chi sono?
Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.
cos'è questo blog?
E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!
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Dormi, dormi sereno...

Esattamente un anno fa, con le lacrime agli occhi, ho scritto sul forum di protty.it queste parole per quello che era stato per molti anni il mio migliore amico. Un anno esatto è passato... e non potevo sapere che Rud era il primo dei tre importantissimi pilastri di amicizia che sarebbero crollati, o meglio che si sarebbero alzati in volo lasciandomi quasi da sola. Ora penso a loro come a tre angeli, come a tre spiriti che dovevano portarmi dove sono ora per poi andarsene, con discrezione e senza disturbare, una volta che il loro compito fosse finito.
Esattamente un anno fa, queste parole erano il mio canto d'amore per Rud. L'ho ripescato e ho voluto riscriverlo... mi piace pensare che ora siano in tre, insieme, chissà dove...
Ciao piccolo Rud.
Nessuno qui ti conosce, e tu non sei un niglio ma un cane, che oltretutto coi conigli ha avuto poco a che fare... però volevo scriverti una lettera d'addio che tu possa leggere dal posto dove presto andrai, e credo che gli altri non me ne vorranno per questo, dal momento che qui è pieno di gente che ama davvero gli animali.
Ti ricordi la prima volta che ci siamo visti, quando avevo diciassette anni, al rifugio? tu eri il cane più bello che Dio avesse potuto creare, forte come un pastore tedesco, splendido e fiero come un collie... ma una malattia genetica aveva velato i tuoi occhi fin quasi dalla nascita e avevi tante brutte esperienze alle spalle. Per questo tutti cercavano di tenerci lontani... tu eri il cane "aggressivo" del rifugio ed io una ragazzina con nessuna esperienza alle spalle... eppure, con l'incoscienza dei neofiti e anche un po' con quella dei ragazzini, io continuavo a cercarti... avevo visto sotto al tuo splendido pelo bianco, nero e oro il cuore di un cane buono pieno di paura... paura per un mondo che non vedeva, dal quale aveva ricevuto quasi sempre solo male. Ti ricordi che spaventi che si prendevano gli altri, quando entravo nella tua gabbia, ti abbracciavo e ti insegnavo "seduto" con i biscotti in mano? Ti ricordi le loro facce pallide? ti ricordi le nostre passeggiate nei campi, e i contadini gentili che sorridevano al nostro passaggio, perché tu eri veramente splendido? Ti ricordi tutti i nostri discorsi? quando mi sono innamorata, è a te che l'ho confidato. Quando andava bene un'interrogazione o quando litigavo coi miei era a te che lo dicevo.
E quella volta che ti ho ripetuto la lezione su Kant perché non mi stava in testa, te la ricordi? E ti ricordi quella ninna nanna che ti cantavo... quella che ti diceva di addormentarti, perché, quando ti saresti svegliato, tutte le cose brutte si sarebbero risolte?
Invece un terribile giorno sono andate peggio... il rifugio ha dovuto chiudere e tu sei finito in quell'orribile postaccio... ti ci abbiamo portato in macchina, tu sei stato bravissimo nel vano posteriore, fino a quando non hai deciso di saltare sul sedile dove ero io e quando mi hai trovato il viso me lo hai leccato tutto... ogni fine settimana, quando uscivi da lì, eri sempre più bagnato, più zoppicante, più magro e affamato... non ce la facevo a vederti così... mi facevi un sacco di feste e ogni volta che incontravi la portiera di una macchina ci volevi entrare ad ogni costo... e non avevi torto, da lì in macchina eri arrivato e da lì in macchina te ne volevi andare.
Non poteva durare molto, ma per fortuna qualche angelo deve avere guardato in terra, quel Natale del '99 e avere deciso di darti una mano... ed è arrivata questa famiglia straordinaria che ha saputo guardare in fondo al tuo cuore ha deciso di portarti via. "se adottate lui adottate anche me" avevo detto loro... ero proprio una bambina, ma non era gelosia, lo sapevo che con loro saresti stato meglio sicuramente... solo, volevo vedere dove andavi a finire, volevo venirti a trovare, perché la nostra era una grande amicizia e io non volevo perderti... sono stati davvero gentili con me... ti ricordi? quasi sette anni fa sei salito su quella macchina e sei rimasto lì, con quel musetto incredulo, perché stavolta nessuno ti obbligava a scendere... e io sono salita di fianco a te, e ti ho pure messo un fiocco rosso di Natale, ti ricordi? e tu, sfinito, ti sei addormentato nel mio grembo. Quando ti sei svegliato il mondo era proprio cambiato, eh? Un giardino tutto per te, una famiglia gentile che ti amava, tanto cibo buono... un vero Miracolo di Natale. E io potevo venirti a trovare tutte le volte che volevo... quando venivo, tu ti mettevi davanti al cancello e stavi immobile ad aspettarmi. Ma scusa, chi te lo diceva che dovevo arrivare io, che sesto senso avevi? e io arrivavo, e ti portavo a spasso felice e orgogliosa.
Ai vicini che chiedevano chi fossi, la tua padrona rispondeva "è l'amica del cuore del mio Rudy". Quando poi me ne dovevo andare mi sbarravi la strada... oppure assalivi mia mamma che mi veniva a prendere (che ridere)... sembrava che mi dicessi "oh, qui è tutto perfetto... manchi solo tu, impazzirei di felicità se rimanessi qui..." ma io non potevo dirti che non era casa mia e che non potevo rimanere... le mie visite si sono fatte piano piano sempre più rare, lo so e ti chiedo scusa... l'università, gli impegni... crescevo... e tu invecchiavi, ma non appena decidevo di arrivare tu eri lì, davanti al cancello. Forte, grintoso e felice... come sempre. D'altronde, metà dei tuoi geni sono di un collie, no?

Tutte le stelle si sono spente,
l'amore mio non vede
tutte le acque si sono seccate,
l'amore mio ha sete
tutte le terre sono bruciate,
l'amore mio ha fame
tutte le favole le ho scordate,
l'amore mio non dorme
Dormi, dormi, la notte passerà
dormi, dormi, la guerra finirà
Tutte le guerre si sono fermate,
l'amore mio ha pace
tutte le vele strappate dai venti,
l'amore mio le cuce
tutte le greggi sono tornate,
l'amore mio le conta
tutte le rondini fanno il nido,
dove lui s'addormenta
Dormi, dormi, la notte passerà
dormi, dormi, la vita tornerà
Tutte le terre di spighe d'oro,
domani avranno pane
dormi, dormi
tutte le guerre si sono fermate,
l'amore mio ha pace
tutte le vele strappate dai venti,
l'amore mio le cuce
tutte le greggi sono tornate,
l'amore mio le conta
tutte le favole le ho ricordate,
l'amore mio le ascolta
tutte le terre dorate di spighe,
domani avranno pane
pane e ciliegie per il mio amore,
l'amore mio che dorme...

