chi sono?


Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.

cos'è questo blog?

E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!

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Le altezze dell'amore

“Tu vedi questo cane. Era soltanto ieri e io meditavo dimentica della sua presenza accanto a me finchè pensieri su pensieri mi portarono a lacrime su lacrime; quando dal cuscino su cui giacevo, le guance bagnate di pianto, una testina ricciuta come quella d’un fauno sorse dal nulla accanto al mio viso, due occhi grandi d’oro chiaro interrogarono i miei, un orecchio morbido mi accarezzò sulle guance a tergere il mio pianto. sgranai gli occhi al momento, come qualche abitante d’Arcadia, stupito dal dio caprino nei boschi al crepuscolo, ma come quella visione di riccioli mi venne più accanto ad asciugarmi le lacrime, riconobbi Flush, e superai sorpresa e tristezza, ringraziando il dio Pan che, dalle piccole creature, conduce alle altezze d’amore.” Elizabeth Barrett Browning, “Flush or Faunus”

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(venerdì, 26 giugno 2009, 14:08)

IL GATTO VIAGGIATORE


Una volta, sul treno che va da Roma a Bologna, salì un gatto. Di gatti in treno se ne sono sempre visti, per lo più dentro un cestino, oppure dentro uno scatolone con qualche buco per respirare. Si sono visti in treno perfino dei gatti randagi, gatti di nessuno, capitati per caso a caccia di topi in un vagone abbandonato. Ma questo qui di cui parliamo era un gatto viaggiatore e viaggiava per conto proprio.
Aveva una borsa nera sotto il braccio, come un avvocato, però non era un avvocato, era un gatto. Aveva gli occhiali come un ragioniere miope, però non era un ragioniere e ci vedeva benissimo. Aveva il soprabito e il cappello come un elegantone, ma non era un elegantone, era un gatto.
Entrò in uno scompartimento di prima classe, adocchiò un posto libero vicino al finestrino e si accomodò. Nello scompartimento c'erano già tre persone, una signora che andava ad Arezzo a trovare una sorella, un commendatore che andava a Bologna per affari e un giovanotto che andava non si sa dove. L'ingresso del gatto destò qualche commento:
La signora disse:
-Che bel micio. Muci, muci, muci... Viaggi tutto solo, come un ometto, eh?
Il commendatore disse:
- Speriamo che non abbia le pulci.
- Ma non vede com'è pulito? - fece la signora.
- Speriamo che... insomma, cara lei, io sono allergico ai gatti. Speriamo che non mi attacchi il raffreddore.
- Ma non ce l'ha, il raffreddore, come fa ad attaccarglielo?
- A me, me lo attaccano tutti, signora bella, me lo attaccano anche quelli che non ce l'hanno.
- Muti muti muti... Sei venuto avanti a tenere il posto alla tua padrona, eh?
- Miao!
- Che bella vocina. Chissà cos'avrà detto. Parlò per la prima volta quel giovanotto:
- Ha detto che non ha padroni, è un gatto libero e sovrano.
- Che interessante!
- Diciamo un gatto randagio, allora, - osservò sospettoso il commendatore, - speriamo che non mi attacchi il morbillo.
- Il morbillo? - esclamò la signora. - Ma il morbillo i gatti non ce l'hanno e poi è una malattia che si fa da bambini.
- Cara lei, io da bambino non l'ho fatto. Lo sa che è più pericoloso se si fa da grandi?
Il treno partì e dopo un po' passò il controllore.
- Biglietti, signori.
La signora aprì la borsetta:
- Uh, il biglietto, chi sa dove l'avrò messo... Aspetti, aspetti dovrei avercelo qui... Ah, si, meno male.
- Grazie, signora. E il biglietto del gatto?
- Ma non è mica mio il gatto.
- È suo, signore?
- Ci mancherebbe, - sbottò il commendatore. - Io i gatti non li posso soffrire. Mi fanno aumentare la pressione.
- Guardi che non è nemmeno mio, - disse il giovanotto. - È un gatto che viaggia per conto proprio.
- Ma un biglietto lo deve avere.
- Non lo svegli, che dorme... È cosi grazioso, guardi che musetto.
- Musetto o no, il biglietto glielo devo forare.
- Muci muci muci, - faceva la signora, - micino micino... su, da bravo, guarda chi c'è...
- Ma non ce l'ha, il raffreddore, come fa ad attaccarglielo?
- A me, me lo attaccano tutti, signora bella, me lo attaccano anche quelli che non ce l'hanno.
- Muti muti muti... Sei venuto avanti a tenere il posto alla tua padrona, eh?
- Miao!
- Che bella vocina. Chissà cos'avrà detto. Parlò per la prima volta quel giovanotto:
- Ha detto che non ha padroni, è un gatto libero e sovrano.
- Che interessante!
- Diciamo un gatto randagio, allora, - osservò sospettoso il commendatore, - speriamo che non mi attacchi il morbillo.
- Il morbillo? - esclamò la signora. - Ma il morbillo i gatti non ce l'hanno e poi è una malattia che si fa da bambini.
- Cara lei, io da bambino non l'ho fatto. Lo sa che è più pericoloso se si fa da grandi?
Il treno partì e dopo un po' passò il controllore.
- Biglietti, signori.
La signora aprì la borsetta:
- Uh, il biglietto, chi sa dove l'avrò messo... Aspetti, aspetti dovrei avercelo qui... Ah, si, meno male.
- Grazie, signora. E il biglietto del gatto?
- Ma non è mica mio il gatto.
- È suo, signore?
- Ci mancherebbe, - sbottò il commendatore. - Io i gatti non li posso soffrire. Mi fanno aumentare la pressione.
- Guardi che non è nemmeno mio, - disse il giovanotto. - È un gatto che viaggia per conto proprio.
- Ma un biglietto lo deve avere.
- Non lo svegli, che dorme... È cosi grazioso, guardi che musetto.
- Musetto o no, il biglietto glielo devo forare.
- Muci muti muti, - faceva la signora, - micino micino... su, da bravo, guarda chi c'è...Il gatto apri un occhio dopo l'altro e miagolò: -Miao miao.
- E protesta pure! - criticò il commendatore. - Roba da matti. Perché non viaggia in vagone letto, dico io...
- Ma non ha protestato, - spiegò quel giovanotto. - Ha detto: chiedo scusa, mi ero assopito...
- Assopito, eh?
- Già, sembra che gli piacciano le parole scelte.
- Miao miao - fece di nuovo il gatto.
- E adesso che cos'ha detto? - domandò la signora.
- Ha detto: prego, ecco il mio biglietto - tradusse il giovanotto.
- Lo controlli bene, lei, - disse il commendatore al ferroviere, - c'è gente che viaggia in prima col biglietto di seconda.
- Il biglietto è regolare, signore.
- Miao, miao, miao, - miagolò il gatto, energicamente.
- Dice, - spiegò quel giovanotto, - che dovrebbe offendersi per le sue insinuazioni, ma la rispetta in grazia dei suoi capelli bianchi.
- Capelli bianchi? Ma se sono calvo!
- Miao miao.
- Dice che lo ha visto, che è calvo, ma che se avesse i capelli sarebbero bianchi.
La signora sospirò:
- Com'è bravo, lei, a capire la lingua dei gatti. Come fa?
- È facile, basta fare molta attenzione.
- Miao? Miao?
- Ma quanto chiacchiera, questo gatto, - borbottò il commendatore. - Non sta zitto un momento.
- Cos'ha detto? Cos'ha detto? - domandò la signora al giovanotto.
- Ha chiesto se la disturba il fumo.
- Ma no, micino, ma neanche per sogno... Uh, guardi mi offre una sigaretta... Come accende bene! Pare vero! Volevo dire, pare proprio un fumatore.
- Ma non ce l'ha, il raffreddore, come fa ad attaccarglielo?
- A me, me lo attaccano tutti, signora bella, me lo attaccano anche quelli che non ce l'hanno.
- Muti muti muti... Sei venuto avanti a tenere il posto alla tua padrona, eh?
- Miao!
- Che bella vocina. Chissà cos'avrà detto. Parlò per la prima volta quel giovanotto:
- Ha detto che non ha padroni, è un gatto libero e sovrano.
- Che interessante!
- Diciamo un gatto randagio, allora, - osservò sospettoso il commendatore, - speriamo che non mi attacchi il morbillo.
- Il morbillo? - esclamò la signora. - Ma il morbillo i gatti non ce l'hanno e poi è una malattia che si fa da bambini.
- Cara lei, io da bambino non l'ho fatto. Lo sa che è più pericoloso se si fa da grandi?
Il treno partì e dopo un po' passò il controllore.
- Biglietti, signori.
La signora aprì la borsetta:
- Uh, il biglietto, chi sa dove l'avrò messo... Aspetti, aspetti dovrei avercelo qui... Ah, si, meno male.
- Grazie, signora. E il biglietto del gatto?
- Ma non è mica mio il gatto.
- È suo, signore?
- Ci mancherebbe, - sbottò il commendatore. - Io i gatti non li posso soffrire. Mi fanno aumentare la pressione.
- Guardi che non è nemmeno mio, - disse il giovanotto. - È un gatto che viaggia per conto proprio.
- Ma un biglietto lo deve avere.
- Non lo svegli, che dorme... È cosi grazioso, guardi che musetto.
- Musetto o no, il biglietto glielo devo forare.
- Muci muti muti, - faceva la signora, - micino micino... su, da bravo, guarda chi c'è...Il gatto apri un occhio dopo l'altro e miagolò: -Miao miao.
- E protesta pure! - criticò il commendatore. - Roba da matti. Perché non viaggia in vagone letto, dico io...
- Ma non ha protestato, - spiegò quel giovanotto. - Ha detto: chiedo scusa, mi ero assopito...
- Assopito, eh?
- Già, sembra che gli piacciano le parole scelte.
- Miao miao - fece di nuovo il gatto.
- E adesso che cos'ha detto? - domandò la signora.
- Ha detto: prego, ecco il mio biglietto - tradusse il giovanotto.
- Lo controlli bene, lei, - disse il commendatore al ferroviere, - c'è gente che viaggia in prima col biglietto di seconda.
- Il biglietto è regolare, signore.
- Miao, miao, miao, - miagolò il gatto, energicamente.
- Dice, - spiegò quel giovanotto, - che dovrebbe offendersi per le sue insinuazioni, ma la rispetta in grazia dei suoi capelli bianchi.
- Capelli bianchi? Ma se sono calvo!
- Miao miao.
- Dice che lo ha visto, che è calvo, ma che se avesse i capelli sarebbero bianchi.
La signora sospirò:
- Com'è bravo, lei, a capire la lingua dei gatti. Come fa?
- È facile, basta fare molta attenzione.
- Miao? Miao?
- Ma quanto chiacchiera, questo gatto, - borbottò il commendatore. - Non sta zitto un momento.
- Cos'ha detto? Cos'ha detto? - domandò la signora al giovanotto.
- Ha chiesto se la disturba il fumo.
- Ma no, micino, ma neanche per sogno... Uh, guardi mi offre una sigaretta... Come accende bene! Pare vero! Volevo dire, pare proprio un fumatore.- Ma se fuma è un fumatore, no? - gracchiò il commendatore. - Cosa vorrebbe che fosse, un cacciatore di leoni?
- Miao miao.
-Ha detto: bella giornata. Ieri però non era cosi bella. Speriamo che domani sia bello come oggi. Vanno lontano lor signori? Io vado a Venezia per motivi di famiglia.

