chi sono?


Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.

cos'è questo blog?

E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!

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Utente: Merly


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Le altezze dell'amore

“Tu vedi questo cane. Era soltanto ieri e io meditavo dimentica della sua presenza accanto a me finchè pensieri su pensieri mi portarono a lacrime su lacrime; quando dal cuscino su cui giacevo, le guance bagnate di pianto, una testina ricciuta come quella d’un fauno sorse dal nulla accanto al mio viso, due occhi grandi d’oro chiaro interrogarono i miei, un orecchio morbido mi accarezzò sulle guance a tergere il mio pianto. sgranai gli occhi al momento, come qualche abitante d’Arcadia, stupito dal dio caprino nei boschi al crepuscolo, ma come quella visione di riccioli mi venne più accanto ad asciugarmi le lacrime, riconobbi Flush, e superai sorpresa e tristezza, ringraziando il dio Pan che, dalle piccole creature, conduce alle altezze d’amore.” Elizabeth Barrett Browning, “Flush or Faunus”

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Crediti

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(venerdì, 03 agosto 2007, 16:36)

L'ULTIMO LUPO

(Enzo è un ragazzo di dodici anni. Insieme al padre h raggiunto un paese di montagna ormai abbandonato. L’ultimo abitante del luogo è un uomo di ottantaquattro anni. E’ il prozio di Enzo; egli non vuole abbandonare la sua casa e i boschi in cui ha vissuto così a lungo. Il padre di Enzo è un cacciatore; con alcuni amici ha organizzato una battuta di caccia per uccidere un lupo. E’ l’ultimo lupo che vive nella zona. )

 

   Pietro si fermò, tolse il fucile da tracolla e lo tenne imbracciato. Enzo sussurrò: “Cosa c’è?”

   Erano in un punto dove il bosco si diradava e apparivano, tra i cespugli, grigie rocce spugnose. Sulla destra, la grande verde parete di un dirupo. S’udiva il risonante scroscio di un torrente. Mormorò Pietro: “... posto di lupi, questo!”

“Di lupi?”

“Se tu fossi un lupo, non ti nasconderesti qui?”

“Io… io non so…"

   Pietro fece un passo in avanti. “Se è qui e lo prendiamo, ragazzo, saremo quelli che hanno abbattuto l’ultimo lupo!”

   Un altro passo in avanti. Enzo sentiva il cuore battere forte. Forse qualcosa stava per accadere. Gli alberi erano immobili, il silenzio assoluto, e il rumore del torrente quasi lo sottolineava. A una ventina di metri da loro, un poco più in su, vi era un’altura, il cui ciglio era frangiato da felci verdissime. Dopo aver lungamente esaminato il terreno, Pietro accennò: “Prova a vedere lassù” disse.

“Io?” domandò Enzo. Inghiottì. “Salire là?”

“Hai paura? Hai paura di trovare il lupo? Sta’ tranquillo, non c’è. Ma bisogna guardare lo stesso. Tu vai a dare un’occhiata, e io intanto mi faccio una sigaretta.”

   Enzo ricacciò indietro la paura, che aveva negato ma che aveva provato, e s’avviò inerpicandosi su per la china e raggiungendo la zona delle felci, che crescevano in una specie di terrazzo roccioso, e chiuso dalla parete del dirupo, lontana una trentina di passi. Da dov’era si volse, e s’impressionò vedendo Pietro così in basso, tra gli alberi; non s’era reso conto di essere salito tanto. Gridò:

“Qui?” e Pietro gli fece un distratto cenno d’assenso.

  

   Va bene. Non era certo andato lì per essere preso in giro. Procedette cauto, gli occhi al terreno… “le vipere”, pensò, ma il pensiero non gli si fermò: le vipere non importavano. Solo il lupo contava.

   S’era fermato e riprese a camminare adagio, con le felci che gli arrivavano quasi alla cintura e frusciavano a ogni suo passo. Levò gli occhi alla sommità del dirupo, aspro e macchiato di cespugli. Certo, se il lupo s’era nascosto là, aveva sbagliato, perché da quel posto non si poteva andare da nessun’altra parte… eh, lo zio Mario guardando il terreno avrebbe capito se era utile o no andare… si fermò ancora. “Che faccio?” si chiese. Davanti a sé, solo le felci e la parete rocciosa. Ai suoi piedi, il bosco oscuro e silente. Da dove era adesso, non poteva più vedere Pietro.

   Questo lo turbò. Non si mosse, lasciò passare un minuto che gli parve molto lungo. Che cosa avrebbe fatto, se il lupo gli fosse apparso, se gli si fosse gettato contro?... Si volse, preso d’un tratto dalla paura di non saper ritrovare la strada giusta, quella che l’avrebbe riportato accanto a Pietro. Si rassicurò tuttavia vedendo chiaramente la sua traccia. “Che faccio?” tornò a chiedersi “Torno indietro, tanto, qui, non c’è nessun lupo…”

“E se invece ci fosse?”