Questa è la storia del mio Akela.
Temo che mi dilungherò un po’, purtroppo è sempre stato un mio difetto non riuscire a sintetizzare le cose, e sintetizzare questa storia per me sarebbe un po’ come deturparla… perché è talmente bella da sembrare venuta fuori da un libro di fiabe, anche se è tutto verissimo…
Da dove comincio? Potrei cominciare da un vecchio filmato che ho a casa. A dirla tutta è un filmato orrendo… e io lo guardo pochissime volte, in più è ancora su una vecchia videocassetta (la tecnologia non è il mio forte…). In questo filmato compaiono un luogo che sembra l’anticamera dell’Inferno, un esorbitante numero di cani maltrattati nei modi più svariati e un tizio che non so come definire (o meglio, che so come definire ma che preferisco rimanga indefinito). In quel posto ci sono alcune roulottes, non tantissime per la verità, un soprannumero di catene, condizioni igieniche pressocchè disastrose (l’improvvisato cameraman si sofferma a lungo sullo stato indescrivibile del lavandino). Ci sono alcune pecore, ma per la verità questo posto è popolato da cani… centinaia di cani, cani ovunque… rinchiusi senza cibo, luce o acqua nelle roulottes, incatenati sotto le roulottes, legati a cortissime catene attaccate ad alberi, sotto il sole, senza un goccio d’acqua,alcuni hanno collari talmente stretti che gli si conficcano nella pelle del collo, alcuni sono completamente ricoperti di rogna, la magrezza di tutti è ai limiti della sopravvivenza, alcuni sono chiaramente in fin di vita. Ci sono dei ragazzi che fanno di tutto per mostrare le condizioni dei cani: aprono le finestre delle roulottes, indicano le ferite, dispensano cibo e carezze, mostrano i cumuli di escrementi nei quali gli animali con la catena corta sono costretti a essere immersi. E poi ogni tanto compare questo tizio, questo mostro, che parla ai ragazzi impartendo ordini e riempie di calci e ingiurie le povere bestie. Il cameraman riesce a rubare un primo piano di questo essere che non riesco ancora a definire uomo, e nemmeno la parola mostro gli si adatta troppo. Per il resto le scene in cui compare lui sono purtroppo confuse, immagino per evitare che si accorgesse della presenza di una telecamera. Ma la voce si sente benissimo, nonostante il continuo abbaiare dei cani sia assordante, e il bastone che brandisce parla chiaro. La scena più brutta si svolge all’interno di una roulotte dove c’è una cagnetta con i suoi cuccioli. La cagnetta cerca di uscire, o di spostarsi, non si capisce bene: partono botte a raffica, unite alle urla del mostro, che la chiama ripetutamente “puttana”.
A un certo punto, la telecamera riprende il boschetto circostante… si intravedono tre cani uscire da un sentiero. C’è un rapido zoom ed è possibile vedere una femmina di incrocio pastore bergamasco seguita da un cucciolone magro con le zampe grosse, completamente nero, e da un golden retriever enorme. I tre rimangono con le orecchie dritte per un po’, indecisi…poi scappano verso il bosco. Il cane nero è il mio Akela.
Che era successo? È presto detto. Quello che io ho due volte chiamato mostro, e che spesso ho sentito chiamare “pastore” a causa della presenza delle pecore, viveva in quelle roulottes su un terreno di proprietà del comune e si era messo a raccogliere cani abbandonati. Stando a numerose testimonianze lo faceva perché, con tutti quei cani, per il comune era praticamente impossibile sfrattarlo… sto parlando infatti di centinaia di cani, in uno spazio davvero ristretto… più ne aveva, più gliene arrivavano: se lui era un mostro, c’erano in giro tantissimi altri piccoli mostri che non potendo o non volendo tenere il proprio cane, glielo portavano. Lui non rifiutava mai di tenerli. Il comune aveva un canile, ovviamente saturo. In un certo senso, il “pastore” faceva comodo. Ovviamente purtroppo i cani in quelle condizioni non sopravvivevano molto… non è stato calcolato quanti ne siano morti, ma si racconta (non ho verificato) che scavando nei dintorni si possono ancora trovare le ossa di quegli innocenti che in quell’inferno ci hanno lasciato la pelle. Il “pastore” aveva l’accortezza di non eliminare le cucciolate… in quel filmato si vedeva chiaramente come la madre fosse tenuta segregata con loro perché li allattasse.
Lì era anche successa questa cosa abbastanza singolare.. alcuni cani erano riusciti a scappare da quel posto e avevano cominciato a vivere, liberi, nel boschetto circostante, formando un piccolo branco che si avvicinava al posto dove viveva il “pastore” soltanto per rubare da mangiare, e per questo erano spessissimo generosamente bastonati. Akela era figlio di quei cani, di questo si ha quasi la certezza. Nel filmato infatti non è altro che un cucciolo, non avrebbe potuto scappare da solo dall’aguzzino, e aveva un legame molto forte con la femmina di pastore bergamasco, battezzata in seguito Ariel, la quale aveva visibilmente allattato, secondo certe testimonianze. E’ dunque estremamente probabile che il mio cane sia stato l’unico sopravvissuto di una cucciolata venuta al mondo in quel bosco; non so dire, invece, se i suoi genitori erano scappati da quel luogo o se loro stessi erano figli di cani fuggiti. Udite udite, che gli allevatori e i comportamentalisti inorridiscano: per tanto tempo, placidamente accucciato ai miei piedi, non solo c’è stato un cane che non aveva avuto alcun tipo di imprinting nei primi mesi di vita, i più delicati; ma addirittura aveva avuto un imprinting assolutamente negativo con l’uomo, e il binomio cibo-bastonate è rimasto sempre impresso nella sua mente in maniera ormai indelebile purtroppo.
Stavo parlando del 1997, così riporta la data del filmato che ho conservato. Sembrava che nessuno volesse sapere di quel postaccio, che tutti se ne strafregassero… ma un giorno,una persona normalissima, dalla cima di un alto condominio vide quello che succedeva in quello spazio, che era a cielo aperto ma circondato sapientemente da una altissima recinzione. Con l’aiuto di un binocolo assistette alle scene. Faceva parte di un’associazione che non nominerò, ma è una delle associazioni animaliste più conosciute. Ha presentato il problema ai soci, ma per motivi che non posso immaginare la maggioranza di loro ha sottovalutato la cosa. Allora un gruppo, un piccolissimo gruppo di persone, si è disiscritto e ha cominciato ad occuparsi del problema. Ovviamente il “pastore” era reticente all’idea di fare entrare degli sconosciuti nel suo regno… ma dopo un po’ di insistenze, portando cibo per cani e denaro, i nostri sono riusciti ad entrare. A questo punto gli si è presentato davanti uno spettacolo che, a detta di tutti, era molto peggio di quello che posso vedere nel mio filmato… i volontari cercarono di migliorare un po’ le condizioni dei cani e poi decisero di nascondersi addosso delle telecamere… quello che ho io è solo uno dei tanti filmati che sono stati realizzati.
