chi sono?
Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.
cos'è questo blog?
E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!
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“Lavoro per i gatti”
Fu così che la signora Bond si presentò durante la mia prima visita, afferrandomi la mano e spingendo fuori la mascella con aria di sfida come se mi invitasse a esprimere un’opinione diversa. Era un donnone con un viso forte dagli zigomi alti e un modo di fare autoritario. Come se avessi capito perfettamente e fossi d’accordo, mi lasciai guidare dentro casa.
Vidi subito che cosa aveva voluto dire. La grande cucina che fungeva da soggiorno era stata completamente abbandonata ai gatti. C’erano gatti sui divani e sulle sedie e gatti che traboccavano a cascata fin sul pavimento, gatti seduti in fila lungo i davanzali delle finestre, e nel bel mezzo di tutto questo il piccolo signor Bond, con baffi cespugliosi e in maniche di camicia, che leggeva il giornale.
Era una scena che mi sarebbe diventata molto familiare. Molti dei gatti non erano castrati perché l’atmosfera vibrava del loro particolarissimo odore, un odore acuto e selvaggio che sovrastava anche le nauseabonde esalazioni che si alzavano da grandi pentole piene di indefinito cibo per gatti e che bollivano sulla stufa. E il signor Bond era sempre lì, sempre in maniche di camicia a leggere il giornale, solitaria isoletta in un mare di gatti.
Naturalmente avevo sentito parlare dei Bond. Erano di Londra e per qualche oscura ragione avevano scelto lo Yorkshire settentrionale come residenza per i loro anni di pensionati. La gente diceva che avevano “un po’ di grana”: avevano comprato una vecchia casa appena fuori Darrowby dove se ne stavano per conto loro… e con i gatti. Avevo sentito dire che la signora Bond aveva l’abitudine di prendersi cura dei gatti randagi, di nutrirli e di dar loro una casa se lo desideravano e questo mi aveva predisposto in suo favore perché sapevo per esperienza che la sfortunata specie felina era spetto oggetto di ogni genere di crudeltà e trascuratezze. La gente ammazzava i gatti, lanciava loro contro oggetti, li lasciava morire di fame e aizzava loro contro i cani per divertimento. Era bello vedere che qualcuno stesse dalla loro parte.
Il mio paziente di quella prima visita erra solo un gattino un po’ cresciuto, una piccola massa terrorizzata bianca e nera raggomitolata in un angolo.
“E’ uno dei gatti esterni” tuonò la signora Bond.
“Dei gatti esterni?”
“Sì. Tutti quelli che lei vede qui sono i gatti interni. Gli altri sono quelli proprio selvatici che rifiutano semplicemente di entrare in casa. Naturalmente io li nutro ma dentro vengono solo quando sono malati.”
“Capisco”
“Ho fatto una fatica terribile per acchiappare questo. Sono preoccupata per i suoi occhi… mi pareva che ci fosse una pellicola che gli cresceva sopra e spero che lei possa fare qualcosa per lui. A proposito, si chiama George”
“George? Ah, sì, bene” Tesi cautamente la mano verso la bestiola e fui accolto da una serie di artigli frementi e da una quantità di sputi a bocca aperta. Il gatto era intrappolato nel suo angolo, altrimenti sarebbe scappato con la rapidità di un lampo.
Visitarlo sarebbe stato un problema. Mi girai verso la signora Bond: “Potrebbe darmi un lenzuolo? Un vecchio telo da stiro andrebbe bene. Dovrò avvolgercelo”
“Avvolgercelo?” la signora Bond era molto dubbiosa, ma scomparve in un’altra stanza e ritornò con un malandato lenzuolo di cotone che pareva quello che ci voleva.
Sgombrai il tavolo togliendo una stupefacente varietà di piatti per i gatti, di libri sui gatti, di medicine per i gatti, e vi stesi il lenzuolo, poi mi avvicinai di nuovo al paziente. Non si può aver fretta in una situazione come quella e mi ci vollero cinque minuti di lusinghieri “Psss… psss…” mentre mi avvicinavo sempre più con la mano. Quando arrivai al punto di potergli accarezzare il musetto, rapidamente lo afferrai per la collottola e finalmente portai George, che protestava energicamente e scalciava in tutte le direzioni, sopra il tavolo. Qui, sempre tenendolo saldamente per la collottola, lo deposi sul lenzuolo e cominciai ad avvolgerlo.