   Strano, questo pensiero, anziché rinnovargli la paura, gli diede un certo coraggio; si disse: “E’ da due giorni che non so più che cosa pensare” ma si sentiva pieno di un ardimento mai provato. “Se c’è il lupo, grido: Pietro, è qui! E Pietro in un attimo arriva e spara… ma no. Se soltanto pensasse che il lupo c’è Pietro non mi avrebbe mandato qui, nel pericolo… ma se c’è, sarò stato io a trovarlo e dare l’allarme, sarò stato io ad avere ucciso l’ultimo lupo…”

   Il coraggio si fece più preciso, ed Enzo camminò verso la parete di roccia, rassicurato dal rumore dei suoi stessi passi tra le alte erbe. Non s’udiva più il rumore del torrente. Ancora qualche metro. Posò la mano sulla roccia calda di sole. Ecco, andare avanti era inutile, aveva visto che in quel posto non c’era nessun lupo. Provò un gran senso di sollievo, quasi una voglia di ridere; fece per gridare: Pietro, non c’è!

   … s’immobilizzò. Fu percorso da un brivido improvviso.

   Trattenne il respiro. Poi, adagio, gli occhi sbarrati e il fiato sospeso, annusò l’aria.

   Qualcosa.

   C’era qualcosa nell’aria, qualcosa di diverso. Non era un odore di alberi, di erba, di fiori. Non era nemmeno odore di terra o di acqua. Era un’altra cosa.

   Era un odore selvaggio.

   Odore di lupo.

   Lo prese l’impulso di scappare, di buttarsi a correre gridando: “Il lupo, il lupo!”

   Un altro brivido e ricacciò indietro la paura. Ma sì, mettersi a gridare al lupo al lupo come il Pierino della fiaba e far ridere tutti! Che cosa avrebbe detto Pietro, e che cosa il babbo, e gli altri, e lo zio?...

   Tremante, non si mosse.

   Fiutò ancora l’aria e si sentì più calmo. Quell’odore non c’era più, doveva essere stata una impressione; o chissà, forse un pezzo di legno che marciva… c’erano strani odori nel bosco. Lo sapeva.

   Sì, sì. L’unica cosa che gli restava da fare era tornare in basso, da Pietro. Lì, di lupi non ce n’erano: c’era quella parete di roccia, di lì non si passava. Doveva tornare indietro. Però non si mosse. Il silenzio era profondissimo, gli pulsava alle orecchie; ed era tanto profondo che quando, chissà dove, un uccello lanciò il suo richiamo, esso echeggiò come in una immensa stanza vuota. La paura ricominciò a riprenderlo. Meglio far presto e tornare.

   Stava per volgersi, quando tra i rami di una felce altissima vide qualcosa di un nero intenso. Guardò. Un buco nella roccia, doveva essere. Una caverna. Adagio allungò il braccio, scostò i rami.

 

   Vide il lupo.

   Non pensò più a nulla. Ebbe un impulso di fuga che svanì subito. Tutto fu cancellato, come se la vita fosse sospesa. Non respirò. Forse il sangue cessò di scorrergli nelle vene. Non ebbe né paura né sorpresa. Nulla.

   Restò a fissare quegli occhi tondi e gialli. E quegli occhi risposero al suo sguardo.

Il lupo giaceva sul terreno della caverna, ramoscelli e foglie secche. Giaceva su un fianco, le zampe in avanti, le une sulle altre, in un atteggiamento di infinita stanchezza; ansava, e dalla bocca socchiusa usciva la lunga lingua rosea; guardava il ragazzo con occhi grandi e liquidi come di lacrime selvagge. Il ventre si alzava e si abbassava nel respiro. Era piuttosto piccolo, o così parve ad Enzo: come un cane, ecco.

   Non un ringhio, da quelle fauci rosse. Non un agitarsi di quella forte coda. “Quando il lupo è alle strette” rammentò il ragazzo riprendendo a pensare “attacca… : ma se adesso grido, o corrovia, questo lupo non farà nulla, non farebbe nulla nemmeno se avessi in mano un fucile. E’ troppo stanco. Ha sentito che lo stavamo cercando, è scappato… forse scappa da ieri sera,e si è rifugiato qui. Non può più far nulla. Tu dai l’allarme, e sei quello che avrà ucciso l’ultimo lupo, anche se non avrai sparato. Diventi famoso. Che cosa aspetti a gridare?...”

   Immobile sostenne quello sguardo, domandandosi nel profondo silenzio del suo essere. “Che cosa ti chiede, lo capisci?”

   Cominciò a farsi indietro, adagio, gli occhi negli occhi liquidi del lupo. Poi si volse, a passi rapidi attraversò la zona delle felci, scese per la china come fuggendo.

