chi sono?


Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.

cos'è questo blog?

E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!

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Le altezze dell'amore

“Tu vedi questo cane. Era soltanto ieri e io meditavo dimentica della sua presenza accanto a me finchè pensieri su pensieri mi portarono a lacrime su lacrime; quando dal cuscino su cui giacevo, le guance bagnate di pianto, una testina ricciuta come quella d’un fauno sorse dal nulla accanto al mio viso, due occhi grandi d’oro chiaro interrogarono i miei, un orecchio morbido mi accarezzò sulle guance a tergere il mio pianto. sgranai gli occhi al momento, come qualche abitante d’Arcadia, stupito dal dio caprino nei boschi al crepuscolo, ma come quella visione di riccioli mi venne più accanto ad asciugarmi le lacrime, riconobbi Flush, e superai sorpresa e tristezza, ringraziando il dio Pan che, dalle piccole creature, conduce alle altezze d’amore.” Elizabeth Barrett Browning, “Flush or Faunus”

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(martedì, 19 maggio 2009, 14:36)

IL LEONE E IL CANE (storia vera e commovente)

(Lev Tolstoj, i quattro libri di lettura)


C'era a Londra un serraglio in cui si poteva entrare anche consegnando al proprietario, in luogo del denaro, cani o gatti da dare in pasto alle belve.

Un povero, che non aveva denaro, volle, un giorno, vedere le fiere. Per la strada aveva raccolto un cagnolino randagio, che portò al serraglio. Fu lasciato entrare. Il cagnolino venne gettato nella gabbia del leone perché questi se ne cibasse.

Il cagnolino si mise la coda tra le gambe, si rannicchiò in un angolo. Il leone s'avvicinò e lo fiutò un istante.

Il cane allora si mise sulla schiena, con le gambe in aria, e dimenò la coda.Il leone lo tastò con la zampa e lo costrinse a mettersi in piedi. Il piccolo cane si alzò e gli fece le moine. Il leone lo seguiva con gli occhi, dondolando la testa ora a destra ora a sinistra, e non lo attaccava.

Quando il guardiano del serraglio gli ebbe lanciata la sua razione di carne, il leone ne staccò un pezzetto che lasciò al suo cagnolino. Verso sera, quando il leone si coricò per dormire, il cagnolino si stese presso il leone e gli mise la testa su una zampa.

Da quel giorno, il cagnolino non abbandonò più la gabbia. Il leone lo lasciva tranquillo. Mangiavano e dormivano di buon accordo, e qualche volta il leone giocava con lui.

Un giorno, un signore che visitava il serraglio riconobbe il suo cagnolino, e domandò che gli fosse restituito. Il direttore del serraglio acconsentì; ma quando si chiamò il cagnolino per farlo uscire dalla gabbia, il leone si raddrizzò sulle zampe e ruggì.

Il leone e il cagnolino vissero un anno intero nella medesima gabbia, quando un giorno il cagnolino si ammalò e morì. Il leone rifiutò il cibo, non smetteva di fiutare la bestiola, la accarezzava, la scuoteva con la zampa.

Quando ebbe capito che il suo compagno era morto, diede un balzo, arruffò il pelo, si batté i fianchi con la coda, si gettò contro le sbarre, e si mise a rodere i catenacci della gabbia e a mordere le assi del pavimento. Il suo furore durò tutto quel giorno: percorreva senza sosta la gabbia avanti e indietro e ruggiva. Soltanto verso sera, calmatosi, si coricò accanto al morticino. Il guardiano voleva portar via il  cadavere, ma il leone non lasciava avvicinare nessuno.

Il direttore pensò di calmare il dolore mettendo nella sua gabbia un altro cagnolino vivo. Immediatamente il leone lo sbranò. Poi prese il piccolo cane morto fra le sue zampe e restò coricato cinque giorni, tenendolo così abbracciato.

Il sesto giorno morì.

GRAZIE MILLE A LUGI!!!!