C’è una cosa che bisogna fare molto spesso con i felini turbolenti e, anche se sono io a dirlo, sono piuttosto bravo in quest’operazione. L’idea è di fare un rotolo bello stretto e ordinato, lasciando scoperta la parte del gatto che interessa: può essere una zampa ferita, forse la coda e, nel nostro caso, naturalmente, la testa. Credo che quello fu l’inizio della fede cieca della signora Bond in me, cioè il momento in cui mi vide avvolgere rapidamente il gatto finchè tutto quello che si potè vedere di lui fu una piccola testa bianca e nera che sporgeva da un solido bozzolo di cotone. Lui e io eravamo di fronte, più o meno occhi negi occhi e George non poteva farci nulla.
Come dicevo, sono piuttosto fiero di questa piccola destrezza e anche oggi si sa che i miei colleghi veterinari fanno quest’osservazione: “Il vecchio Herriot magari da molti punti di vista è limitato, ma, perdio, un gatto lo sa avvolgere”.
Come poi risultò, non c’era nessuna pellicola che cresceva sugli occhi di Gorge. Non c’è mai.
“Ha una paralisi della terza palpebra, signora Bond. Gli animali hanno questa membrana che passa sull’occhio per proteggerlo. In questo caso non è tornata indietro, probabilmente perché George è in cattive condizioni di salute, magari ha un po’ di rinite o qualche altra cosa che lo ha indebolito. Gli farò un’iniezione di vitamine e le lascerò una polverina da mettere in quello che mangia, se riesce a tenerlo in casa per qualche giorno. Credo che tra un paio di settimane starà benone.”
L’iniezione non presentava alcun problema, con George furibondo ma impotente dentro il lenzuolo e io avevo terminato la mia prima visita dalla signora Bond.
Fu la prima di molte. La signora e io instaurammo immediatamente un buon rapporto che era rafforzato dal fatto che io ero sempre pronto a dedicare un po’ del mio tempo ai suoi vari incarichi: strisciare sulla pancia sotto cataste di legna nella legnaia per acchiappare i gatti esterni, persuaderli con blandizie a scendere dagli alberi, inseguirli furtivamente nella macchia. Ma dal mio punto di vista tutto questo era gratificante sotto molti aspetti.
Per esempio, c’era la varietà di nomi che la donna aveva scelto per i suoi gatti. Fedele all’educazione londinese aveva dato a molti dei mici i nomi dei componenti della grande squadra dell’Arsenal dell’epoca. C’era Eddie Hapgood, Cliff Bastin, Ted Drake, Wilf Copping, ma in un caso aveva fatto una grande gaffe perché Alex James faceva i gattini tre volte l’anno con immancabile regolarità.
Poi c’era il suo modo di chiamarli a casa. La prima volta che la vidi mentre svolgeva quest’incombenza era una tranquilla sera estiva. I due gatti che la signora Bond voleva farmi visitare erano chissà dove in giardino e io arrivai con lei fino alla porta di servizio dove lei si fermò, incrociò le mani sul petto, chiuse gli occhi e sciolse la voce in un mellifluo contralto.
“Bates, Bates, Bates, Ba-hates” Cantava davvero la parola con voce riverente, senza modulazioni, eccetto una deliziosa piccola cadenza sul “Ba.hates”. Poi gonfiò di nuovo lo’ampia gabbia toracica come una primadonna di opera lirica e di nuovo ne uscì, con il massimo sentimento:
“Bates, Bates, Bates, Ba-hates”
In ogni caso funzionò, perché il gatto Bates trotterellò fuori da un ciuffo di lauri. Rimaneva l’altro paziente e io osservavo con interesse la signora Bond.
La donna assunse la stessa posizione, inspirò, chiuse gli occhi, atteggiò il volto a un dolce mezzo sorriso e ricominciò.
“Sette per tre, Sette per tre, Sette per tre-eh” Era sulla stessa melodia di Bates, con lo stesso dolce innalzarsi del ritmo che alla fine ricadeva. Questa volta non ottenne una pronta risposta, però, e dovette ripetere l’esecuzione più e più volte, e mentre le note indugiavano nella tranquilla aria della sera l’effetto era sorprendente, assomigliava a quello del muezzin che chiama i fedeli alla preghiera.
Alla fine riuscì nello scopo e un grosso micio variegato sgattaiolò lungo il muro con l’aria di scusarsi ed entrò in casa.
“A proposito, signora Bond” dissi, cercando di rendere la voce il più possibile indifferente “Non ho afferrato il nome di quest’ultimo gatto”
“Ah, Sette per tre?” sorrise assorta in un ricordo “Sì, è un tesoro. Ha fatto tre gattini sette volte di fila, capisce, così ho pensato che le andasse bene come nome, non crede?”
“Sì, certo. Splendido nome, splendido.”