Primo finale
Si scopre che "quel giovanotto" è un ventriloquo, prestigiatore e illusionista: ha fatto tutto lui.

Secondo finale
Si scopre che il gatto non è un vero gatto, ma un robot-gatto: un giocattolo di lusso, che verrà messo in vendita il prossimo Natale.

Terzo finale
Non esiste ancora. Però sarebbe bello che un giorno si potesse davvero parlare con gli animali. Se non con tutti, almeno con i gatti.
Gianni Rodari


(domenica, 19 agosto 2007, 12:10)

BORIS- L'istituto dei gatti della signora Bond



   “Lavoro per i gatti”

Fu così che la signora Bond si presentò durante la mia prima visita, afferrandomi la mano e spingendo fuori la mascella con aria di sfida come se mi invitasse a esprimere un’opinione diversa. Era un donnone con un viso forte dagli zigomi alti e un modo di fare autoritario. Come se avessi capito perfettamente e fossi d’accordo, mi lasciai guidare dentro casa.

   Vidi subito che cosa aveva voluto dire. La grande cucina che fungeva da soggiorno era stata completamente abbandonata ai gatti. C’erano gatti sui divani e sulle sedie e gatti che traboccavano a cascata fin sul pavimento, gatti seduti in fila lungo i davanzali delle finestre, e nel bel mezzo di tutto questo il piccolo signor Bond, con baffi cespugliosi e in maniche di camicia, che leggeva il giornale.

   Era una scena che mi sarebbe diventata molto familiare. Molti dei gatti non erano castrati perché l’atmosfera vibrava del loro particolarissimo odore, un odore acuto e selvaggio che sovrastava anche le nauseabonde esalazioni che si alzavano da grandi pentole piene di indefinito cibo per gatti e che bollivano sulla stufa. E il signor Bond era sempre lì, sempre in maniche di camicia a leggere il giornale, solitaria isoletta in un mare di gatti.

  Naturalmente avevo sentito parlare dei Bond. Erano di Londra e per qualche oscura ragione avevano scelto lo Yorkshire settentrionale come residenza per i loro anni di pensionati. La gente diceva che avevano “un po’ di grana”: avevano comprato una vecchia casa appena fuori Darrowby dove se ne stavano per conto loro… e con i gatti. Avevo sentito dire che la signora Bond aveva l’abitudine di prendersi cura dei gatti randagi, di nutrirli e di dar loro una casa se lo desideravano e questo mi aveva predisposto in suo favore perché sapevo per esperienza che la sfortunata specie felina era spetto oggetto di ogni genere di crudeltà e trascuratezze. La gente ammazzava i gatti, lanciava loro contro oggetti, li lasciava morire di fame e aizzava loro contro i cani per divertimento. Era bello vedere che qualcuno stesse dalla loro parte.

   Il mio paziente di quella prima visita erra solo un gattino un po’ cresciuto, una piccola massa terrorizzata bianca e nera raggomitolata in un angolo.