 

 

   “Un bidone, ecco cos’è. Non c’è nessun lupo. Se ci fosse, l’avremmo trovato.”

“Eppure, ho visto delle peste che, guardate, erano di lupo. Ci giurerei.”

“No. Le ho viste anch’io, quelle peste. Sono di volpe.”

“Via!”

“Di volpe, ti dico! O di cane.”

“A caccia di cani, io non vado.”

“Abbiamo passato tutta la valle metro per metro. In sei. Se c’era, non ci scappava.”

   Il babbo e i suoi amici sedevano attorno al tavolo. Erano stanchi, infangati e sudati. Puntuali, s’erano ritrovati alle sei, con il sole che cominciava ad abbassarsi e il cielo che ci faceva di un azzurro più intenso. Pieni di malumore s’erano scambiati battute e imprecazioni. S’erano ripuliti, poi, cambiati d’abito. Avevano deciso che sarebbero tornati a casa subito dopo cena, senza aspettare il giorno dopo: “Così non ti perdi un altro giorno di scuola, Enzo” aveva detto il babbo.

“Ma io…” aveva detto il ragazzo senza aggiungere altro. Non sapeva che cosa provava. Non sapeva di essere pieno di rabbia o di gioia, di delusione o di trionfo. Aveva tradito? Forse sì: non dando l’allarme, aveva tradito. Salvando il lupo, aveva tradito.

   Ma chi? I cacciatori, chi altro. Non certo il lupo. E forse nemmeno lo zio. Forse lo zio aveva ragione, la vita è sempre complicata.

 

   “Zio” fece Enzo, sollevando il volto stanco. Lo zio gli diede un fazzoletto annodato: “Fragole” disse; gli posò le mani sulle spalle e mormorò: “Ragazzi come te, non ce ne sono”

   Ebbe una sorta di brivido e non trovò nulla da dire. Il vecchio riprese, sommessamente: “Tu l’hai salvata, Enzo. Lo so.”

“Salvata?” rimandò senza capire.

“E’ femmina, non hai visto?”

“Femmina? No, io…”

“Già, tu non potevi sapere… il lupo, il maschio, dico, l’avevo trovato morto in una fossa una ventina di giorni fa… non so, forse era malato, forse era morto di fame…”

“...morto di fame!”

“Anche questo è vivere. In ogni modo la femmina è rimasta. E aspetta i cuccioli. Non si sarebbe fermata, altrimenti. Hai salvato anche i cuccioli.”

   Enzo cercò qualcosa da dire: “Io ho pensatoi che…” s’interruppe. Già, cosa aveva pensato? Riprese: “Mi guardava”

“Voleva dirti: lasciaci vivere”

“Zio!” ora il ragazzo lottava per non piangere. Dal fuoristrada il babbo chiamò: “Enzo!...”

“Non sono sicuro di avere fatto bene” mormorò in fretta il ragazzo “ho pensato… di avere tradito”

“Tradito, e chi?”

“… non so, il papà, i suoi amici…”

“No, no. Non hai tradito, hai salvato.”

“Enzo, insomma!”

“Sì, vengo subito, papà! … Zio, ho fatto bene?”

Il vecchio gli prese la faccia tra le mani: “Tu sei quello che ha salvato l’ultimo lupo. Pensa solo a questo.”

“Insomma, Enzo! Vuoi che ti lasciamo qui?”

“Va’, Enzo. Ciao, va’!” Lo zio si chinò per dargli un bacio; aveva le guance ruvide, irte di peli. Umide di pianto. Serrando i denti il ragazzo rispose al bacio poi fuggì verso il fuoristrada; lo zio gli gridò dietro:

“Salutami la tua ragazza e diglielo! A lei puoi dirlo!”

“Eccomi, papà” balbettò Enzo salendo sulla macchina. Il babbo disse: “Chiudi lo sportello” e poi premette l’acceleratore.

da M. Milani, "L'ultimo lupo"

 

   E’ passato molto tempo da quando ho letto per la prima volta questo racconto. E’ la storia di un gruppo di cacciatori animati dalla voglia di uccidere l’ultimo lupo di una vallata; tra loro c’è un ragazzino. Lui è l’unico che riesce a vedere il lupo, ma osservando i suoi occhi decide di non rivelare a nessuno dove si trova. I sensi di colpa per avere “tradito” il padre e i suoi amici sono fortissimi, ma vengono poi cancellati dal vecchio prozio, l’unico abitante di quella vallata. Lui capisce che il ragazzo ha incontrato il lupo e non ha parlato e gli rivela che era una femmina incinta. Anche lui non era d’accordo nell’uccidere l’ultimo lupo e si complimenta con il ragazzo per il suo gesto, convincendolo che l’avere tradito i cacciatori è una colpa ben misera rispetto al merito di avere salvato diverse vite…


 

WolfScreenshot