Un’altra cosa che mi faceva provar simpatia per la signora Bond era il suo interessamento per quanto concerneva la mia sicurezza. Lo apprezzavo perché è un elemento raro tra i proprietari di animali. Ricordo quell’allenatore che, dopo che uno dei suoi cavalli da corsa mi aveva tirato un calcio dal box, esaminava ansiosamente l’animale per vedere se si era fatto male al piede; la piccola vecchia signora, quasi nana, accanto all’irsuto pastore tedesco ringhiante, che diceva: “Sarà gentile con lui, vero? E spero che non gli farà male… è molto nervoso”; il coltivatore che, dopo un parto di mucca sfiancante che, ne sono certo, mi ha tolto due anni di vita, grugniva cupamente: “Temo che me l’abbia stancata, quella vacca, giovanotto”.
La signora Bond era diversa. Mi veniva incontro alla porta con un enorme paio di guanti per proteggermi le mani dai graffi ed era un inesprimibile sollievo vedere che qualcuno se ne preoccupava. Divenne parte dello schema della mia vita: risalire il sentiero nel giardino tra le innumerevoli piccole creature dagli occhi selvaggi che sgusciavano al mio passaggio (erano i gatti esterni), accettare il rito dei guanti alla porta, poi entrare nell’atmosfere greve della cucina con il piccolo signor Bond e il suo giornale appena visibili tra i pelosi corpi assiepati dei gatti interni. Non riuscii mai ad appurare l’atteggiamento del signor Bond verso i gatto (ora che ci penso quasi non parlò mai) ma avevo l’impressione che gli fossero indifferenti.
I guanti erano di grande aiuto e a volte si rivelavano una vera e propria manna dal cielo. Come nel caso di Boris. Boris era un enorme membro nerazzurro della consorteria dei gatti esterni, e in più di un senso era la mia bestia nera. Ho sempre coltivato in segreto la convinzione che fosse fuggito da un giardino zoologico; non avevo mai visto un gatto domestico con i muscoli altrettanto lisci e frementi, con una ferocia così concentrata. Sono sicuro che Boris aveva qualcosa del puma.
Era stato un triste giorno per la colonia di gatti quando era arrivato. Ho sempre trovato difficile provare antipatia per un animale; la maggior parte di quelli che cercano di farci del male sono mossi dalla paura, ma Boris era diverso; era un prepotente carico di odio e dopo il suo arrivo la frequenza delle mie visite aumentò per via della sua abitudine di maltrattare regolarmente i colleghi. Io stavo sempre a ricucire orecchie malridotte, a bendare zampe dilaniate da morsi.
Molto presto avemmo una prova di forza. La signora Bond voleva che gli somministrassi una medicina per i vermi e io tenevo la pastiglia pronta con le pinze. Come riuscissi ad acchiapparlo non lo so, il fatto è che lo costrinsi sul tavolo e svolsi la mia opera di avvolgimento con la velocità di un lampo chiudendolo in innumerevoli giri di una stoffa robusta. Solo per pochi secondi pensai di averlo in mano, mentre lui alzava lo sguardo su di me, i grandi occhi lucenti carichi di odio. Ma mentre gli spingevo in bocca le pinze con il loro carico, lui strinse malvagiamente i denti sullo strumento e io sentii gli artigli di una forza incredibile che dal dentro laceravano il lenzuolo. In pochi secondi tutto fu finito. Una lunga zampa sbucò fuori strappando il tessuto e mi si abbattè sul polso, io mollai la presa alla collottola e in un attimo Boris affondò i denti attraverso il guanto nel polpastrello del mio pollice e fuggì. Rimasi lì fermo come uno stupido, reggendo la pastiglia per i vermi fatta a pezzi con la mano sanguinante e guardando quel mazzo di nastri che prima era stato il mio lenzuolo di avvolgimento. Da allora Boris odiò anche la mia vista e devo dire che il sentimento era reciproco.
Ma questa era una delle rare nuvole in un cielo sereno. Continuai a spassarmela durante le visite in quella casa e la vita seguitò su binari tranquilli salvo, forse, qualche prese in giro dei miei colleghi. Essi non riuscirono mai a capire la mia disponibilità a trascorrere tanto tempo su un mucchio di gatti. E questo concordava con l’atteggiamento generale, Perché Siegfried non credeva alla gente che teneva in casa un beniamino della specie animale, qualunque esso fosse; non riusciva a capacitarsene e dispensava le sue opinioni a chiunque volesse ascoltarle. Naturalmente, aveva cinque cani e due gatti. I cani, tutti, lo seguivano dovunque andasse in macchina e quotidianamente lui stesso dava da mangiare a cani e gatti, anzi non avrebbe permesso a nessun altro di farlo. La sera i sette animali si ammucchiavano ai suoi piedi mentre Siegfried era seduto sulla poltrona accanto al fuoco. Oggi ancora è fortemente contrario a chi si tiene in casa un beniamino della specie animale, anche se un’altra generazione di code di cani festose quasi lo nasconde mentre guida e benché abbia anche parecchi gatti, alcune vasche di pesci tropicali e una coppia di serpenti.