 



(martedì, 19 maggio 2009, 14:13)

IL LEONE E IL TOPO

(Lev Tolstoy, da "I quattro libri di lettura")

Mentre un leone stava dormendo, un topo attraversò di corsa il suo corpo. Il leone si svegliò di soprassalto e lo prese. Il topo lo supplicò di lasciarlo libero, dicendo: "Se mi lasci andare, io, pur essendo un topo, un giorno ti aiuterò". Queste parole divertirono il leone il quale, ridendo, lasciò libero il topo.

Qualche tempo dopo, avvenne che certi cacciatori fecero prigioniero codesto leone, lo legarono ed assicurarono ad un albero la fune che lo legava. Il topo udì il leone ruggire disperato. Accorso, rosicchiò la corda e disse: "Ricordi? Le mie parole ti fecero un giorno ridere, perché tu non pensavi che io potessi aiutarti. Ebbene, ora sarai convinto: anche un topo può essere utile ad un leone."

Questa favola in realtà assolmiglia tantissimo a una favola di Esopo... chissà forse Tolstoj l'ha solo ripresa, dal momento che i suoi libri venivano letti nelle scuole, a vantaggio dei più piccoli.

 

GRAZIE MILLE A LUIGI!!!! 




(mercoledì, 12 settembre 2007, 12:33)

L'usignolo e la rosa



   - Ha detto che ballerà con me se le porterò delle rose rosse – si lamentava il giovane Studente – ma in tutto il mio giardino non c’è una sola rosa rossa.
Dal suo nido nella quercia lo ascoltò l’Usignolo, e guardò attraverso le foglie, e si meravigliò:
- Non ho una rosa rossa in tutto il mio giardino! – si lamentava lo Studente, e i suoi begli occhi erano pieni di lacrime.
- Ah, da qual sciocchezze dipende la felicità! Ho letto gli scritti di tutti i sapienti, conosco tutti i segreti della filosofia, ciononostante la mancanza di una rosa rossa sconvolge la mia vita!

   - Ecco finalmente un vero innamorato – disse l’Usignolo. – Notte dopo notte ho cantato di lui, nonostante non lo conoscessi: notte dopo notte ho favoleggiato la sua storia alle stelle, e ora lo vedo. I suoi capelli sono scuri come i boccoli del giacinto, e le sue labbra sono rosse come la rosa del suo desiderio; la sofferenza ha reso il suo volto simile a pallido avorio e il dolore gli ha impresso il suo sigillo sulla fronte.

   - Il Principe da' un ballo domani sera – sibilava il giovane Studente – e la mia amata vi andrà. Se le porterò una rosa rossa ballerà con me fino all’alba. Se le porterò una rosa rossa la terrò fra le mie braccia ed ella piegherà il capo sulla mia spalla, e la mia mano stringerà la sua. Ma non c’è una rosa rossa in tutto il mio giardino, e così io siederò solo, ed ella passerà dinanzi a me senza fermarsi. Non avrà nessuna cura di me. E il mio cuore si farà a pezzi.

   - Ecco certamente un vero innamorato – disse l‘Usignolo. – Ciò che io canto, egli lo patisce, ciò che per me è gioia, per lui è pena. Davvero l’Amore è una cosa straordinaria. È più prezioso degli smeraldi e degli splendidi opali. Perle e granati non possono comperarlo, e non è in vendita sulla piazza del mercato. Non possono comprarlo i mercanti, né pesarlo le bilance dell’oro.

   - I musicanti siederanno nella galleria – proferiva il giovane Studente – e suoneranno i loro strumenti, e la mia amata ballerà al suono dell’arpa e del violino. Ballerà così leggera che i suoi piedi non toccheranno intorno. Ma con me non danzerà, perché io non ho una rosa rossa da offrirle e si gettò sull’erba, si chiuse il volto tra le mani, e versò lacrime.