Riuscirono nel loro intento: il comune allontanò il “pastore”, la storia venne pubblicata su giornali locali… sempre il comune assegnò ai volontari “in eredità” il luogo del terrore e i cani che erano rimasti lì dentro, circa trecento… e assegnò loro il compito di affidarli in pochi anni, perché il terreno serviva per il polo fieristico che stava per essere costruito (veramente questo terreno è ancora oggi inutilizzato). Una volta costruite delle specie di gabbie con materiali di recupero, i volontari cercarono di recuperare anche i cani selvatici che si trovavano nel bosco. Alcuni si lasciarono catturare… altri sparirono (il golden retriever non è stato più visto)…altri ancora (Akela e Ariel) tenevano duro. Per prendere questi due cani è stato necessario sedarli.
Mi hanno raccontato che Akela era stato chiamato così appunto perché era l’ultimo maschio del “branco” ad essere catturato, e qualcuno lo aveva immaginato come “capo” del piccolo branco…in realtà lui era solo un cucciolo, il capo “vero” era ovviamente la femmina . Inoltre ho saputo che i primi giorni di gabbia sono stati per quello che sarebbe diventato il mio cane molto ma molto difficili, e che lui mostrava parecchi segni di aggressività. Akela aveva quell’imprinting negativo con l’uomo che non gli permetteva di fidarsi degli esseri a due gambe; ma a causa della inevitabile selezione severissima di quell’inferno, era anche un cane dall’intelligenza straordinaria, era fisicamente molto forte e possedeva, cosa più importante di tutte, un’ incredibile capacità di adattamento. Passato il primo periodo, Akela divenne decisamente mansueto anche con gli esseri umani. Ovviamente questo è uno solo dei tanti piccoli miracoli compiuti dall’amore senza confini dei volontari… ma non significava affatto che Akela riuscisse a instaurare con loro un rapporto normale, come tutti gli altri cani… tutti i cani, proprio tutti, anche se maltrattati all’infinito credono negli esseri umani, e sono disposti a dare loro una seconda possibilità. Magari non subito, magari solo a una persona che scelgono con cura… magari, purtroppo, solo per poco tempo. Ma la fiducia negli umani sono sempre capaci di ritrovarla. Akela no, per lui non era così… lui tollerava quegli strani esseri a due gambe, si fidava di loro perché doveva farlo, ma non poteva “amarli”, non facevano parte del suo branco mentale insomma. Era sempre pronto all’eventualità che qualcuno tirasse fuori un bastone.
Siamo ora nel 1999… quell’anno ha determinato una svolta incredibile nella mia vita (vado a “il bivio”???). Amavo i cavalli, andavo a cavallo da tempo. Un giorno ho fatto una bruttissima caduta. Ovviamente mia madre mi ha proibito di vedere un cavallo per il resto della mia vita (sèèèèèèèè). Un giorno trovo un volantino di quelli da buttare. Parla di adottare un cane a distanza. L’idea mi piace, e anche se i cani mordono riesco a ottenere il permesso di iniziare a fare volontariato… quando arrivo al rifugio improvvisato da quei volontari di cui ho parlato all’inizio era già successo il miracolo. Per merito dei giornali, di alcune apparizioni televisive, della sensibilizzazione continua nei confronti della gente della mia città e dintorni, i cani che erano rimasti erano… sei. Sei, su trecento e passa. Un vero miracolo. Non potrò mai dimenticare quei primi sei amici coi quali ho iniziato l’avventura che mi avrebbe portata alla facoltà di veterinaria… mi sono avvicinata timidamente, non sapevo nulla sui cani, mi hanno insegnato tutto loro sei… ma la prima volta che ho fatto il giro per vederli alla terza gabbia ho avuto un brivido. Un brivido, la pelle d’oca insomma. Una ragazza gentile mi stava presentando i cani. Appena lei appoggiava la mano sulle sbarre della gabbia, tutti correvano a leccargliela… tenerissimi… ma in quella terza gabbia, solo la femmina si avvicinò alla mano. Sono rimasta per qualche secondo a guardare incantata quel lupo (lupo, sì, ho proprio pensato: lupo) che se ne stava in un angolo. Era completamente nero, aveva il pelo lucidissimo nonostante i cani da canile non siano mai propriamente puliti. Il suo mantello serico brillava nell’ombra, il suo sguardo fiero ma al tempo stesso diffidente, che veniva da due occhi scurissimi ma brillanti come diamanti non si perdeva ogni mio minimo movimento.
“Lui è Akela” disse la ragazza “Non avere paura, non fa niente.”
Paura?? No, che paura… ero immobilizzata, ma era un’altra la sensazione che si era impossessata di me… era una sensazione indefinibile, che non avrei provato più nella vita. Ma per definirla mi sono dovuta inventare qualcosa, e allora dico sempre che era simile alla nostalgia…ma solo simile… perché era simile anche a quello che si prova quando ritrovi una cosa che ti era cara nella tua infanzia, della quale ti eri completamente dimenticato… tho, dici a te stesso, mi piaceva così tanto questa cosa, come ho fatto, crescendo, a dimenticarmela?...ed era simile anche a quando cerchi di ricordarti le parole di una vecchia canzone, e ti scappa una frase, e stai lì a pensarci tantissimo ma non te la ricordi, e poi proprio mentre non ci pensi ti balza in testa… ecco, ho provato tutte e tre queste sensazioni, e forse pure qualcos’altro, io, quando ho visto per la prima volta il mio Akela. Vite precedenti? Non so se crederci, ma ogni tanto ci penso. Comunque sia, era destino, al destino ci credo eccome. Ecco che il destino mi fa esclamare, davanti a quella ragazza:
“Se fossi qui per prendere un cane sceglierei quello”
“Bhè” fa lei, in effetti è uno dei più belli.”
Ma no, non era così, non era solo bello. Era stupefacente, ma non per la sua bellezza. Per la sua fierezza, per la sua nobiltà… lui era lì, sporco, in quella che sembrava la caricatura di un canile (le gabbie, lo ricordo, erano fatte con materiali di recupero), era a terra praticamente, e nonostante tutto sembrava pulitissimo e fiero come un cane di razza a un concorso. O meglio, come una tigre in una stretta gabbia da zoo.