“E’ uno dei gatti esterni” tuonò la signora Bond.

“Dei gatti esterni?”

“Sì. Tutti quelli che lei vede qui sono i gatti interni. Gli altri sono quelli proprio selvatici che rifiutano semplicemente di entrare in casa. Naturalmente io li nutro ma dentro vengono solo quando sono malati.”

“Capisco”

“Ho fatto una fatica terribile per acchiappare questo. Sono preoccupata per i suoi occhi… mi pareva che ci fosse una pellicola che gli cresceva sopra e spero che lei possa fare qualcosa per lui. A proposito, si chiama George”

“George? Ah, sì, bene” Tesi cautamente la mano verso la bestiola e fui accolto da una serie di artigli frementi e da una quantità di sputi a bocca aperta. Il gatto era intrappolato nel suo angolo, altrimenti sarebbe scappato con la rapidità di un lampo.

   Visitarlo sarebbe stato un problema. Mi girai verso la signora Bond: “Potrebbe darmi un lenzuolo? Un vecchio telo da stiro andrebbe bene. Dovrò avvolgercelo”

“Avvolgercelo?” la signora Bond era molto dubbiosa, ma scomparve in un’altra stanza e ritornò con un malandato lenzuolo di cotone che pareva quello che ci voleva.

   Sgombrai il tavolo togliendo una stupefacente varietà di piatti per i gatti, di libri sui gatti, di medicine per i gatti, e vi stesi il lenzuolo, poi mi avvicinai di nuovo al paziente. Non si può aver fretta in una situazione come quella e mi ci vollero cinque minuti di lusinghieri “Psss… psss…” mentre mi avvicinavo sempre più con la mano. Quando arrivai al punto di potergli accarezzare il musetto, rapidamente lo afferrai per la collottola e finalmente portai George, che protestava energicamente e scalciava in tutte le direzioni, sopra il tavolo. Qui, sempre tenendolo saldamente per la collottola, lo deposi sul lenzuolo e cominciai ad avvolgerlo.

   C’è una cosa che bisogna fare molto spesso con i felini turbolenti e, anche se sono io a dirlo, sono piuttosto bravo in quest’operazione. L’idea è di fare un rotolo bello stretto e ordinato, lasciando scoperta la parte del gatto che interessa: può essere una zampa ferita, forse la coda e, nel nostro caso, naturalmente, la testa. Credo che quello fu l’inizio della fede cieca della signora Bond in me, cioè il momento in cui mi vide avvolgere rapidamente il gatto finchè tutto quello che si potè vedere di lui fu una piccola testa bianca e nera che sporgeva da un solido bozzolo di cotone. Lui e io eravamo di fronte, più o meno occhi negi occhi e George non poteva farci nulla.

   Come dicevo, sono piuttosto fiero di questa piccola destrezza e anche oggi si sa che i miei colleghi veterinari fanno quest’osservazione: “Il vecchio Herriot magari da molti punti di vista è limitato, ma, perdio, un gatto lo sa avvolgere”.

   Come poi risultò, non c’era nessuna pellicola che cresceva sugli occhi di Gorge. Non c’è mai.

“Ha una paralisi della terza palpebra, signora Bond. Gli animali hanno questa membrana che passa sull’occhio per proteggerlo. In questo caso non è tornata indietro, probabilmente perché George è in cattive condizioni di salute, magari ha un po’ di rinite o qualche altra cosa che lo ha indebolito. Gli farò un’iniezione di vitamine e le lascerò una polverina da mettere in quello che mangia, se riesce a tenerlo in casa per qualche giorno. Credo che tra un paio di settimane starà benone.”

   L’iniezione non presentava alcun problema, con George  furibondo ma impotente dentro il lenzuolo e io avevo terminato la mia prima visita dalla signora Bond.

 

   Fu la prima di molte. La signora e io instaurammo immediatamente un buon rapporto che era rafforzato dal fatto che io ero sempre pronto a dedicare un po’ del mio tempo ai suoi vari incarichi: strisciare sulla pancia sotto cataste di legna nella legnaia per acchiappare i gatti esterni, persuaderli con blandizie a scendere dagli alberi, inseguirli furtivamente nella macchia. Ma dal mio punto di vista tutto questo era gratificante sotto molti aspetti.

   Per esempio, c’era la varietà di nomi che la donna aveva scelto per i suoi gatti. Fedele all’educazione londinese aveva dato a molti dei mici i nomi dei componenti della grande squadra dell’Arsenal dell’epoca. C’era Eddie Hapgood, Cliff Bastin, Ted Drake, Wilf Copping, ma in un caso aveva fatto una grande gaffe perché Alex James faceva i gattini tre volte l’anno con immancabile regolarità.

   Poi c’era il suo modo di chiamarli a casa. La prima volta che la vidi mentre svolgeva quest’incombenza era una tranquilla sera estiva. I due gatti che la signora Bond voleva farmi visitare erano chissà dove in giardino e io arrivai con lei fino alla porta di servizio dove lei si fermò, incrociò le mani sul petto, chiuse gli occhi e sciolse la voce in un mellifluo contralto.

“Bates, Bates, Bates, Ba-hates” Cantava davvero la parola con voce riverente, senza modulazioni, eccetto una deliziosa piccola cadenza sul “Ba.hates”. Poi gonfiò di nuovo lo’ampia gabbia toracica come una primadonna di opera lirica e di nuovo ne uscì, con il massimo sentimento:

“Bates, Bates, Bates, Ba-hates”

In ogni caso funzionò, perché il gatto Bates trotterellò fuori da un ciuffo di lauri. Rimaneva l’altro paziente e io osservavo con interesse la signora Bond.

La donna assunse la stessa posizione, inspirò, chiuse gli occhi, atteggiò il volto a un dolce mezzo sorriso e ricominciò.

“Sette per tre, Sette per tre, Sette per tre-eh” Era sulla stessa melodia di Bates, con lo stesso dolce innalzarsi del ritmo che alla fine ricadeva. Questa volta non ottenne una pronta risposta, però, e dovette ripetere l’esecuzione più e più volte, e mentre le note indugiavano nella tranquilla aria della sera l’effetto era sorprendente, assomigliava a quello del muezzin che chiama i fedeli alla preghiera.

Alla fine riuscì nello scopo e un grosso micio variegato sgattaiolò lungo il muro con l’aria di scusarsi ed entrò in casa.

“A proposito, signora Bond” dissi, cercando di rendere la voce il più possibile indifferente “Non ho afferrato il nome di quest’ultimo gatto”

“Ah, Sette per tre?” sorrise assorta in un ricordo “Sì, è un tesoro. Ha fatto tre gattini sette volte di fila, capisce, così ho pensato che le andasse bene come nome, non crede?”

“Sì, certo. Splendido nome, splendido.”