   - Perché piange? – chiese la Farfalla, che piroettava qua e là inseguendo un raggio di sole.
- Già, perché? – sussurrò una Pratolina al suo vicino, con voce sommessa e tenera.
- Piange per una rosa rossa – disse l’Usignolo.
- Per una rosa rossa! – esclamarono quelli. – Che ridicolaggine! – e il Ramarro, che era un po’ sprezzante, rise di gusto.

   Ma l’Usignolo comprendeva il segreto dolore dello Studente, e restava taciturno sulla quercia, a pensare sul mistero dell’Amore. D’improvviso distese le sue brune ali e volò, si librò nell’aria. Passò attraverso il boschetto come un’ombra, e come un’ombra svolazzò sul giardino. Al centro dell’aiuola erbosa s’ergeva un bellissimo Rosaio, e non appena l’Usignolo lo vide volò sopra di lui e si posò su un ramo.
- Dammi una rosa rossa – supplicò – e ti canterò la mia canzone più dolce.
Ma il Rosaio scosse il capo.
- Le mie rose sono bianche – ribatté – bianche come vuole la schiuma del mare, e più bianche della neve sulla montagna. Ma va' da mio fratello che cresce accanto all’antica meridiana, e forse ti darà quel che desideri.

   Allora l’Usignolo volò sul Rosaio che germogliava accanto all’antica meridiana.
- Dammi una rosa rossa – supplicò – e ti canterò la mia canzone più dolce.
Ma il Rosaio scosse il capo.
- Le mie rose sono gialle – affermò - gialle come i capelli della sirena che siede sopra un trono d’ambra, e più gialle del narciso che sboccia nel prato prima che il mietitore giunga con la sua falce. Ma va' da mio fratello che germoglia sotto la finestra delle Studente, e forse ti darà quel che desideri.

   Allora l’Usignolo volò sul Rosaio che cresceva sotto la finestra dello Studente.
- Dammi una rosa rossa – supplicò – e ti canterò la mia canzone più dolce.
Ma il Rosaio scosse il capo.
- Le mie rose sono rosse – rispose – rosse come i piedi della colomba, e più rosse dei grandi ventagli di corallo che oscillano nelle grotte degli oceani. Ma l’inverno ha ghiacciato le mie vene e il gelo ha dilaniato i miei boccioli, e l’uragano ha spezzato i miei rami, e non avrò più rose quest’anno.
- Una sola rosa rossa è tutto ciò che ti chiedo! – urlò l’Usignolo. – Non c’è proprio nessun sistema per averla?
- Un modo c’è – rispose il Rosaio – ma è così terribile che non ho il coraggio dirtelo.
- Dimmelo – implorò l’Usignolo – io non ho paura.
- Se vuoi una rosa rossa – disse il Rosaio – sei costretto a formarla con la musica al lume della luna, e colorarla col sangue del tuo cuore. Devi cantare per me col petto contro una spina. Tutta la notte devi cantare per me, e la spina deve trafiggere il tuo cuore, e il tuo sangue vivo deve scendere nelle mie vene e diventare mio.
- La morte è un prezzo alto da pagare per una rosa rossa – si dolse l’Usignolo – e la vita è così cara a tutti. È dolce tardare nel bosco verde, e ammirare il Sole nel cocchio d’oro, e la luna nel suo cocchio d’argento. Dolce è il profumo della vitalba, e dolci le campanule azzurre che si celano nella valle, e l’erica che fiorisce sul colle. Ma l’Amore è più prezioso della Vita, e cos’è mai il cuore di un uccellino equiparato al cuore di un uomo?

   Così piegò le ali brune nel volo, e si librò nell’aria. Passò attraverso il giardino come un’ombra, e come un’ombra volò sopra il boschetto. Lo Studente era ancora steso nell’erba, là dove lo aveva lasciato, e il pianto non s’era ancora rasciugato dai suoi occhi.
- Sii felice – gli urlò l’Usignolo. – Sii felice! Avrai la tua rosa rossa! Io la formerò con la musica al lume della luna, e la colorerò col sangue del mio cuore. Tutto ciò che ti chiedo in cambio è d’essere un vero innamorato, perché l’Amore è il più giudizioso della Filosofia, per quando saggia essa sia, e il più autorevole del Potere, per quando potente esso sia. Sono color di fiamma le sue ali, color di fiamma è il suo corpo. Le sue labbra sono dolci come il miele, e simile all’incenso è il suo alito.

