, ma perché stare dall’altra parte della porta sarebbe stato insopportabile… dovevo vedere che gli facevano… ho atteso il citologico, tutto a posto, c’era stata una reazione anomala ma tutti tumori benigni… ho festeggiato, ho comprato un lupo di peluche che vedevo in una vetrina da tempo per festeggiare. Ma dentro di me lo sapevo che non sarebbe finita lì…

 

   Però Akela mi ha concesso altri due mesi. Due mesi in cui ho vissuto con lui ogni minuto come se fosse non l’ultimo, ma il primo che stavamo insieme. Ogni minuto, come se fosse un regalo… così almeno questo non mi pesa sulla coscienza.

 

   Poi ha iniziato a non mangiare, a non riuscire a mangiare… e l’ho sentito gridare. Non aveva mai gridato, non si lamentava mai di niente lui… sapevo che il male era forte, troppo. Infiammazione del muscolo, dicevano. Non ricordo di preciso quando è stato, ma lui me l’ha detto chiaramente che se ne stava andando. Che era alla fine. Ha cominciato a non respirare, e questa cosa col cortisone non c’entrava… ho cominciato a portarlo in ambulatorio prima e poi nelle cliniche. All’inizio pareva divertirsi… non aveva più paura della gente, e poi c’erano i cani, ma poi stava così male da non sopportarlo più. Ho sbagliato. Non c’era una diagnosi, tutti gli esami erano perfetti. Nello stesso istante in cui sentivo la rabbia che prova un proprietario davanti a tanti medici che non capiscono, sentivo anche la frustrazione che prova un medico quando non capisce. Un altro esame, mi dicevo, un altro ancora… magari solo per trovare qualcosa che possa alleviargli il dolore… ma niente.

 

   L’ultimo. Eravamo proprio arrivati all’ultimo. Lì ci hanno divisi… è stato tremendo. Soprattutto per lui, l’ho visto correre verso di me appena si è aperta per sbaglio la porta, e io avevo accettato di stare dalla parte sbagliata.

 

   Poi, poi… un casino… d’urgenza in terapia intensiva… perdeva sangue… non capivo… capivo solo che non potevo stare con lui. Quando e lo hanno fatto rivedere, in quella stupida gabbia da laboratorio, che vomitava sangue con ‘ossigeno nel naso e gli occhi di chi è stato punito... ho urlato, anche io. I suoi polmoni erano devastati… sarebbe morto a breve.

 

   Me lo sono ripresa… volevo che lui sentisse che gli dicevo “andiamo” da quel posto, da quella gabbia… volevo portarlo a casa ma capivo che non sarebbe arrivato a sera. Sono corsa in ambulatorio… il mio veterinario non ha capito perché fossi corsa da lui, ma era d’accordo con me che volevo… pretendevo, per il mio lupo, la morte dolce.

 

   Su quel tavolo a me tanto familiare, in quella stanza in cui lui era stato mille e mille volte, in cui aveva ricevuto lodi e giocato con cani e gatti, in cui aveva spaventato le anziane signore entrando di botto aprendo la porta a soffietto, perché lui rispondeva a richiamo per i gatti… lì, l’ho abbracciato forte per l’ultima volta. Era irriconoscibile...rasato ovunque, inscheletrito, con la bocca sporca di sangue e gli occhi fuori dalle orbite… si vedeva il cuore, anche da fuori, che andava avanti e andava avanti… cocciuto… troppo forte, troppo.  Probabilmente non solo i polmoni non erano a posto e i tumori magici erano senz'altro comparsi da altre parti... credo soffrisse anche di fegato o di stomaco, credo che oramai era un tumore unico e aveva poco senso capire da dove tutto era cominciato, non lo saprò mai... Non importava, era bellissimo comunque. Speravo di potergli dire qualcosa di intelligente, mi è uscita soltanto quella frase letta tante volte in un libro: “Mentre lasci questa terra e questo cielo per andare a riposare per l’eternità, ricordati che non sei solo.”. So che mi ha sentito...

 

   L’ho abbracciato forte forte, l’ho sentito abbandonarsi dolcemente e finalmente al sonno. Non ne poteva davvero più. Lo avevo fatto davvero soffrire troppo.

 

 

   Ho creduto per tanto tempo che senza di lui sarei stata persa, e così è. Il mondo aveva cominciato a piacermi solo perché era una cornice che abbracciava il vero soggetto del quadro, il mio Akela. Ho raccolto pian pianino tutti i progetti che avevo fatto con lui e per lui. Andranno avanti. Ho litigato con me stessa e con veterinaria, ho dovuto far pace con entrambe. E accanto a me c’è una cagnetta.

 

 

 

   Non è il cane che pensavo avrei preso dopo la morte del mio lupo. E’ un’altra. Lui me l’ha ricordata… tante e tante volte, quando stava male. Mi ha fatto venire in mente lei tante e tante volte. Così, lei ora lascia impronte al posto di quell’angelo che ora non ha più bisogno di lasciarle... Aky aveva deciso e lei ha ereditato tutto ciò che aveva lui, la sua cuccia, la sua coperta, la sua umana, la sua felicità. Non ha potuto ereditare l’amore che ancora mi lega a lui, ovunque sia. Certo le voglio bene… ma in maniera molto diversa.

 

 

 

   Akela era speciale. Era solo l’inizio forse. Mi aveva forse indicato la strada. Mi guiderà sempre, forse.

 

 

 

   Ogni tanto piango ancora… non è che una delle tante facce dell’amore, in fondo. Il nobile corpo che racchiudeva la sua meravigliosa anima finita chissà dove è qui, sotto al ciliegio, nella casa in cui bene o male è stato felice… nella casa in cui ha scoperto di poter amare un’umana.

  

    Nella casa in cui ha scoperto di essere un cane.

 



by Merly
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(venerdì, 31 agosto 2007, 00:04)

"Vorrei apparire di notte, furtivo come una lacrima e in silenzio, vorrei gridare il silenzio della mia testardaggine fin oltre la tomba e sentirmi in afflato con il cosmo e sentire dentro di me una forza tale da sconquassarmi le interiora. E perdermi e non ritrovarmi più..."
(da "I Lupi", Alberto Teodori)



by Merly
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