   Un’altra cosa che mi faceva provar simpatia per la signora Bond era il suo interessamento per quanto concerneva la mia sicurezza. Lo apprezzavo perché è un elemento raro tra i proprietari di animali. Ricordo quell’allenatore che, dopo che uno dei suoi cavalli da corsa mi aveva tirato un calcio dal box, esaminava ansiosamente l’animale per vedere se si era fatto male al piede; la piccola vecchia signora, quasi nana, accanto all’irsuto pastore tedesco ringhiante, che diceva: “Sarà gentile con lui, vero? E spero che non gli farà male… è molto nervoso”; il coltivatore che, dopo un parto di mucca sfiancante che, ne sono certo, mi ha tolto due anni di vita, grugniva cupamente: “Temo che me l’abbia stancata, quella vacca, giovanotto”.

   La signora Bond era diversa. Mi veniva incontro alla porta con un enorme paio di guanti per proteggermi le mani dai graffi ed era un inesprimibile sollievo vedere che qualcuno se ne preoccupava. Divenne parte dello schema della mia vita: risalire il sentiero nel giardino tra le innumerevoli piccole creature dagli occhi selvaggi che sgusciavano al mio passaggio (erano i gatti esterni), accettare il rito dei guanti alla porta, poi entrare nell’atmosfere greve della cucina con il piccolo signor Bond e il suo giornale appena visibili tra i pelosi corpi assiepati dei gatti interni. Non riuscii mai ad appurare l’atteggiamento del signor Bond verso i gatto (ora che ci penso quasi non parlò mai) ma avevo l’impressione che gli fossero indifferenti.

   I guanti erano di grande aiuto e a volte si rivelavano una vera e propria manna dal cielo. Come nel caso di Boris. Boris era un enorme membro nerazzurro della consorteria dei gatti esterni, e in più di un senso era la mia bestia nera. Ho sempre coltivato in segreto la convinzione che fosse fuggito da un giardino zoologico; non avevo mai visto un gatto domestico con i muscoli altrettanto lisci e frementi, con una ferocia così concentrata. Sono sicuro che Boris aveva qualcosa del puma.

   Era stato un triste giorno per la colonia di gatti quando era arrivato. Ho sempre trovato difficile provare antipatia per un animale; la maggior parte di quelli che cercano di farci del male sono mossi dalla paura, ma Boris era diverso; era un prepotente carico di odio e dopo il suo arrivo la frequenza delle mie visite aumentò per via della sua abitudine di maltrattare regolarmente i colleghi. Io stavo sempre a ricucire orecchie malridotte, a bendare zampe dilaniate da morsi.

   Molto presto avemmo una prova di forza. La signora Bond voleva che gli somministrassi una medicina per i vermi e io tenevo la pastiglia pronta con le pinze. Come riuscissi ad acchiapparlo non lo so, il fatto è che lo costrinsi sul tavolo e svolsi la mia opera di avvolgimento con la velocità di un lampo chiudendolo in innumerevoli giri di una stoffa robusta. Solo per pochi secondi pensai di averlo in mano, mentre lui alzava lo sguardo su di me, i grandi occhi lucenti carichi di odio. Ma mentre gli spingevo in bocca le pinze con il loro carico, lui strinse malvagiamente i denti sullo strumento e io sentii gli artigli di una forza incredibile che dal dentro laceravano il lenzuolo. In pochi secondi tutto fu finito. Una lunga zampa sbucò fuori strappando il tessuto e mi si abbattè sul polso, io mollai la presa alla collottola e in un attimo Boris affondò i denti attraverso il guanto nel polpastrello del mio pollice e fuggì. Rimasi lì fermo come uno stupido, reggendo la pastiglia per i vermi fatta a pezzi con la mano sanguinante e guardando quel mazzo di nastri che prima era stato il mio lenzuolo di avvolgimento. Da allora Boris odiò anche la mia vista e devo dire che il sentimento era reciproco.

 

   Ma questa era una delle rare nuvole in un cielo sereno. Continuai a spassarmela durante le visite in quella casa e la vita seguitò su binari tranquilli salvo, forse, qualche prese in giro dei miei colleghi. Essi non riuscirono mai a capire la mia disponibilità a trascorrere tanto tempo su un mucchio di gatti. E questo concordava con l’atteggiamento generale, Perché Siegfried non credeva alla gente che teneva in casa un beniamino della specie animale, qualunque esso fosse; non riusciva a capacitarsene e dispensava le sue opinioni a chiunque volesse ascoltarle. Naturalmente, aveva cinque cani e due gatti. I cani, tutti, lo seguivano dovunque andasse in macchina e quotidianamente lui stesso dava da mangiare a cani e gatti, anzi non avrebbe permesso a nessun altro di farlo. La sera i sette animali si ammucchiavano ai suoi piedi mentre Siegfried era seduto sulla poltrona accanto al fuoco. Oggi ancora è fortemente contrario a chi si tiene in casa un beniamino della specie animale, anche se un’altra generazione di code di cani festose quasi lo nasconde mentre guida e benché abbia anche parecchi gatti, alcune vasche di pesci tropicali e una coppia di serpenti.

   Tristan mi vide in azione dalla signora Bond soltanto una volta. Stavo prendendo alcune pinze dall’armadio degli strumenti quando entrò lui.

“Qualcosa di interessante, Jim?”

“No, non direi. Esco solo a vedere uno dei gatti Bond. Ha un osso incastrato tra i denti.”

Il giovanotto mi osservò pensieroso per un momento. “Penso che verrò con te. Non ho visto un gran che di casi di piccoli animali, in quest’ultimo periodo.”

   Quando attraversammo il giardino nell’istituto dei gatti provai un lieve imbarazzo. Una delle cose che avevano contribuito a instaurare il mio beato rapporto con la signora Bond era la mia tenera sollecitudine per quanto mi chiedeva di fare. Anche con i più selvatici e con i più feroci dimostravo solo dolcezza, pazienza e premura; non che recitassi, mi veniva naturale. Ma non potevo fare a meno di domandarmi che cosa avrebbe pensato Tristan dei miei modi rassicuranti con i gatti.

   La signora Bond, dalla soglia, aveva afferrato in un attimo la situazione ed era lì con due paia di guanti. Tristan parve un po’ sorpreso quando ricevette il suo, ma ringraziò la signora con il suo caratteristico fascino. Parve ancora più sorpreso quando entrò in cucina, annusò l’atmosfera greve ed esaminò la massa di creature coperte di pelo che occupavano quasi ogni centimetro quadrato.

“Dottor Herriot, temo che sia Boris quello con l’osso tra i denti” disse la signora Bond.

“Boris?” lo stomaco mi si strinse “Come potremo mai acchiapparlo?”

“Ah, sono stata piuttosto brava” rispose lei “Sono riuscita a farlo entrare in un cesto per gatti allettandolo con un po’ del suo cibo preferito”

Tristan appoggiò la mano su un grosso cesto di vimini posato sul tavolo. “E’ qui dentro?” chiese con tono indifferente. Fece scivolare il gancio e sollevò il coperchio. Per qualcosa come una frazione di secondo la creatura acciambellata lì dentro e Tristan si guardarono intensamente, poi il lucido corpo nero come un’esplosione silenziosa sfrecciò dal paniere sfiorando l’orecchio di Tristan e atterrò sopra un grosso armadio.

“Cristo!” fece Tristan “Che diavolo era quella cosa?”

“Quello” dissi io “ era Boris e ora ci tocca riprenderlo!”

Mi arrampicai su una sedia, arrivai in cima all’armadio e cominciai col mio “Psss psss” sussurrato nel tono più seducente.