   Lo Studente alzò lo sguardo dall’erba e si pose ad ascoltare, ma non gli era possibile capire ciò che l’Usignolo gli diceva, poichè capiva solo parole che sono scritte sui libri. Ma la quercia capi, e si addolorò, poiché voleva bene al piccolo Usignolo che si era costruito il nido fra i suoi rami.
- Cantami un’ultima canzone – gli bisbigliò. – Mi sentirò molto sola quando te ne sarai andato.
Così l’Usignolo cantò per la Quercia, e la voce era come l’acqua che si sparge gorgogliante da un’anfora d’argento. Finita che fu la canzone, lo Studente s’alzò, e trasse di tasca un taccuino e una matita.

   - Questa creatura ha stile.- Disse a se stesso – è un fatto che non si può contestare, ma avrà inoltre sentimenti? Ho timore di no. In verità, è come la maggior parte degli artisti, tutta forma, nessuna lealtà. Non si offrirebbe in sacrificio per gli altri. Pensa solamente alla musica, e tutti sanno che l’arte è egoista. Bisogna in ogni modo ammettere che ha note incantevoli nella sua voce. Peccato che non significano nulla, e non abbiamo alcun’utilità pratica. - E andò in camera, e si stese sul suo piccolo letto, e cominciò nuovamente a pensare alla sua amata, e dopo un po’ di tempo, s’addormentò.

   E quando la Luna spiccò nei cieli l’Usignolo volò dal Rosaio, e pose il suo petto contro la spina. Tutta la notte cantò col petto contro la spina, e la fredda Luna di cristallo si chinò ad udirlo. Tutta la notte cantò, e la spina si spingeva sempre più profonda nel suo petto, e il suo sangue vitale fluiva da lui. Prima cantò dell’amore che germoglia nel cuore di un fanciullo e di una fanciulla. E sul ramo più alto del Rosaio fiorì una rosa magnifica, petalo dopo petalo come nota dopo nota. Pallida era in un primo momento, come la nebbia sospesa sul fiume, pallida come le orme del mattino, e argentea come le ali dell’alba. Come l’ombra di una rosa in uno specchio, rosa che fioriva sul ramo più alto del Rosaio. Ma il Rosaio urlava all’Usignolo di premere più forte sulla spina.

   - Premi più forte, piccolo Usignolo – urlava il Rosaio – o il Giorno spunterà prima che la rosa sia completata.
Così l’Usignolo premette più forte sulla spina, e più forte si fece il suo canto, che cantava il venire al mondo della passione nell’anima di un uomo e di una donna. Una tenue striatura rosea si sparse nei petali del fiore, simile al rossore che si spande sul volto dello sposo quando bacia le labbra della sposa. Ma la spina non era giunta al cuore dell’uccellino, e il cuore della rosa restava bianco, perché solo il sangue del cuore di un Usignolo può invermigliare il cuore di una rosa. E il Rosario urlava all’Usignolo di premere più forte sulla spina

   - Premi più forte, piccolo Usignolo, o il giorno spunterà prima che la rosa sia completata.
Così l’Usignolo premette più forte sulla spina, e la spina gli toccò il cuore, e un violento spasimo di dolore lo trafisse. Più e più penoso era il dolore, e più e più selvaggio si faceva il canto, poiché ora cantava dell’Amore che è reso perfetto dalla Morte, e dell’Amore che non muore nella tomba. E la stupenda rosa diventò vermiglia, come la rosa del cielo d’Oriente. Vermiglia la fascia dei petali intorno alla corolla, e vermiglio come il rubino era il suo cuore. Ma la voce dell’Usignolo si fece più debole, e le sue piccole ali iniziarono a sbattere, e un velo discese suoi occhi. Più e più debole si fece il suo canto, e qualche cosa lo soffocava in gola, come un pianto convulso.

