L'agnello Martino (Orio Vergani)
La colonna degli autocarri stava per mettersi in marcia quando arrivò, portando come il buon pastore un agnello sulla spalla, un vecchio ascaro della Sussistenza. Non si poteva vivere tanti giorni solamente di scatolette, formaggini e biscotti, e il Commissariato ci mandava in regalo, per il giorno in cui non avessimo potuto fare a meno di un po’ di arrosto, questo agnellino: cinque chili di “carne in piedi”. Il dono fu salutato con gioia, si fece a gara a palpare l’agnellino, e chi proponeva di farlo arrosto, e chi suggeriva di cucinarlo in umido. La bestiola era stordita e non riusciva più nemmeno a belare. Perché non si buttasse giù dal camion venne relegata, fra tre sette, in una specie di recinto, sotto le brande di quel nostro capannone ambulante. Non so per quale ragione, era per metà tosato, il nostro agnello, come se sulla sua lana avessero voluto provar l’affilatura della forbice; e per questo perché gli mancava mezzo mantello, fu deciso di dargli il nome di Martino che sembrava il migliore.
Martino, dopo il primo giorno di viaggio si adattò alla sua nuova vita. Il primo giorno aveva persino avuto il mal di mare, per i sobbalzi e i tuffi sulle dune e per l’odore di benzina. Uno aveva proposto di ammazzarlo subito perché non soffrisse più. Ma si era appena partiti, si era mangiata carne fino al giorno avanti; era meglio serbare l’agnello per il momento in cui lo stomaco non ne avrebbe voluto più sapere di biscotti e sardine. Martino, alla tappa, fu scaricato e, legato con un lungo spago al raggio di una ruota, si arrangiò a pascolare fra quelle poche erbe che poteva raggiungere nel giro del suo legaccio. Il soldato del camion fece notare che la povera bestia doveva aver sete, e che, se la sua sorte era destinata, non era giusto che morisse di sete. In mancanza d’altro Martino fu abbeverato con dell’acqua minerale in fondo a una gavetta. Si tirò indietro due o tre volte, perché le bollicine gli pungevano il naso. Decisi a farlo bere, uno di noi se lo inchiodò fra le ginocchia, e un altro, turandogli il naso come un bambino che non vuol prendere l’olio, lo imboccò col cucchiaio. La notte dormì sotto il camion, saldamente legato, e al risveglio si balzò giù a vedere se, al buio, non ce l’avevano rubato, per via di quelle carni tenerelle.
Eccoci in cammino per Giarabub, con l’agnello Martino. Non è detto che si pensi sempre a lui, perché abbiamo altre cose a cui pensare, quel che vedremo, quello che sentiremo, le fucilate. Martino di tutto questo non sa niente, si è messo col musetto nella direzione della corsa e beve quel po’ d’aria mossa che gli fa bene al cuore.
A questo traballare, a questi scossoni, a questo inerpicarsi e a questi tonfi s’è rassegnato. Ha le gambe legate. Non si ricorda più del gregge lontano. Ha disimparato a belare. Ogni tanto, in mancanza d’erba, gli passiamo un biscotto, e pare che gli piacciano. Negli alt, quando scendiamo e sediamo a terra all’ombra del radiatore, i formaggini non vanno giù se non li aiutiamo con grandi sorsi d’acqua, ci impastano i denti e la lingua. Sono i momenti in cui si pensa di più che la presenza di Martino sarà un giorno la salvezza dei nostri stomachi affaticati dalle scatolette e dal calore. Per questo siamo tutti interessati alla sua salute. Martino non deve dimagrare, non deve soffrire, non deve, soprattutto, morire di morte naturale, che ci renderebbe sospetta la sua carne. Uno di noi dice, una sera: “Martino ha bisogno d’erba.” E a turno, perché Martino servirà a tutti, all’alba si va a cercare un po’ d’erba bagnata di rugiada, certi grami fili che si taglian col temperino fra un sasso e l’altro. Martino si trova innanzi tutto quel che di meglio può dare il deserto, e si permette di scartare i fili d’erba più duri e di attaccarsi solamente a quelli tenerelli e profumati.