Dopo un minuto parve che Tristan avesse un’idea migliore, fece un salto improvviso e afferrò Boris per la coda. Ma per poco, perché il gattone si liberò in un attimo e diede inizio a una rotazione vertiginosa intorno alla stanza, sugli armadi e sulle credenze, di qua e di là delle tende come un motociclista nel pozzo della morte.

Tristan si appoggiò in un punto strategico e quando Boris passò come un razzo lo colpì con uno dei guanti.

“L’ho mancato, quel maledetto!” urlò indispettito “Ma eccolo che torna...beccati questa, bastardo nero! Accidenti, non riesco a inchiodarlo!!!”

I docili gattini interni, confusi dalla pioggia di piatti, scatole, pentole oltre che dalle grida di Tristan che agitava le braccia, cominciarono a loro volta a correre tutto intorno rovesciando quello che aveva mancato Boris. Il rumore e la confusione arrivarono al signor Bond che solo per un attimo alzò la testa e si guardò intorno osservando con mite sorpresa i corpi lanciati nella corsa, prima di immergersi di nuovo nel suo giornale.

Tristan, rosso per l’eccitazione della caccia, aveva cominciato a divertirsi sul serio. Io mi facevo piccolo piccolo mentre lui felice mi urlava “Trasmettigli questa, Jim, io lo acchiappo al prossimo giro!”

   Non prendemmo Boris. Dovemmo lasciare che l’osso se ne andasse da solo, perciò non fu una visita coronata dal successo, sotto il profilo veterinario. Ma, mentre ritornavamo in macchina, Tristan sorrideva soddisfatto.

“E’ stato grandioso, Jim! Non capivo perché ti divertivi tanto con i gatti!”

   D’altro lato la signora Bond, al nostro successivo incontro, fu piuttosto silenziosa su tutto l’episodio.

“Dottore” disse “spero che non mi porterà più quel giovanotto…”

James Herriot

 



(venerdì, 01 giugno 2007, 00:08)

IL GATTO NERO
RF_GattoNero
Per il racconto piu' straordinario, e al medesimo tempo piu' comune, che sto per narrare, non aspetto ne' pretendo di essere creduto. Sarei davvero pazzo a pretendere che si presti fede a un fatto a cui persino i miei sensi respingono la loro stessa testimonianza. Eppure pazzo non sono, e certamente non vaneggio.

Ma domani morro', e oggi voglio scaricare la mia anima. Mio scopo immediato e' di porre innanzi al mondo, in modo piano, succinto, e senza commenti, una serie di casi semplicemente domestici. Nel loro concatenarsi questi fatti mi hanno terrificato, mi hanno torturato, mi hanno annientato. Non tentero' tuttavia di spiegarli. Per me essi non hanno rappresentato che orrore; a molti invece piu' che terribili essi sembreranno BAROQUES. In seguito forse un intelletto sapra' condurre il mio fantasma al senso comune, un intelletto piu' calmo, piu' logico, meno eccitabile del mio, il quale scorgera' nelle circostanze che io descrivo con terrore, null'altroche un normale susseguirsi di cause e di effetti naturalissimi.


Sin dall'infanzia sono stato conosciuto per la docilita' e la mitezza del mio carattere. Ero talmente tenero di cuore, anzi, che i miei compagni mi avevano preso a soggetto delle loro beffe. Amavo soprattutto gli animali, e i miei genitori mi avevano concesso di possedere una grande varieta' di bestiole
preferite. Passavo con questi animaletti la maggior parte del mio tempo, e la mia piu' perfetta felicita' consisteva nel nutrirli e nell'accarezzarli. Questo tratto caratteristico della mia indole crebbe in me coll'andare degli anni e, divenuto adulto, trassi da cio' una delle mie principali fonti di soddisfazione. A coloro che abbiano provato un vivo affetto verso un cane fedele e intelligente non occorrera' che io spieghi la natura e l'intensita' del piacere derivante da questa tendenza. Vi e' qualcosa nell'amore spoglio di egoismo e ricco di sacrificio di una bestia senz'anima, che va direttamente al cuore di colui che abbia frequenti occasioni di saggiare la pacchiana amicizia e l'instabile fedelta' del cosidetto UOMO.

Mi sposai giovane, e fui felice di ritrovare in mia moglie una tendenza non contrastante con la mia. Avendo notato la mia debolezza verso gli animali domestici, non perdeva occasione di procurarmi quelli che mi piacevano. Avevamo diversi uccelli, dei pesciolini, un bel cane, alcuni conigli, una scimmietta, e UN GATTO. Quest'ultimo era un animale bellissimo, di grossezza notevole, completamente nero, e straordinariamente intelligente. Parlando della sua intelligenza, mia moglie che in cuor suo non era scevra di una certa punta di superstizione, faceva frequenti allusioni all'antica credenza popolare secondo la quale tutti i gatti neri siano streghe travestite. Non che ella si esprimesse mai SERIAMENTE su questo punto, e cito questo particolare soltanto perche' mi capita ora, proprio per caso, di ricordarlo.

Pluto, cosi' si chiamava il gatto, era il mio animale preferito e il mio compagno di giochi. Io soltanto gli davo da mangiare, ed egli mi seguiva dovunque, per casa: anzi duravo fatica a impedirgli di accompagnarmi persino per la strada.

La nostra amicizia si protrasse cosi' per parecchi anni, durante i quali il mio temperamento e il mio carattere in genere, ad opera del demone Intemperanza (arrossisco nel confessarlo), subirono un radicale mutamento verso il peggio.

Ero divenuto di giorno in giorno piu' scontroso, piu' irritabile, sempre piu' incurante dei sentimenti altrui. Ero giunto a usare verso mia moglie un linguaggio sconveniente. Alla fine arrivai persino alla violenza personale contro di lei. Naturalmente anche le mie bestiole ebbero a soffrire di questo mutamento del mio carattere. Non solo le trascuravo, ma le maltrattavo. Verso Pluto comunque sentivo ancora abbastanza tenerezza per trattenermi dal picchiarlo, mentre non mi facevo srupolo di percuotere i conigli, la scimmia, persino il cane, se essi per caso o per affetto mi si mettevano tra i piedi. Ma il mio male peggiorava, quale male infatti e' peggiore dell'alcool? E infine
persino Pluto, il quale ormai invecchiava, ed era di conseguenza alquanto stizzoso, persino Pluto comincio' a subire gli effetti del mio cattivo carattere.

Una sera, ritornando a casa dai miei vagabondaggi per la citta', ubriaco fradicio, ebbi la sensazione che il gatto evitasse la mia presenza. Lo afferrai, e l'animale, allora, spaventato dalla mia violenza, mi produsse sulla mano, con i suoi denti, una lieve ferita. In un attimo fui invaso da una furia demonica. Non mi riconoscevo piu'. Era come se la mia anima originaria mi si fosse a un tratto spiccata dal corpo, e una malvagita' peggio che infernale, alimentata dal gin, pervase ogni fibra del mio essere. Mi tolsi di tasca un temperino, lo apersi, afferrai la povera bestia per la gola, e deliberatamente gli feci saltare l'occhio dall'orbita. Arrossisco, avvampo, rabbrividisco, mentre la mia penna descrive questa inaudita atrocita'.