   Allora proruppe in un ultimo slancio di musica. La bianca Luna lo  ascoltò, e dimenticò l’alba, ed esitò nel cielo. La rosa rossa lo udì, e fremé tutta d’estasi, e aprì i suoi petali alla fredda aria del mattino. L’eco e il ripetè nel suo antro color porpora sui colli, e risvegliò dai loro sogni i pastori dormienti. Ondeggiò fra i giunchi del fiume, ed essi portarono il suo messaggio al mare.

   - Guarda! Guarda! – gridò il Rosaio – la rosa è perfetta, ora!
Ma l’Usignolo non rispose, perché stava steso morto nell’erba alta, con la spina nel cuore.

   A mezzogiorno lo Studente aprì la finestra e guardo fuori.
- Che sbalorditivo colpo di fortuna! – disse con enfasi. – Una rosa rossa! Non ho mai visto una rosa come questa in tutta la mia vita. È così bella che senza dubbio avrà un lungo nome latino – si sporse, e la colse.
 
    Poi si mise il cappello, e corse a casa del Professore con la rosa in mano. La figlia del Professore sedeva in veranda, aggomitolando della seta azzurra su un arcolaio, e il suo cagnolino le stava disteso ai piedi.
- Avevate promesso di ballare con me se vi avessi portato una rosa rossa – urlò lo Studente – ecco la rosa più rossa di tutto il mondo. La porterete stasera sul cuore e mentre danzeremo insieme vi dichiarerà quando vi amo.

   Ma la ragazza corrugò la fronte.
- Temo che non sia adattata al mio vestito – rispose – e poi, il nipote del Ciambellano mi ha mandato in dono dei gioielli veri, e tutti sanno che i gioielli valgono più dei fiori.
- In fede mia, siete davvero un’ingrata! – disse lo Studente in un impeto d’ira; e gettò la rosa giù nella strada, ed essa cadde in un rivoletto, e la ruota di un carro vi passò sopra.
- Ingrata io? – ripetè la ragazza. – Ebbene, voi sapete che cosa siete? Un grande screanzato, in fondo, né più né meno che un semplice Studente. E non credo neppure che abbiate delle fibbie d’argento sulle scarpe come il nipote del Ciambellano.
E s’alzò dalla sedia ed entrò in casa.

   - Che balordaggine è l’Amore! – disse lo Studente andandosene. – Non è utile neppure la metà della Logica, perché non esprime nulla, promette sempre cose che non si concretizzano e fa credere in cose che non sono vere. In effetti, non è per niente pratico, e siccome nel tempo in cui viviamo la praticità è tutto, tornerò alla Filosofia e studierò la Metafisica.

   Così si chiuse dentro nella sua stanza, prese lo dallo scaffale un vecchio libro polveroso, e si mise a leggere.
Oscar Wilde

   Questo racconto mi ha swempre comunicato grandi emozioni... credo sia una delle storie d'amore più belle che siano mai state scritte... già, trabocca d'amore... un amore silenzioso, un amore che non pretende nulla, un amore che si sacrifica e che sopravvive alla morte...


(giovedì, 28 giugno 2007, 23:08)

IL PASTORE CHE SAPEVA

Ariel
   Kate, un vecchio cane pastore femmina, viveva in una casa insieme a unaa coppia di mezza età e alla madre della moglie.
I due lavoravano e tornavano a casa tardi la sera, e a malapena vedevano l'anziana signora a cena, poi la mattina successiva si precipitavano di nuovo al lavoro.

   Ma, durante i fine settimana, cominciarono a notare che Kate si comportava in modo strano. Ogni volta che la nonna si avvicinava a un mobile o alla porta della cantina, Kate le bloccava la strada. Senza dubbio Kate stava oltrepassando il segno, e se non avesse fatto attenzione avrebbe potuto fare facilmente inciampare la vecchia signora.