Non me ne intendo di agnelli: ma mi pare un bell’agnellino. Sono io che, al terzo giorno, m’incarico di custodirlo dai probabili tentativi di furto. Sto a scrivere all’aperto vicino al camion, e farò la guardia fino a mezzanotte. Martino ha guardato un pezzo in su, alla mia candela. Poi si è accucciato, ha messo la testa in terra e si è addormentato. Ha il collo sottile, da bambino malato e la palpebra cerula. Un giorno, fra due, tre, quattro al massimo, bisognerà ucciderlo. Abbiamo anche invitato, per il festino, un comandante di battaglione che penserà a fornirci la salsa per l’intingolo. Intanto io scrivo, e Martino dorme. Prima di addormentarsi un compagno chiede, di sotto la cuffia del camion: “Cosa fa Martino?” Rispondo che dorme, e sto per aggiungere che dorme come un bambino. Ma mi fermo. Si può dire così mentre ci prepariamo tutti a metterlo arrosto? Siamo in otto, che aspettiamo il momento di cucinarlo e dividercelo. Chi ha prenotato il cosciotto e chi le costolettine. Io ho già dichiarato che la testa non la mangio. Mi hanno accusato di essere sentimentale, e c’è chi dice che la testina di Martino sarà certo la parte più saporita. I più ghiotti affrettano i tempi, osservano che siamo a metà strada per Giarabub, dove troveremo quanti agnelli vorremmo. L’ora di Martino dovrebbe già essere scoccata. Ma c’è anche chi dice che un giorno o due si può ancora aspettare. Intanto, chi sa come, Martino ha imparato di nuovo a belare, ogni tanto si fa sentire, e uno gli tira un calcio perché se insisterà a belare finirà a impietosirci, e nessuno vorrà farlo scannare. La compagnia sta già dividendosi in due partiti: i pietosi e i pratici negatori d’ogni sentimentalismo. Uno di questi afferma che, se lo nutrissimo per un paio di giorni a foglie di salvia, le sue carni sarebbero naturalmente profumate.
Combatteremo domani? Nessuno lo sa. Alla sera, quando si pianta l’accampamento, si sgrana qualche salva di mitragliatrici, per ripulire le armi dalla sabbia. Un po’ di sparatoria, che si fa lunga nel cerchio del deserto. Martino si addossa alla ruota cui è legato, non capisce cosa succede, ha tentato inutilmente di scappare. I nostri formaggini si fanno sempre più insopportabili. Il biscotto non va giù. “Bisogna decidersi” dice uno: “ non vorremo mica riportare una pecora a Porto Bardia!” Ma l’agnello è di tutti e bisogna mettersi d’accordo. È stabilito che Martino deve morire; ma quando? Uno dice: “Subito!” Ma si è già mangiato e, se lo accoppassimo adesso, con questi calori prima di domani puzzerebbe.
Poi c’è il problema del tegame. Ce lo faremo imprestare da una cucina di battaglione. Ciascuno ha un battaglione amico, andrà da lui a parlare. Invece di un tegame ce ne saranno quattro. E chi lo cucinerà? Uno di noi afferma di aver cucinato non si sa quanti agnelli durante i suoi viaggi in America. Ma noi sappiamo che ai suoi viaggi in America non c’è troppo da credere: e tanto meno ci par di dover credere alle sue cotture di agnelli in mezzo alla pampas. All’indomani, di Martino non si parla. Si è alla vigilia dell’arrivo a Giarabub. Forse ci sarà un combattimento e parecchi pensano che sarà bello stare coi primi e sparare. Si fanno molte chiacchiere tra una tenda e l’altra, per raccogliere le informazioni delle pattuglie mandate in esplorazione. Si bevono molti caffè. Uno di noi prova persino lo scatto della baionetta per essere pronto a tutto, domani. Un altro scrive all’innamorata, in stile lievemente eroico. Martino è rimasto sotto il camion, e non si è fatto vedere per tutta la sera. Il dio degli agnelli lo ha ispirato. La sera dopo, accampati davanti all’oasi di Giarabub possiamo raccontarci com’è passata la giornata: l’avanzata nella luce dell’alba, la visione del paese entro la cintura di palme, il saluto dei notabili che venivan fuori dalla duna a fare atto di sottomissione, l’ingresso in paese e l’alzabandiera. Avremo da scrivere per tutta la notte, se vogliamo mandar via i nostri articoli con un aeroplano che dovrebbe arrivare qui domani mattina, quando si sarà predisposto alla meglio un campo. Per stasera si può riposare perché la giornata è stata abbastanza faticosa. E da una specie di sedia a sdraio vien su la voce di uno che dice: “Sarebbe il momento di farla finita con Martino. Si potrà così mangiarlo domattina a colazione.” Non si sa cosa obiettare. Chi lo ucciderà? Ci pare più che naturale che l’incarico venga affidato ad uno dei conducenti, ragazzotti di campagna abituati più di noi a queste faccende. Li chiamiamo uno alla volta.
“Tu sai ammazzare un agnello?”
Uno dice di no: un altro si, ma però… siamo tutti in cerchio. L’amico d’America ha slegato Martino, e lo tiene al guinzaglio in mezzo a noi. Ha una nera barba, l’occhio sanguigno, il dorso delle mani peloso. Inveisce contro i soldati: “Fate anche voi come i letterati puri?” quelli della comitiva che credono di riconoscersi come letterati puri affermano di sapere benissimo, se è necessario, uccidere l’agnello. Uno tira fuori una rivoltella. Lo fermano in tempo. Perché far saltare le cervella, che son la parte più buona di Martino? Occorre una baionetta. Ma le nostre baionette sono fisse, innestate alla canna del moschetto. L’americano ride: “Tante storie! Dite che non volete mangiarlo…” Ripetiamo in coro che tutti vogliamo mangiarlo. Ma per ucciderlo non sarebbe meglio chiamare un ascaro?” “Un ascaro?” grida l’americano. “Per farci compatire? Per far dire a tutto un battaglione che nessuno di noi ha il coraggio di uccidere un agnello?” ci farà veder lui che è stato nelle pampas, come si fa. Ha un temperino a sette usi che par fatto apposta.