Allorche' col mattino la ragione mi ritorno', dopo che il sonno aveva fatto dileguare lungi da me i fumi dell'orgia notturna, provai un sentimento per meta' di orrore, per meta' di rimorso, per il delitto di cui mi ero reso colpevole; ma non era che un sentimento debole e ambiguo, e l'anima ne rimase intatta. Mi rituffai nei miei eccessi, e ben presto affogai nel vino ogni ricordo del mio misfatto.

Coll'andare del tempo tuttavia il gatto guari'. Certo la sua occhiaia vuota aveva un aspetto pauroso, ma l'animale non pareva soffrire piu' alcun dolore. Si aggirava per la casa come al solito, ma com'era da aspettarsi, fuggiva terrorizzato non appena mi vedeva. Mi era rimasto ancora abbastanza del mio vecchio cuore per sentirmi a tutta prima addolorato da questo evidente disgusto da parte di una creatura che un tempo mi aveva tanto amato. Ben presto pero' a questo sentimento succedette una viva irritazione. E infine si impadroni' di me, per sommergermi in modo definitivo e irrevocabile, lo spirito della PERVERSITA'. Di questo spirito la filosofia non si cura. Eppure sono sicuro, quanto sono sicuro che la mia anima vive, che la perversita' e' uno degli impulsi piu' primitivi del cuore umano, una di quelle facolta' o sentimenti primari non analizzabili che dirigono il carattere dell'Uomo. Chi non ha almeno cento volte commessa un'azione sciocca o vile, per nessun altro motivo se non perche' sa che non dovrebbe commetterla? Non proviamo noi una tendenza perenne, a dispetto di ogni nostra migliore saggezza, a violare cio' che e' la LEGGE, soltanto perche' la riconosciamo tale? Questo spirito di perversita', ripeto, produsse in me il decadimento finale. Era questo insondabile anelito dell'anima A TORTURARE SE STESSA, a violentare la propria stessa natura, a fare il male soltanto per amore del male, che mi sospinse a continuare e infine a consumare l'offesa che avevo inflitta alla bestia innocente.

Un mattino, a sangue freddo le passai un cappio al collo e la impiccai al ramo di un albero; la impiccai, con le lagrime che mi sgorgavano dagli occhi e col piu' amaro rimorso nel cuore; la impiccai PERCHE' sapevo che mi aveva amato, e PERCHE' sentivo che non mi aveva dato alcun motivo di offesa; la impiccai PERCHE' sapevo che cosi' facendo commettevo un peccato, un peccato mortale che avrebbe posto in tale pericolo la mia anima immortale da sottrarla (se una cosa simile fosse possibile) perfina all'infinita misericordia dell'Infinitamente
Misericordioso e Infinitamente Terribile Iddio.

La notte di quel giorno in cui avevo compiuto questo gesto crudele fui risvegliato nel sonno da grida di "al fuoco! Al fuoco!". I cortinaggi del mio letto erano in fiamme, tutta la casa ardeva. Fu con grande difficolta' che mia moglie, una domestica e io stesso riuscimmo a salvarci dall'incendio. La distruzione fu totale. Tutta la mia sostanza venne inghiottita dal disastro, e da quel momento in avanti io mi abbandonai alla disperazione.

Non ho affatto la debolezza di cercar di stabilire un nesso di causa e di effetto tra questa sciagura e l'atrocita' da me commessa. Ma sto enumerando una catena di fatti, e non desidero percio' lasciare incompiuto anche un solo eventuale anello. Il giorno successivo all'incendio mi recai a ispezionare le macerie. Tutti i muri della casa erano caduti, a eccezione di uno solo. Si trattava di un muro divisorio, non molto massiccio, che si trovava verso il mezzo della casa, e contro il quale aveva sempre poggiato la testa del mio letto. In questo punto l'intonaco aveva in gran parte resistito all'azione del fuoco, un particolare che io attribuii al fatto essere stata quella parete appunto ripulita di fresco. Intorno a questo muro si era radunata una densa folla, e molte persone sembravano esaminare un certo tratto di parete con attenzione minutissima e ansiosa. Le parole "Strano!", e "Incredibile!", e altre espressioni consimili eccitarono la mia curiosita'. Mi avvicinai e vidi, quasi fosse scolpita in BAS-RELIEF sulla superficie bianca, l'immagine di un gatto gigantesco. L'effetto era reso con una precisione che aveva veramente del fantastico. Intorno al collo dell'animale penzolava una corda.

A tutta prima, nel trovarmi di fronte a quella apparizione, poiche' non potevo considerarla altrimenti, fui invaso da uno sbalordimento e da un terrore incontrollabili. Ma in seguito la ragione mi venne in soccorso. Mi rammentai di avere impiccato il gatto in un giardino adiacente alla casa. Quando era stato dato l'allarme d'incendio questo giardino era stato immediatamente invaso dalla folla, e tra questa qualcuno doveva aver tolto l'animale dall'albero e doveva averlo gettato attraverso la finestra aperta, nella mia stanza. Forse avevano fatto questo con l'intenzione di svegliarmi. La caduta di altre pareti aveva schiacciato la vittima della mia crudelta' nella massa dell'intonaco spalmato di fresco; e la calce di questo, unitamente alle fiamme a all'AMMONIA esalante dalla carogna avevano poi compiuto la raffigurazione che io ora vedevo dinanzi.

Per quanto riuscissi a placare con questa riflessione il mio cervello, se non completamente la mia coscienza, e giustificare cosi' il fatto sorprendente che ho teste' narrato, non mi fu tuttavia possibile sottrarmi alla profonda mpressione che esso aveva provocato sulla mia fantasia. Per mesi interi non riuscii a liberarmi del fantasma del gatto, e durante tutto quel tempo il mio spirito fu tormentato da un sentimento indefinito che poteva sembrare, ma non era, rimorso. Giunsi sino al punto di rimpiangere la perdita dell'animale e a guardarmi attorno, nei sordidi ambienti che ormai frequentavo d'abitudine, in cerca di qualche altro esemplare della stessa specie, se non proprio del tutto identico, da poter coccolare, e grazie al quale sostituire la bestiola perduta.


Una notte, mentre sedevo, in stato di semistupidimento, in una taverna malfamata, la mia attenzione fu improvvisamente attratta da un oggetto nero che posava sul coperchio di una delle tante botti enormi piene di gin o di rum costituenti il principale arredamento della stanza. Gia' da alcuni minuti stavo fissando proprio il coperchio di quella botte, e fui percio' sorpreso di non essermi accorto prima dell'oggetto che vi era adagiato sopra. Mi avvicinai e lo toccai con la mano. Era un gatto nero enorme, grosso quanto Pluto, e che gli assomigliava in tutto tranne che per un unico particolare. Pluto non aveva un
solo pelo bianco in tutto il corpo, mentre questo gatto aveva l'intera zona del petto ricoperta di una larga se pure indefinita macchia bianca.