   Poi, una domenica, tutto divenne chiaro. Il marito chiese il cavolfiore e la suocera gli passò le patate. La donna stava diventando cieca... e solo Kate se ne era accorta. Kate l'aveva protetta per mesi mentre la coppia non ne aveva la minima idea.

Bill Tarrant


(sabato, 23 giugno 2007, 00:37)

La Volpe

volpe01



In quel momento apparve la volpe.

"Buon giorno", disse la volpe.



"Buon giorno", rispose gentilmente il Piccolo
Principe, voltandosi: ma non vide nessuno.



"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo…."



"Chi sei?" domandò il piccolo principe,
" sei molto carino …"



"Sono la volpe", disse la volpe.



" Vieni a giocare con me", disse il Piccolo
Principe.



"Non posso" disse la volpe, "non sono
addomesticata".



"Ah! scusa ", fece il Piccolo Principe.

Ma dopo un m
omento di riflessione
soggiunse:

" Che cosa vuol dire
addomesticare?"



" Non sei di queste parti, tu", disse la volpe
" che cosa cerchi?"



" Cerco gli uomini", disse il Piccolo Principe.
" Che cosa vuol dire addomesticare?"



" Gli uomini" disse la volpe" hanno dei f
ucili e
cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle
galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi le
galline?"



"No", disse il Piccolo Principe. " Cerco degli amici.
Che cosa vuol dire addomesticare?"



" E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire
creare dei legami…"



" Creare dei legami?"




" Certo", disse la volpe. " Tu, fino ad ora per me,
 non sei che un ragazzino uguale a centomila
ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu
hai bisogno di me. Io non sono per te che una
volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi
addomestichi, noi avremo bisogno uno dell'altro.
Tu sarai per me
unico al mondo, e io sarò per
te unica al mondo."



" Comincio a capire", disse il Piccolo Principe.
" C'è un fiore…. Credo che mi abbia
addomesticato …"



"E' possibile", disse la volpe "capita di tutto
sulla terra …"



"Oh! Non è sulla terra
", disse il Piccolo
Principe.



La volpe sembrò perplessa:

" Su un altro pianeta?"



" Sì "




" Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"



" No"



" Questo mi interessa! E delle galline?"



" No "




" Non c'è niente di perfetto", sospirò la volpe.



Ma la volpe ritornò alla sua idea:

" La mia vita è monotona. Io do la caccia alle
galline, e gli uomini danno la caccia a me .Tutte
 le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si
assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi
addomestichi, la mia vita sarà come illuminata
dal sole. Conoscerò un rumo
re di passi che sarà
diverso da tutti gli altri. Gli altri p
assi mi faranno
nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire
dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi,
 laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non
mangio il pane e il grano, per me, è inutile. I
campi di grano non mi ricordano nulla. E
questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d'oro.
Allora sarà meraviglioso quando mi
avrai
addomesticato. Il grano, che
è
dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore
del vento nel grano…"



La volpe tacque e guardò a lungo il Piccolo
Principe:


" Per favore …..addomesticami", disse.



" Volentieri", rispose il Piccolo Principe,
" ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire
degli amici e da conoscere molte cose".



" Non si conoscono che le cose che si
addomesticano", disse la volpe." gli uomini non
hanno più
tempo per conoscere nulla. Comprano
dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non
esistono mercant
i di amici, gli uomini non hanno
più amici. Se tu vuoi un amico addo
mestic
ami !"



" Che bisogna fare?" domandò il Piccolo Principe.



" Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe.



" In principio tu ti sederai un po' lontano da
me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda
dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono
una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai
sederti un po' più vicino…."



Il Piccolo Principe ritornò l'indomani.



" Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa
ora", disse la volpe.

" Se tu vieni, per esempio, tutti i
pomeriggi,
alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere
felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia
felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò
ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo
della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando,
io non saprò mai a che ora agghindarmi il
cuore… Ci vogliono i riti".



" Che cos'è un rito?" disse il Piccolo Principe.



" Anche questa è una cosa da tempo
dime
nticata", disse la volpe.