E dentro a quegli occhi freddi da lupo si poteva vedere non solo che aveva sofferto molto ma che non te l’avrebbe mai confidato, perché lui a differenza degli altri cani non aveva bisogno degli esseri umani, ma anche che doveva avere, sotto sotto, una natura molto dolce… quegli occhi neri così profondi, così grandi, così “femminili”… non potevano non essere dolci.
“E’ proprio uno dei più belli. Vedrai che sarà adottato presto”.
Io adottai a distanza una cagnetta incredibilmente tigrata che avevano chiamato Shere Kan , e poi mi legai molto al cane mordace della situazione, il mio piccolo Rud. Ma Akela lo avevo in testa sempre.
La ragazza aveva ragione, Akela venne adottato prestissimo. Una volta, due, tre, quattro… ho perso il conto. Succedeva sempre così: o Akela scappava durante la prima notte senza che nessuno se ne accorgesse evadendo in maniera quasi magica e rimaterializzandosi davanti al cancello scalcinato del rifugio (Lassie è NIENTE in confronto a ciò che sanno fare i cani veri) o addirittura davanti alla sua gabbia o, le volte che veniva adottato in appartamento, il giorno dopo i suoi nuovi padroni si materializzavano con lui davanti al cancello scalcinato del rifugio. Lo riportavano indietro, come si fa con un oggetto acquistato e difettoso… succede spesso, purtroppo, nei canili. E Akela era difettoso. Non era un cane normale.
“Non da’ affetto” erano le tre parole che accompagnavano i suoi ritorni. Parole che mi rimbombavano in testa come proiettili, mi sarebbe tanto piaciuto rispondere a tono. Bhè, Akela con un eufemismo veniva spesso definito “indipendente”. La verità è che lui il suo affetto non lo regalava a vagonate come gli altri cani, non a degli emeriti sconosciuti poi. Aveva paura, certo, aveva paura degli esseri umani, ma non era solo questo: lui era l’unico cane a vederli come erano davvero, dei perfetti estranei rispetto alla sua specie! non potendo fidarsi di loro, come avrebbe potuto dare loro affetto? E come dargli torto, soprattutto??? Entravo nella sua gabbia, me lo stringevo e me lo coccolavo come fosse stato un cucciolo. Che esseri crudeli, come si può pretendere da un lupo l’affetto tipico di un cane, e dopo una sola notte??? facevo ancora il liceo e i professori mi torturavano col greco e il latino, e allora io gli parlavo e gli recitavo quei versi di Saffo che ora non ricordo quasi più, che dicono più o meno: “Sei come una rossa mela che alta rosseggia sul ramo più alto… ma non l’hanno vista i coglitori? Sì, l’hanno vista, ma non hanno saputo raggiungerla…”. Sì, bhè, lo so che sono scema, ma io così facevo. E secondo me la parte più profonda del suo cuore capiva quelle parole. Akela affetto veramente non ne dava nemmeno a me, era fatto in un modo che sembrava sopportare coccole e attenzioni. Ma non era così, a lui le coccole piacevano, vecchio furbone, solo che non era bravo nel chiederne, e nel darne. In compenso, il suo rapporto con i cani suoi simili era a dir poco fantastico. Akela era un cane equilibratissimo, con qualunque compagno di gabbia, anche con i maschi. Quando doveva sottomettersi lo faceva, senza alcun problema, e si lasciava guidare dal dominante. Quando invece era il nuovo venuto a sottomettersi, lui ricopriva il ruolo di capo nel migliore dei modi. In questo caso era il primo a mangiare, ma si accertava sempre che le femmine o gli eventuali cuccioli mangiassero a sufficienza. Una volta l’ho visto aggredire un suo sottoposto: questo perché questo secondo cane continuava a mordere un terzo, che aveva assunto posizione di sottomissione. Era un capo che non tollerava le ingiustizie, quando era capo.
Io e lui siamo diventati un binomio inscindibile ben presto… come facevo a non adorarlo, il mio lupo? Abbiamo più volte partecipato a sfilate di beneficenza… allora mi prendevo cura del suo splendido mantello, e lui sfilate ne ha fatte così tante e spessissimo ci piazzavamo bene. Altre volte facevamo solo la sfilata dei cercafamiglia, e magari la famiglia la trovavamo… ma finiva sempre male. Quello che è certo è che io non sono assolutamente il tipo ma lui era nato per fare sfilate. Era bellissimo e sapeva di esserlo. Aveva un portamento fiero e orgoglioso, a volte sembrava che gli avessi insegnato a “piazzarsi”. Più di una volta mi è stato chiesto di che razza era e dove l’avevo comprato! Ma no, era un meticcio, meticcio da generazioni, provenienza canile e pure disponibile gratuitamente. Ma niente.

Riassumendo, Akela ha passato il suo primo anno di vita, più o meno, libero nel bosco; poi si è sparato la bellezza di otto anni di canile ininterrotti. Otto. Oramai facevo veterinaria e il greco e il latino me li scordavo (non che li rimpianga troppo), ma continuavo a stringerlo e anche se Saffo non la sapevo più gli canticchiavo qualche canzone. Il suo bel pelo nero ora non era più così tanto nero… in certi punti appariva argentato (meraviglioso, ugualmente); il suo muso oramai era bianco, e negli occhi cominciava a formarsi quella sfumatura color della notte che copre come un velo di seta gli occhi dei cani anziani, quasi ad indicarci che ciò che dovevano vedere lo hanno visto, ed ora il mondo a loro può apparire sfumato, perché tanto ormai ne hanno scoperto il senso… (d’accordo! La veterinaria sconfigge la poetessa, e va bene. Si chiama nucleosclerosi senile, volgarmente definita cataratta senile, ma io preferisco velo della notte). Il mio Akela era nell’autunno della sua vita, si approssimava al tramonto… e la cosa che faceva male era che non aveva affatto scoperto il senso della sua esistenza, non era mai stato felice, non sapeva ancora cosa voleva dire essere un cane… perché lui era un cane, anche se dico che era un lupo… e, soprattutto gli avevano tolto per moltissimi anni una cosa che per lui doveva essere stata incredibilmente importante… molto più importante di quanto lo sia per molti altri cani… la libertà.
I miei genitori, capitanati da mia madre, non volevano saperne assolutamente di cani in casa. Ma per uno strano gioco del destino, per una serie di coincidenze assurde (astrali???) mio papà realizzò il sogno della sua vita comprandosi una casa con giardino. Tutta da ristrutturare… ma una volta ristrutturata mia madre non avrebbe potuto opporsi alla presenza del cane. Che ovviamente seviva, per fare la guardia. Sèèèè.