Non appena lo toccai l'animale si alzo' immediatamente, si mise a ronfareù forte, si strofino' contro la mia mano, parve insomma felice della mia attenzione verso di lui. Era dunque proprio il gatto di cui andavo in cerca. Offersi subito al taverniere di acquistarlo, ma l'uomo dichiaro' di non avere alcun diritto su quella bestia, poiche' non ne sapeva nulla, ne' mai l'aveva veduta prima.
Seguitai ad accarezzarlo, e mentre mi disponevo a ritornare a casa, l'animale dimostro' subito una evidente intenzione di accompagnarmi. Naturalmente ne fui ben contento, e di quando in quando mi chinavo a lisciargli il pelo pur seguitando a procedere nel mio cammino. Non appena giunto a casa la bestia si addomestico' subito e divenne immediatamente il coccolo di mia moglie.

Per parte mia mi accorsi ben presto che in me sorgeva contro l'animale una viva antipatia. Era proprio il contrario di quanto avevo preveduto, ma non so perche' o come fosse, la sua manifesta tenerezza verso la mia persona mi indispettiva e disgustava. Gradatamente questi sentimenti di ribrezzo e di insofferenza si tramutarono in un odio profondo. Evitavo l'animale; un vago senso di vergogna e il ricordo del mio precedente atto di crudelta' mi impediva di maltrattarlo fisicamente. Per alcune settimane mi trattenni dal picchiarlo, o dal fargli comunque del danno, ma a poco a poco, oh, per lentissimi gradi, giunsi a considerarlo con un ribrezzo indescrivibile e a fuggire silenziosamente la sua odiosa presenza come sarei fuggito dal lezzo pestilenziale di una malattia contagiosa.

Quel che alimentava senza dubbio il mio odio verso l'animale era stata la scoperta, il mattino successivo alla sua venuta nella mia casa, che anche questo gatto, al pari di Pluto, era cieco di un occhio. Questo particolare invece non aveva fatto che renderlo ancora piu' caro a mia moglie, la quale, come gia' ho detto, possedeva in sommo grado quella umanita' di sentimenti che era stata un tempo il mio tratto caratteristico, e la fonte di molte tra le mie piu' semplici e piu' pure soddisfazioni.


Ma quanto piu' la mia avversione per questo gatto cresceva, tanto piu' sembrava aumentare da parte sua la tenerezza verso di me. Seguiva i miei passi con una ostinazione che sarebbe difficile far comprendere al lettore. Dovunque mi sedessi, subito si accovacciava sotto la mia seggiola, o mi balzava sulle
ginocchia, importunandomi con le sue insopportabili feste. Se mi alzavo per passeggiare, ecco che correva a mettermisi fra i piedie per poco non mi faceva cadere, oppure conficcando nel mio vestito i suoi unghioli lunghi e aguzzi, si arrampicava con questo sistema sino al mio petto. In quei momenti, benche' mi divorasse il desiderio di distruggerlo con un colpo solo, ero trattenuto dal far cio', in parte dal ricordo del mio precedente delitto, ma soprattutto, lasciate che lo confessi subito, da un vero e proprio TERRORE dell'animale.

Questo terrore non era esattamente il terrore di un possibile male fisico, e tuttavia non saprei come altrimenti definirlo. Ho quasi vergogna di ammettere - si', persino in questa cella d'infamia, ho quasi vergogna d'ammettere, - che il terrore e l'orrore ispiratimi dall'animale erano stati rafforzati da una tra le piu' chimeriche assurdita' che sia possibile immaginare. Mia moglie aveva piu' d'una volta richiamata la mia attenzione sulla stranezza della macchia di peli bianchi di cui ho gia' accennato, e che costituiva la sola differenza visibile tra questo misterioso gatto e quello che io avevo ucciso. Il lettore si rammentera' che questo segno, per quanto grande, dapprincipio era molto indefinito, mentre invece in seguito (per gradi lentissimi, quasi
impercettibili, e che la mia Ragione si rifiuto' a lungo di ammettere, respingendoli come un'assurda fantasia) aveva infine assunto nettezza di contorni e una forma precisa. Esso era divenuto ora la rappresentazione di un oggetto che rabbrividisco a nominare, e per questo soprattutto odiavo e paventavo e avrei voluto sbarazzarmi di quel mostro SE SOLTANTO LO AVESSI OSATO, poiche' questo segno, ripeto, si era finalmente trasformato nella figurazione limpidissima di un oggetto odioso e ributtante: era divenuto una FORCA, oh, lugubre e terribile macchina di orrore e di delitto, di agonia e di morte!E adesso la mia miseria superava la miseria tutta dell'Umanita' intera.

E una BESTIA BRUTA, il cui simile io avevo cosi' sprezzantemente annientato, una BESTIA BRUTA doveva forgiare per ME, per me uomo, fatto a immagine dell'Altissimo Iddio, un cosi' intollerabile tormento? Ahime'! Non conobbi piu' ne' di notte ne' di giorno la benedizione del riposo! Di giorno l'animale non mi lasciava solo neppure per un istante; e di notte mi svegliavo di ora in ora di soprassalto, da incubi grevi di indicibile paura, per sentirmi l'alito caldo di QUELLA COSA sulla faccia, e la vasta massa del suo corpo. Incubo incarnato
che non avevo il potere di scuotermi di dosso, eternamente incombente sul mio CUORE!

Sotto l'incalzare di siffatte torture, quel poco di bene che ancora restava in me scomparve. Pensieri malvagi divennero i miei soli compagni, ed erano i piu' tetri, i piu' malvagi dei pensieri. L'ombrosita' abituale del mio carattere si tramuto' in un odio forsennato di tutte le cose e dell'intera umanita'; mentre degli scoppi improvvisi, frequenti, incontrollabili di collera ai quali ora io ciecamente mi abbandonavo, la mia docile moglie, era divenuta, ahime! la vittima piu' consueta e piu' paziente.


Un giorno ella mi accompagno' per necessita' domestiche nello scantinato del vecchio edificio dove la nostra poverta' ci costringeva ora ad abitare. Il gatto naturalmente mi aveva seguito giu' per i ripidi scalini, e, avendo io evitato per vero miracolo di cadere lungo disteso per causa sua, mi aveva esasperato sino alla follia. Sollevai una scure e dimenticando nella mia collera il terrore puerile che sino a quel momento mi aveva trattenuto la mano, diressi contro l'animale un colpo che certo lo avrebbe ucciso all'istante se fosse calato come io avrei voluto. Ma questo colpo fu arrestato dalla mano di mia moglie. La sua intromissione mi colmo' di furore demoniaco e liberando violentemente il mio braccio dala sua stretta le affondai la scure nel cervello. Ella cadde morta stecchita, senza emettere un gemito.


Appena compiuto questo odioso crimine, mi posi immediatamente e con fredda deliberazione all'impresa di occultare il cadavere. Sapevo che non mi era possibile rimuoverlo dalla casa, ne' di giorno ne' di notte, senza correre il
rischio di essere notato dai vicini. Formai nella mia mente molti progetti. A tutta prima pensai di tagliare il cadavere in pezzi minuti e di distruggerli nel fuoco. In un secondo tempo decisi di scavare una fossa nel pavimento della cantina. Poi architettai di gettarlo nel pozzo del cortile, oppure di porlo dentro una scatola, come se fosse della merce, e ordinare al portiere di portarlo via da casa. Infine escogitai quello che mi parve l'espediente migliore. Decisi di murarlo nella cantina stessa, come si narra solessero murare le proprie vittime i monaci medievali.