" E' quello
che fa un giorno diverso dagli altri
giorni, un'
ora dalle altre ore. C'è un rito, per
esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano
 con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è
 un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla
vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno
qualsiasi i giorni si assomiglierebbero tutti,
e non avrei mai vacanza".



Così il Piccolo Principe addomesticò la volpe.

E quando l'ora della partenza fu vicina:



"Ah!" disse la volpe, "…Piangerò".



" La colpa è tua", disse il Piccolo Principe, "Io
non ti volevo far del male, ma tu hai voluto
che ti addomesticassi…"



" E' vero", disse la volpe.



" Ma piangerai!" disse il Piccolo Principe.

 

" E' certo", disse la volpe.



" Ma allora che ci guadagni?"



" Ci guadagno", disse la volpe, " il colore
del grano".

soggiunse:

" Va a rivedere le rose. Capirai che la tua è
unica al mondo".

"Quando ritornerai a dirmi addio
ti regalerò
un segreto".



Il piccolo principe se ne andò a r
ivedere le
rose.

"Voi non siete per niente simili alla mia rosa,
 voi non siete ancora niente" , disse .

" Nessuno vi ha addomesticato e voi non
avete addomesticato nessuno.
Voi siete come era la mia volpe.
Non era che una volpe uguale a centomila
altre.

Ma ne ho fatto
il mio amico e ora per me è
unica al mondo".

E le rose erano a disagio.


" Voi siete belle, ma siete vuote", disse
ancora. " Non si può morire per voi.
Certamente, un qualsiasi passante
crederebbe che la mia rosa vi rassomigli,
ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi,
 perché è lei che ho innaffiato. Perché
è lei che ho messo sotto la campana di vetro.
 Perché è lei che ho riparato col paravento.
Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo due o
tre per
le farfalle). Perché è lei che ho
ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche
qualche volta tacere. Perché è la mia rosa"

 E ritornò dalla volpe.



" Addio", disse.



"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio
segreto.
E' molto semplice: non si vede bene che col
cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".



" L'essenziale è invisibile agli occhi", ripeté il
Piccolo Principe, per ricordarselo.



" E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa
che ha fatto la tua rosa così importante".



"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa…"
suss
urrò il Piccolo Principe per ricordarselo.



" Gli uomini hanno dimenticato questa verità.
Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi
responsabile per sempre di quello che hai
addomesticato. Tu sei responsabile
della tua rosa…"



" Io sono responsabile della mia rosa…." Ripetè il
Piccolo Principe per ricordarselo.

 




A. de Saint Exupery, "Il Piccolo Principe"


   Questo brano è conosciutissimo. E' senz'altro il brano del "Piccolo Principe" che viene maggiormente letto, anche nelle scuole.
   Eppure, ha sempre qualcosa da dirmi. Mi capita di leggerlo davvero spesso, e di rifletterci su parecchio. Dietro a queste semplici parole, a questa banalissima vicenda, ci sono significati profondi che non riesco a comprendere pienamente, se non con il passare degli anni.
   Che cos'è l'amicizia? Che cosa significa "addomesticare" (in italiano il concetto è reso un po' male... in francese apprivoiser sul vocabolario significa "approcciarsi", è detto anche riferito a persone.)? Come nasce
, come continua un legame tanto forte come quello dell'amicizia? Come può l'amicizia spiegare al Piccolo Principe quello che per lui è l'amore, rappresentato dalla rosa? Ci accontentiamo davvero di comprare solo ciò che è già fatto, davvero non sappiamo più dare un valore a un sentimento che cresce giorno dopo giorno come l'amicizia, davvero non abbiamo più riti?  Che cosa ci porta a desiderare così tanto  un legame, se sappiamo già che quello che resterà è soltanto un dolce e nostalgico ricordo nel guardare un campo di grano? Forse desideriamo questo ricordo, forse davvero solo la presenza di un vuoto  "oggetto" che parla in qualche modo soltanto a noi di un grande affetto provato ci fa sentire meno soli...