Qualcuno lo elogia per l’iniziativa: ma gli fa osservare che questo non è il luogo più opportuno. Vada un po’ lontano dai nostri camion, là, dietro uno dei muretti dell’oasi. È sera e c’è la luna dietro le palme, una luna che non ha luce. L’amico scompare presto alla nostra vita. Nessuno di noi, del resto, guarda dalla sua parte. Uno grida verso il buio: “Mi raccomando, Antonio! Un colpo solo!” Di laggiù nessuno risponde. Ascoltiamo. Si sente il belare di Martino, trascinato al supplizio. Poi le altre voci del campo nascondono la sua voce. Aspettiamo in silenzio. Si parla della città occupata, della moschea, dei suoi tappeti, delle tombe dorate dei Senussi. Antonio non torna ancora. Uno dice: “Vorrà fare un capolavoro! Ce lo porterà già scuoiato, e con la pelle si farà un bavero per il cappotto…” I soldati hanno accesa una macedonia. Gli ascari cantano, attorno ai fuochi, certe loro cantilene.
Nel cerchio di luce delle nostre candele riappare all’improvviso Antonio, con la barba nera e l’occhio sanguigno. Ha, al guinzaglio, Martino, più vivo di prima. Borbotta impacciato: “Bisognerà chiamare un ascaro… io ho provato. Ma, con questa maledetta luce di luna non vedevo bene la carotide. Gli ho fatto un taglietto, e si è messo a belare come un ossesso. Non ho potuto andare avanti. Chi di voi ha un pezzetto di taffetà?”
La ferita era grave? Vai a capirlo. Buttava appena una goccia ogni tanto, e al taffetà si aggiunse una benda di garza tolta da un pacchetto di medicazione. Accennando al temperino rugginoso, uno parlò di tetano. “Povero Martino! Morire di tetano a Giarabub!” L’americano si dava un gran da fare. La benda venne disfatta, e la ferita disinfettata. Adesso si trovava che Martino era stato il nostro portafortuna, e noi, crudeli, eravamo stati sul punto di mangiarlo. Ebbe doppia razione d’acqua minerale, e certa insalatina rubata in un orticello dell’oasi. “Chi sa se passerà la notte?” domandavamo. La notte la passò benissimo. L’indomani si visse ancora di formaggini. Di Martino non si parlò quasi per un pudore del nostro intenerimento. Si notò solamente che, ed era vero, era l’unico ferito della spedizione. Io che tornavo dalla costa per il primo, sulla prima macchina che avrebbe percorso in due giorni la via del ritorno per portare la posta, mi offrii di riportar Martino a Porto Bardia, al Commissariato, con tutti i nostri ringraziamenti. Viaggiò così fra le mie ginocchia, dormendo nel fortino di Es Scegga e alla ridotta Capuzzo. Il vento della corsa mi bruciava il viso e guariva definitivamente la ferita dell’agnello.
Solamente quando fui in vista delle mura di Porto Bardia pensai al lieve ridicolo di tornare dall’oasi dei senussi portando i primi particolari della spedizione con quell’agnellino al guinzaglio. Restituirlo al Commissariato? Era la sentenza di morte di morte immediata. L’ispirazione mi venne d’un tratto, quando vidi, fra i cespugli della steppa, un gregge al pascolo. Toccai il conducente sulla spalla. Fermò e scesi. Tirai giù Martino, gli slegai le zampette. Il pastore del gregge non si vedeva. Doveva esser seduto dietro qualche cespuglio. Mi chinai verso l’agnello. Disfeci la benda, lo accarezzai sulla testina lanosa e spingendolo per la groppa, gli detti l’avvio verso il gregge, dicendo “Addio Martino!” Era riluttante, ma i belati lo chiamavano. Attese un momento poi fece un balzo. Lo seguii con lo sguardo anche quando mescolò il candore del suo mezzo mantellino ai mantelli più scuri del gregge, e unì la sua piccola voce di reduce alle più grosse voci dei sedentari, poi non lo visi più. Il motore del camion aveva ripreso sotto il colpo dell’acceleratore, e rientrai a Porto Bardia, senza voltarmi indietro, perché, nello specchietto, avevo visto il pastore, che era sorto dal nulla, e faceva, nel gran baraccano, gesti che mi parevano di interrogazione. Sinceramente, non avrei saputo cosa rispondergli.