La cantina era adattissima a uno scopo come il mio. Le sue pareti erano state costruite rozzamente, e di fresco intonacate con cemento grossolano, cui l'umidita' atmosferica aveva impedito d'indurirsi. Inoltre in una delle pareti vi era uno sporto, provocato da un falso camino, o caminetto, che era stato riempito e trasformato in modo da somigliare al resto dello scantinato. Mi assicurai che mi sarebbe stato facile spostare i mattoni in quel punto, inserirvi il cadavere, e tornare a murare il tutto come prima, in modo che nessun occhio umano potesse scorgervi alcunche' di sospetto.

I miei calcoli non dovevano ingannarmi. Con l'aiuto di una sbarra di ferro scostai facilmente i mattoni, e dopo avere accuratamente deposto il cadavere contro la parete interna, lo puntellai in quella posizione mentre andavo via via riaccomodando senza fatica l'intera opera muraria cosi' come era stata originariamente costruita. Mi ero procurato con tutte le possibili cautele della calce e della sabbia, avevo preparato l'intonaco in modo che non era assolutamente possibile distinguerlo dal vecchio, e con esso ricopersi accuratamente la nuova opera muraria. Quando ebbi finito mi accorsi con soddisfazione di aver compiuto un buon lavoro. Il muro non sembrava essere stato manomesso minimamente. Spazzai con attenzione minutissima il pavimento dei rifiuti e delle scorie di cui lo avevo sporcato. Mi guardai attorno trionfante e dissi a me stesso: "Meno male! Le mie fatiche non sono state vane".

Subito dopo, il mio primo pensiero fu quello di andare in cerca dell'animale che era stata la causa di tanta sciagura, poiche' ero ormai fermamente deciso ad ucciderlo. Se fossi stato in grado di acchiapparlo in quel momento, il suo destino sarebbe stato indubbiamente segnato, ma, a quel che pareva, l'astuta
bestia si era spaventata del mio precedente accesso di collera, e si guardava bene dal presentarsi al mio cospetto, date le attuali condizioni del mio umore. Mi e' impossibile descrivere, o fare immaginare al lettore, il senso profondo, quasi estatico di sollievo che la constatazione della scomparsa dell'odiata creatura suscito' nel mio petto. Per tutta quella notte non si fece vedere, e cosi' per una notte almeno, da quando si era introdotto nella mia casa, riuscii a dormire di un sonno profondo e pacifico; si', DORMII nonostante il peso del delitto che mi gravava sull'anima!

Passo' il secondo giorno, passo' il terzo, ma il mio tormentatore non comparve. Tornai a respirare come un uomo libero. Certo il mostro, spaventato, era fuggito dalla mia casa per sempre! Non lo avrei piu' veduto! La mia felicita' era al colmo! Non sentivo quasi la colpa del mio truce misfatto. Mi erano state rivolte alcune domande, ma avevo saputo rispondere a tutte in modo soddisfacente. Era stata persino ordinata un'inchiesta, ma naturalmente nessuno aveva scoperto nulla. Ero certo di avere ormai assicurato un avvenire tranquillo e sereno.


Il quarto giorno successivo all'assassinio entro' pero' inaspettatamente in casa mia una squadra di poliziotti che procedette a un rigoroso esame dei locali. Sicuro pero' della inaccessibilita' del mio nascondiglio non provai alcun imbarazzo. I funzionari di polizia mi pregarono di accompagnarli nela loro perquisizione. Ogni angolo, ogni ripostiglio fu attentamente esplorato. Infine scesero in cantina per la terza o quarta volta. Non uno solo dei miei muscoli tremo'. Il mio cuore batteva calmo come batte a chi dorme nel sonno dell'innocenza. Percorsi la cantina da un capo all'altro, tenendo le braccia incrociate sul petto, e aggirandomi di qua e di la' con disinvoltura. I poliziotti si dichiararono soddisfatti e si disposero ad andarsene. L'esultanza del mio cuore era troppo intensa perche' potessi trattenerla. Bruciavo dal dire ancora una parola sola, per rafforzare il mio trionfo, e rassicurarli doppiamente dela mia innocenza.


- Signori, - dissi infine, mentre gia' stavano salendo i gradini, - sono lieto di avere calmato i vostri sospetti. Vi auguro buona salute, e vi porgo i miei omaggi. A proposito, signori, questa... questa e' una casa costruita meravigliosamente bene. - (Nel desiderio morboso di parlare con disinvoltura, quasi non mi rendevo conto delle parole che proferivo). - Posso dire anzi che e' una casa costruita in maniera ECCELLENTE. Queste pareti, ve ne state gia' andando, signori? queste pareti, guardate come sono solide! - E a questo punto, in una vera frenesia di sfida, picchiai pesantemente con la mazza che tenevo in mano proprio su quel tratto di opera muraria dietro al quale stava il cadavere
della moglie che io avevo tanto amata.

Ma possa Iddio proteggermi e liberarmi dagli artigli dell'Arcidemonio! Non appena gli echi dei miei colpi si furono spenti nel silenzio, ecco che ad essi una voce rispose dal segreto loculo! Era un pianto, dapprima soffocato e interrotto, come il singhiozzare di un bambino, che rapidamente si enfio' sino a divenire un unico lungo, alto, continuo urlo, indicibilmente strano e inumano, un ululato, uno strido guaiolante, per meta' di orrore e per meta' di trionfo, quale solo avrebbe potuto levarsi dal fondo dell'inferno, se le gole di tutti i dannati nella loro angoscia e tutti i demoni nell'esultanza della dannazione umana si fossero insieme congiunte.


Di quel che fossero i miei pensieri in quel momento e' follia parlare. Sentendomi venir meno, arretrai barcollando verso la parete opposta. Per un attimo i poliziotti, giunti gia' in cima alle scale ristettero immobili, raggelati dall'orrore e da una specie di arcana paura. Un attimo dopo dodici braccia robuste si davano da fare attorno alla parete. Questa cadde di colpo in
tutta la sua massa. Il cadavere, gia' quasi interamente decomposto e chiazzato di sangue raggrumato, apparve eretto dinazi agli occhi degli agenti. Sul suo capo, con la sua rossa bocca spalancata e l'unico occhio di fiamma, sedeva lo spaventoso animale la cui malizia mi aveva indotto al delitto, e la cui voce rivelatrice mi aveva consegnato al boia.

Avevo murato il mostro entro la tomba!

Edgar Allan Poe



   Si tratta di un racconto semplicemente agghiacciante, che mi ha stupita per l'abilità con la quale è stato scritto e per lo spettacolare finale. Mi piacciono molto, inoltre, le parti in cui l'autore cerca di sondare l'animo umano, di descrivere, ammesso che si possa fare, quali sono i meccanismi interiori che portano un uomo mite a diventare violento, crudele senza alcun motivo preciso. Bellissima la parte prima dell'impiccagione, non credevo si potesse scrutare così a fondo nell'animo di chi decide deliberatamente di torturare e uccidere un animale che ha amato. E di considerarsi, successivamente, ancora "forgiato a immagine e somiglianza dell'Altissimo Iddio". Ma la "bestia bruta" gli procurerà la fine che si merita.