Non vedevo l’ora, e pregavo perché Akela… insomma, perché Akela rimanesse vivo e vegeto fino a quel giorno… ecco sì, Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita, ma purtroppo non è una cosa rara che gli angeli o chi per loro si vengano a prendersi i cani quando sono a un passo dalla felicità… ma non vennero gli angeli, no. Venne una bambina, un diavoletto. E scelse Akela. Ovviamente io non potevo oppormi alla cosa, né volevo farlo… Akela poteva essere felice prima del previsto, sarebbe stato da egoisti impedirglielo. Ma quella bambina era davvero un diavoletto, nei cinque minuti dell’adozione gliene ha fatte tante ma tante che... Non si tratta un lupo in questa maniera… comunque la mamma pareva ragionevole, speravo che col tempo riuscisse a presentarle quello sconosciuto che si chiama Rispetto Per La Vita, un tizio che davvero sono in pochi ad averlo incontrato e ad averci fatto quattro chiacchiere, quanto basta per sapere della sua esistenza. Però non lo nego, quando la macchina è partita ho pianto. Io sono una piagnona, ma piango da sola. Non piango MAI in pubblico, qualunque cosa accada. Akela è riuscito a farmi piangere in pubblico.
Tra l’altro inutilmente, dal momento che la mattina dopo si erano tutti rimaterializzati davanti al cancello. Akela non era stato accettato dal gatto di casa. Veramente ho pensato che fosse una scusa… adesso che lo conosco meglio so che non lo è. Akela le prendeva dai gatti… e tanto. No, perché a lui piacevano un sacco, voleva per forza annusarli, e li rincorreva, e voleva giocarci (secondo me pensava che fossero cani…)…e le prendeva.
Tornando a noi, ero a un passo dall’adozione ormai… ho incominciato col portarlo a casa il fine settimana. Questo per rendere meno traumatico questo incredibile cambiamento che sarebbe avvenuto presto nella sua vita, ma anche per rendere meno traumatico per i miei genitori l’impatto con un “cane”, un essere vivente diverso da un essere umano, un essere vivente che non era confinato in una gabbia, un essere che respirava e che era in grado di compiere gesti volontari quali muoversi all’interno di una stanza, decidere di bere, guardare fuori dalla finestra… cose del genere.
Durante quelle brevi visite io ero felicissima… mi prendevo cura di lui continuamente, lo sommergevo di coccole ed attenzioni, lo ripulivo accuratamente… era bellissimo, era bellissimo avere un cane in casa. Ed era terribile riportarlo la sera. Veramente lui non soffriva affatto per questa cosa… si comportava come se si fosse trattato di una gita, e poi era ben felice di ritornare al suo branco originario. Mi hanno raccontato che quando lo prendevo e lo portavo a casa tutti il giorno dopo lo venivano a sapere, perché Akela e la sua gabbia “profumavano come rose”… In casa mia si comportava come il cane perfetto che tutti vorrebbero avere… mai una pipì, mai uno sgarro, sembrava desiderare soltanto una copertina sulla quale rilassarsi per un giorno lontano dallo stress del canile… era curioso, ma esplorava in maniera discreta, imparando presto a non spaventarsi per quegli strani oggetti che producevano rumori o per quella manopola che se girava faceva uscire acqua da un tubo… inoltre imparò a fare le scale senza paura, e successivamente riuscì anche a non avere paura dei miei genitori. Ancora in un periodi successivo, affrontò coraggiosamente la sua paura per i bastoni e simili, rimanendo fermo ma comunque attentissimo se qualcuno maneggiava in casa oggetti simili a scope; ma non riuscì mai, mai a mangiare, qualunque cosa gli venisse offerta. Nutrirsi era la sua paura più grande…
Il giorno dell’adozione cadde in un periodo decisamente difficile della mia vita… il più difficile in assoluto, non credo di riuscire a parlarne in maniera diffusa, (è decisamente problematico perché c’entra un argomento che è per me ancora molto delicato… il cibo, l’essere vegetariani, vegani, il mio non essere nessuna delle due cose…) ho avuto diverse delusioni in ambito affettivo come se non bastasse e anche con lo studio andava tutto malissimo… ero iscritta a veterinaria da parecchio, e cominciavo a credere di non azzeccarci niente con i veterinari, io. Mi era piovuta addosso direttamente quell’ondata di crudeltà nascosta dietro agli allevamenti, non solo quelli degli animali da carne, ed ero stata travolta completamente dall’indifferenza totale non solo dei professori, ma anche dei miei compagni, quelli che un tempo credevo amassero gli animali, quelli che un tempo gli animali li amavano veramente… come ho già detto, non sono diventata né vegetariana né vegana (è difficile per me spiegare perché, doveva essere la cosa più sensata… vegana, più che vegetariana… ma non è andata così, non c’era niente di sensato in quel periodo, che ricordo fortunatamente solo come un brutto incubo… mi sentivo in colpa anche per le piante, che vivono e soffrono,nel senso… io amo gli animali, ma come faccio a decidere che la vita di un animale è più importante di quella di una pianta? Chi sono, io, per deciderlo? Ma mi sentivo in colpa anche per gli esseri umani, per tutti… mi dicevo che stavo esistendo a discapito di molti altri, tutti migliori di me… e maledicevo quel Dio che aveva creato la legge secondo la quale dobbiamo tutti, per forza, ammazzarci a vicenda per vivere…e gli uomini, gli esseri umani, che l’avevano ampliata e resa ancora più barbara, inventando allevamenti intensivi e escogitando sofferenze continue per i loro schiavi) quindi il disagio che io provavo nei confronti di quella realtà a dir poco assurda non era riconducibile solo ai sensi di colpa riguardanti il cibo, che finalmente sapevo da dove proveniva… c’era anche qualcos’altro infatti… no, per fortuna non ho mai pensato al suicidio, io… forse solo per vigliaccheria. Volevo sparire, però, volevo non esistere più, e mi stavo dirigendo a grandi passi verso una delle più comuni malattie riguardanti, appunto, il cibo. Solo che io non facevo il conto delle calorie… ma il conto delle crudeltà inferte agli animali e alle piante, e un uovo , un bicchiere di latte, una fetta di carne o anche solo un’arancia per me significavano tutti una lunga catena di porcherie, che avrei sinceramente preferito non conoscere, e che si celavano dietro anche ad alimenti che non erano affatto carne… è per questo che non sono diventata vegana…l’essere solo vegetariana ai miei occhi appariva come un controsenso, significava rinnegare la metà delle crudeltà che ho visto inferte ad animali, mentre l’essere vegana poteva essere la soluzione, non tanto per dirmi che non avrei ucciso nessuno per vivere: sarebbe stata una bugia, le piante vivono… e piangono, e soffrono… ma quanto per il boicottaggio di tutte le sofferenze inferte agli animali, tutte, in blocco, da questa società del cavolo basata sul commercio, ho pensato di diventarlo.