Tristan mi vide in azione dalla signora Bond soltanto una volta. Stavo prendendo alcune pinze dall’armadio degli strumenti quando entrò lui.
“Qualcosa di interessante, Jim?”
“No, non direi. Esco solo a vedere uno dei gatti Bond. Ha un osso incastrato tra i denti.”
Il giovanotto mi osservò pensieroso per un momento. “Penso che verrò con te. Non ho visto un gran che di casi di piccoli animali, in quest’ultimo periodo.”
Quando attraversammo il giardino nell’istituto dei gatti provai un lieve imbarazzo. Una delle cose che avevano contribuito a instaurare il mio beato rapporto con la signora Bond era la mia tenera sollecitudine per quanto mi chiedeva di fare. Anche con i più selvatici e con i più feroci dimostravo solo dolcezza, pazienza e premura; non che recitassi, mi veniva naturale. Ma non potevo fare a meno di domandarmi che cosa avrebbe pensato Tristan dei miei modi rassicuranti con i gatti.
La signora Bond, dalla soglia, aveva afferrato in un attimo la situazione ed era lì con due paia di guanti. Tristan parve un po’ sorpreso quando ricevette il suo, ma ringraziò la signora con il suo caratteristico fascino. Parve ancora più sorpreso quando entrò in cucina, annusò l’atmosfera greve ed esaminò la massa di creature coperte di pelo che occupavano quasi ogni centimetro quadrato.
“Dottor Herriot, temo che sia Boris quello con l’osso tra i denti” disse la signora Bond.
“Boris?” lo stomaco mi si strinse “Come potremo mai acchiapparlo?”
“Ah, sono stata piuttosto brava” rispose lei “Sono riuscita a farlo entrare in un cesto per gatti allettandolo con un po’ del suo cibo preferito”
Tristan appoggiò la mano su un grosso cesto di vimini posato sul tavolo. “E’ qui dentro?” chiese con tono indifferente. Fece scivolare il gancio e sollevò il coperchio. Per qualcosa come una frazione di secondo la creatura acciambellata lì dentro e Tristan si guardarono intensamente, poi il lucido corpo nero come un’esplosione silenziosa sfrecciò dal paniere sfiorando l’orecchio di Tristan e atterrò sopra un grosso armadio.
“Cristo!” fece Tristan “Che diavolo era quella cosa?”
“Quello” dissi io “ era Boris e ora ci tocca riprenderlo!”
Mi arrampicai su una sedia, arrivai in cima all’armadio e cominciai col mio “Psss psss” sussurrato nel tono più seducente.
Dopo un minuto parve che Tristan avesse un’idea migliore, fece un salto improvviso e afferrò Boris per la coda. Ma per poco, perché il gattone si liberò in un attimo e diede inizio a una rotazione vertiginosa intorno alla stanza, sugli armadi e sulle credenze, di qua e di là delle tende come un motociclista nel pozzo della morte.
Tristan si appoggiò in un punto strategico e quando Boris passò come un razzo lo colpì con uno dei guanti.
“L’ho mancato, quel maledetto!” urlò indispettito “Ma eccolo che torna...beccati questa, bastardo nero! Accidenti, non riesco a inchiodarlo!!!”
I docili gattini interni, confusi dalla pioggia di piatti, scatole, pentole oltre che dalle grida di Tristan che agitava le braccia, cominciarono a loro volta a correre tutto intorno rovesciando quello che aveva mancato Boris. Il rumore e la confusione arrivarono al signor Bond che solo per un attimo alzò la testa e si guardò intorno osservando con mite sorpresa i corpi lanciati nella corsa, prima di immergersi di nuovo nel suo giornale.
Tristan, rosso per l’eccitazione della caccia, aveva cominciato a divertirsi sul serio. Io mi facevo piccolo piccolo mentre lui felice mi urlava “Trasmettigli questa, Jim, io lo acchiappo al prossimo giro!”
Non prendemmo Boris. Dovemmo lasciare che l’osso se ne andasse da solo, perciò non fu una visita coronata dal successo, sotto il profilo veterinario. Ma, mentre ritornavamo in macchina, Tristan sorrideva soddisfatto.
“E’ stato grandioso, Jim! Non capivo perché ti divertivi tanto con i gatti!”
D’altro lato la signora Bond, al nostro successivo incontro, fu piuttosto silenziosa su tutto l’episodio.
“Dottore” disse “spero che non mi porterà più quel giovanotto…”
James Herriot