Ma non riuscivo a mettere animali e vegetali su piani diversi… tutto era uguale per me, tutto dall’uomo veniva e l’uomo portava solo sofferenza e morti atroci, sia ad animali che a vegetali, e anche ai suoi simili sfruttati sempre per il commercio… ben presto non fu solo il cibo, il problema, ma tutto ciò che usavo, che consumavo, tutto ciò che mi circondava… dietro a tutte queste cose c’era una lunga catena di atrocità, e ormai lo sapevo e ne ero complice. Ma i sensi di colpa per il cibo erano fortissimi, e non volevo mangiare niente, ma poi prendevo e mi abbuffavo di dolci come un’idiota. Nonostante i sensi di colpa mi assalissero ancora più violentemente dopo le abbuffate e mi costringessero sempre più spesso ad eliminare quel cibo perché mi facevo troppo schifo, ho messo su quindici chili in più in soli sei mesi e già non ero un figurino… inoltre cominciavo a soffrire di emicranie assurde, e io nella vita sono sempre stata maledettamente sana…“quando il mio angelo sarà con me… sarà tutto finito”, pensavo. No, purtroppo per me e soprattutto per lui non è andata così.
Ho passato interamente in bagno la notte che doveva precedere il giorno più bello della mia vita… vidi l’alba dalla finestra, quella mattina, era bellissima… e io mi odiavo per avere rovinato impunemente a quella maniera quel giorno meraviglioso…
I primi giorni dopo l’adozione sono stati orrendi… Akela voleva scappare, gli leggevo il panico negli occhi dal momento in cui aveva capito che questa volta non sarebbe tornato al suo branco. Inoltre, si è rifiutato di mangiare qualunque cosa nell’arco di quella prima settimana. I miei genitori non aiutarono affatto, anzi sono stata molto contenta di avere avuto l’accortezza di intestare quel cane a me… ma più il tempo passava più mi chiedevo se non gli stavo facendo del male invece che aiutarlo… aveva cominciato anche a fare incubi… accarezzarlo mentre dormiva era peggio… ma ho imparato presto che bastava parlargli dolcemente, e l’incubo se ne andava… poi, dopo circa una settimana, è scattata una molla: Aki stava benissimo a casa mia. Si era semplicemente adattato, poveretto… aveva usato quella che ho definito come la migliore delle sue qualità, la capacità di adattamento. E si era adattato a fare parte di un branco di esseri umani. Veramente io volevo tanto una compagna per lui… ma mia madre non è assolutamente stata d’accordo…
Dunque, Akela era con me e si era adattato in qualche modo a vivere con noi… in quel momento ogni tanto mi riprendevano le crisi…l’ho detto, non c’era niente di razionale in quel genere di cose… ma qualcosa era cambiato. Adesso non ero sola. Io non lo volevo far soffrire…non lui, che aveva già sofferto tanto… funzionava così: quando non mi alzavo dal letto, lui saliva ai piedi del letto e mi guardava preoccupato. In casa mia per lui era vietatissimissimo salire sul letto, o anche solo entrare in camera da letto, perché nella Bibbia Della Medicina Secondo Mia Mamma c’è scritto a caratteri cubitali che “gli animali portano un sacco di malattie”. Bhè, quando io stavo a letto e non mi alzavo lui era lì. Non c’era porta che non aprisse, non c’era genitore che lo spaventasse e lo riconducesse al suo posto da cane, non c’era bocconcino prelibato che lo facesse allontanare da me. Lui capiva che io stavo male. E mi guardava. Come si può dimenticare quello sguardo? Si tratta del ricordo più bello che ho di quel periodo. Akela si era accorto che non stavo bene. Mi sembrava perfino che parlasse.
“Che c’è? Stai male? Non preoccuparti. Sono qui, io non ti lascio.
Piangi? Ecco, questa è la mia pelliccia. Non ti lascio.
Sei triste? Presto passerà. Nel frattempo non ti lascio. Ricordati che sto con te”
Se mi alzavo per andare in bagno, lui mi girava intorno, contento.
“Stai bene? Visto che stai bene? Andiamo in giro? Mangiamo qualcosa?”
Se in bagno ci stavo “troppo” lo sentivo piangere, leggermente, sussurrando, da fuori dalla porta.
Se tornavo a letto, poco male. “Stai ancora male eh? Non preoccuparti…sono qui!”
Bhè… sfido chiunque a non rimettersi in piedi, a non guarire completamente, a continuare a desiderare di non esistere quando vedi che un animale del genere desidera ardentemente che tu viva. Akela ha fatto per me ciò che era più naturale: mi è stato vicino. Non riesco ancora a descrivere quanto è stata importante per me questa cosa… piango ancora, se ci ripenso. Il mio Principe mi ha fatto guarire, proprio lui che l’inferno lo ha visto molto più da vicino rispetto a me, proprio lui che ha avuto per tutto il resto della sua vita un rapporto col cibo più problematico del mio… oddio, che vergogna… e io adesso sto bene, a distanza di più di due anni posso dirlo: sto bene. Se non fosse stato per lui, quando e come mi sarei rialzata? Non che ancora adesso il rapporto con le cose che studio e quelle che mangio sia un idillio… e quando sono sotto stress ripartono le emicranie. Ma fino a poco tempo fa c’è stato Akela ai piedi del letto ad aspettarmi, a dirmi che finchè c’era lui niente avrebbe potuto farmi stare male davvero…e ora, una sua degna sostituta assolve questo compito...
In breve tempo Aky era diventato la mia ombra. Mangiava solo in mia presenza, anche se gli veniva offerto qualcosa di molto buono. Avrebbe voluto seguirmi ovunque andassi; se mi assentavo da casa lui si accucciava e non faceva niente… non mangiava, non beveva, non dormiva. Aspettava. Ansia da separazione, pareva… tipiche, nei cani che sono vissuti tanto al canile… purtroppo ci potevo fare ben poco, non sarei mai potuta riuscire a portarlo ovunque… e al mio ritorno, all’inizio mi girava intorno, apparentemente felice. Spesso mi guardava da lontano, a volte si svegliava, scopriva che non ero più in stanza con lui e mi cercava… quando mi trovava sembrava felice. Sembrava che volesse dimostrarmi il suo affetto ma che non fosse sicuro di sapere come fare… da qualche parte, in “Zanna Bianca”, c’è scritto che Zanna Bianca dopo avere conosciuto il suo ultimo padrone sembrava un innamorato che non sapeva come dichiararsi. Così sembrava, il mio Akela. Gli ho insegnato “zampa”, una cavolata… ma lui ha capito che questa cosa mi faceva felice e non mancava mai di porgermi la zampa, lo faceva fino a poco tempo fa, circa cinquanta volte al giorno… poi, il vero miracolo. Akela ha cominciato a scodinzolarmi. E a farmi le feste. Volevo filmarlo, al canile non ci credevano. Akela mi faceva le feste come un cane normale… anche se per me era un lupo, sotto sotto da qualche parte, lui aveva riscoperto di essere un cane davvero…
E aveva imparato a fidarsi di me. Lo ricordo come se fosse stato ieri, lui aveva rubato un osso a uno dei gatti che passavano in giardino e me lo aveva nascosto. Colto in flagrante, l’ho sgridato forte… ero furente, non volevo mangiasse robaccia in giro. A quel punto… lui ha cominciato ad aspettare la punizione. Le botte. Aspettava le botte… era ovvio che non gliele avrei mai date. “Non farlo più” gli ho detto accarezzandolo. E lui ha capito… aveva capito il significato profondo che si celava dietro quelle carezze, aveva capito che non importava quanto fossi arrabbiata, io non lo avrei picchiato mai. E ha cominciato a correre, a correre per il giardino, felice. E’ stata una cosa bellissima...
E un altro giorno ha fatto una cosa che mi ha fatto quasi piangere dalla commozione: mi ha rubato un biscotto. Sembra una scemenza, eh? Ma lui ha sempre pensato che mangiare portasse inevitabilmente alle botte… rubare del cibo, poi, era una cosa che non si sarebbe mai permesso… non se non avesse avuto la certezza che nessuno gli avrebbe fatto del male. E’ stata una prova di fiducia… al mille per cento, nei miei confronti!

Bhè… tutte le belle favole però hanno una fine, e le storie sugli animali che sono stati nostri amici hanno sempre una fine triste. Soltanto due anni… soltanto per due anni il destino mi aveva concesso di tenere Akela con me. I due anni più belli della mia vita, non esito a dirlo… Aky mi ha fatto crescere, maturare, fare progetti e prendere decisioni che mai e poi mai avrei preso senza il suo appoggio… e poi è dovuto andarsene… come fanno i cani che ci accompagnano nella nostra infanzia o nella nostra adolescenza, come fanno gli angeli custodi che ti sorreggono in un momento difficile ma poi se ne devono andare.
Tumore ai testicoli. Una cavolata… la maggior parte delle volte… cioè, a scegliere un tumore quello lì è il più “bello”, lo so. Circoscritto… un organo non vitale… di solito niente metastasi. Mi ripetevo che in fondo non nera nulla ma il primo rintocco lo avevo già sentito. No… non poteva lasciarmi allora… avevo fatto una cosa terribile, mi ero abituata a lui, alla sua presenza, al suo amore. Non avevo questa grandi colpe, ma tutto cominciava pesarmi… il bacio della buona notte non dato, la passeggiata non fatta… l’idea di perderlo, la sola idea di perderlo, era insopportabile… ho assistito all’operazione (io che sono così suggestionabile che non riuscivo nemmeno a vedere un suo vaccino…)… non perché non avessi fiducia nei veterinari, ma perché stare dall’altra parte della porta sarebbe stato insopportabile… dovevo vedere che gli facevano… ho atteso il citologico, tutto a posto, c’era stata una reazione anomala ma tutti tumori benigni… ho festeggiato, ho comprato un lupo di peluche che vedevo in una vetrina da tempo per festeggiare. Ma dentro di me lo sapevo che non sarebbe finita lì…
Però Akela mi ha concesso altri due mesi. Due mesi in cui ho vissuto con lui ogni minuto come se fosse non l’ultimo, ma il primo che stavamo insieme. Ogni minuto, come se fosse un regalo… così almeno questo non mi pesa sulla coscienza.
Poi ha iniziato a non mangiare, a non riuscire a mangiare… e l’ho sentito gridare. Non aveva mai gridato, non si lamentava mai di niente lui… sapevo che il male era forte, troppo. Infiammazione del muscolo, dicevano. Non ricordo di preciso quando è stato, ma lui me l’ha detto chiaramente che se ne stava andando. Che era alla fine. Ha cominciato a non respirare, e questa cosa col cortisone non c’entrava… ho cominciato a portarlo in ambulatorio prima e poi nelle cliniche. All’inizio pareva divertirsi… non aveva più paura della gente, e poi c’erano i cani, ma poi stava così male da non sopportarlo più. Ho sbagliato. Non c’era una diagnosi, tutti gli esami erano perfetti. Nello stesso istante in cui sentivo la rabbia che prova un proprietario davanti a tanti medici che non capiscono, sentivo anche la frustrazione che prova un medico quando non capisce. Un altro esame, mi dicevo, un altro ancora… magari solo per trovare qualcosa che possa alleviargli il dolore… ma niente.
L’ultimo. Eravamo proprio arrivati all’ultimo. Lì ci hanno divisi… è stato tremendo. Soprattutto per lui, l’ho visto correre verso di me appena si è aperta per sbaglio la porta, e io avevo accettato di stare dalla parte sbagliata.
Poi, poi… un casino… d’urgenza in terapia intensiva… perdeva sangue… non capivo… capivo solo che non potevo stare con lui. Quando e lo hanno fatto rivedere, in quella stupida gabbia da laboratorio, che vomitava sangue con ‘ossigeno nel naso e gli occhi di chi è stato punito... ho urlato, anche io. I suoi polmoni erano devastati… sarebbe morto a breve.
Me lo sono ripresa… volevo che lui sentisse che gli dicevo “andiamo” da quel posto, da quella gabbia… volevo portarlo a casa ma capivo che non sarebbe arrivato a sera. Sono corsa in ambulatorio… il mio veterinario non ha capito perché fossi corsa da lui, ma era d’accordo con me che volevo… pretendevo, per il mio lupo, la morte dolce.
Su quel tavolo a me tanto familiare, in quella stanza in cui lui era stato mille e mille volte, in cui aveva ricevuto lodi e giocato con cani e gatti, in cui aveva spaventato le anziane signore entrando di botto aprendo la porta a soffietto, perché lui rispondeva a richiamo per i gatti… lì, l’ho abbracciato forte per l’ultima volta. Era irriconoscibile...rasato ovunque, inscheletrito, con la bocca sporca di sangue e gli occhi fuori dalle orbite… si vedeva il cuore, anche da fuori, che andava avanti e andava avanti… cocciuto… troppo forte, troppo. Probabilmente non solo i polmoni non erano a posto e i tumori magici erano senz'altro comparsi da altre parti... credo soffrisse anche di fegato o di stomaco, credo che oramai era un tumore unico e aveva poco senso capire da dove tutto era cominciato, non lo saprò mai... Non importava, era bellissimo comunque. Speravo di potergli dire qualcosa di intelligente, mi è uscita soltanto quella frase letta tante volte in un libro: “Mentre lasci questa terra e questo cielo per andare a riposare per l’eternità, ricordati che non sei solo.”. So che mi ha sentito...
L’ho abbracciato forte forte, l’ho sentito abbandonarsi dolcemente e finalmente al sonno. Non ne poteva davvero più. Lo avevo fatto davvero soffrire troppo.
Ho creduto per tanto tempo che senza di lui sarei stata persa, e così è. Il mondo aveva cominciato a piacermi solo perché era una cornice che abbracciava il vero soggetto del quadro, il mio Akela. Ho raccolto pian pianino tutti i progetti che avevo fatto con lui e per lui. Andranno avanti. Ho litigato con me stessa e con veterinaria, ho dovuto far pace con entrambe. E accanto a me c’è una cagnetta.
Non è il cane che pensavo avrei preso dopo la morte del mio lupo. E’ un’altra. Lui me l’ha ricordata… tante e tante volte, quando stava male. Mi ha fatto venire in mente lei tante e tante volte. Così, lei ora lascia impronte al posto di quell’angelo che ora non ha più bisogno di lasciarle... Aky aveva deciso e lei ha ereditato tutto ciò che aveva lui, la sua cuccia, la sua coperta, la sua umana, la sua felicità. Non ha potuto ereditare l’amore che ancora mi lega a lui, ovunque sia. Certo le voglio bene… ma in maniera molto diversa.
Akela era speciale. Era solo l’inizio forse. Mi aveva forse indicato la strada. Mi guiderà sempre, forse.
Ogni tanto piango ancora… non è che una delle tante facce dell’amore, in fondo. Il nobile corpo che racchiudeva la sua meravigliosa anima finita chissà dove è qui, sotto al ciliegio, nella casa in cui bene o male è stato felice… nella casa in cui ha scoperto di poter amare un’umana.
Nella casa in cui ha scoperto di essere un cane.


SALLY ("un equilibrio sopra la follia")
In questi giorni sta piovendo molto.
Quando ci sono queste piogge primaverili insistenti… sempre, almeno una volta, divento malinconica e mi ricordo tristemente della piccola Sally.
La sua storia però è cominciata in una giornata fredda e piovosa sì, ma si era in autunno. Era una di quelle giornate impregnate di nostalgie estive e rigonfie di premonizioni di un rigido inverno.
Ma il cuore purissimo di quella cagnetta s’apprestava invece, senza saperlo, a una dolce primavera e a una radiosa estate. Non era ancora convinto, senz’altro, di poter superare il gelo dell’inverno che aveva vissuto in tutti gli anni passati e si stava affacciando, tutt’altro che privo di paura, a una stagione diversa, sì, ma sconosciuta e misteriosa.
Mi era stato detto di prendere un guinzaglio e di andare dal “cane nuovo”, che si trovava nella degenza del canile. Qui vidi Sally per la prima volta… la trovai rannicchiata per terra, con la testa bassa e lo sguardo che non avrei saputo definire se perso nel vuoto o ghiacciato dalla paura, o forse perduto, perduto ad ascoltare il dolce rumore della pioggia gelida che quel giorno scendeva copiosa. Una ragazza l’accarezzava dolcemente sulla testa e, come talvolta accade, al cane quelle carezze apparivano impercettibili. Due o tre altri volontari erano in piedi appoggiati al calorifero e parlavano della bellezza dell’animale.
Sebbene impaurita, magra, tremante e sporca era uno dei cani più belli che avessi mai visto. Era uno splendido pastore tedesco a pelo quasi lungo, forse anche di razza, chissà. Già: del pastore tedesco aveva senz’altro le forme armoniose e il pelo, si vedeva benissimo nonostante fosse così trascurata… e gli occhi, gli occhi seppur impenetrabili erano incantevoli. Il tipico cane a cui il destino decise di farmi affezionare…
Convenimmo un po’ tutti insieme che quello non era affatto quello il momento nemmeno di provare a metterle un collare.
Seppi che si chiamava Sally, ma francamente non chiesi mai perché le fosse stato assegnato questo nome. Né conobbi mai qualcosa della sua vita “precedente”, che forse peraltro nessuno conosceva tranne lei, e della quale i suoi occhi parlavano fin troppo chiaramente. Del resto, comunque, proprio quegli occhi e quel nome, uniti al suono della pioggia non potevano non farmi ricordare l’omonima canzone di Vasco Rossi… che divenne presto la colonna sonora del film che mi accingevo a vivere.
guardare per terra
Sally è una donna che non ha più voglia
di fare la guerra”
Sally. Non la dimenticai, ma non me ne curai per un po’. Incominciavo a non potere andare più tanto spesso al canile… l’università appena iniziata e la stanchezza della maturità e del test d’ingresso appena passati mi concedevano appena il fine settimana.
In cuor mio pensavo che Sally, essendo una cagnetta giovane, forse di razza e senz’altro splendida avesse già trovato un’adozione, magari un’adozione specialissima che le avesse fatto scordare il passato, a casa di qualcuno che l’avrebbe adorata e trattata come una regina. Ma inconsciamente sapevo che, senz’altro, ripescare dei brandelli di fiducia da quegli occhi sarebbe stata un’impresa tutt’altro che facile.
In quel periodo la sera ero completamente spompata e mi piazzavo davanti alla televisione come un’ameba. Non che la televisione offrisse molto, era appena iniziato il Grande Fratello edizione seconda (bleah) ma per fortuna con lui era iniziato anche il programma della Gialappa’s. Quell’anno il bersaglio delle loro prese in giro era Francesco, quello che rivolgeva la parola a tutti senza che mai nessuno la rivolgesse a lui, quello che andava in giro parlando della Valvigezzo e indossando il kilt. Era immediatamente stato trasformato in un supereroe… era Medioman, interpretato da Fabio de Luigi, con tanto di costume, mantello e una elegante “M” rossa disegnata sul petto, che si catapultava nelle imprese più assurde e strampalate. Un supereroe che non combinava niente di “super”, appunto. Ecco, per delle strane somiglianze avevo cominciato a chiamare così un ragazzino che veniva al canile… e in breve quello divenne il suo soprannome. A lui non spiaceva, comunque. Anzi quasi senza che me ne accorgessi cominciò a imitare Medioman e a pronunciare le sue fatidiche frasi ricorrenti, ricordo solo: “Donna, sei vedova?” e “Scostati donna, potrebbe essere pericoloso!”… mi sto perdendo…
Semplicemente, qualche settimana dopo il primo incontro con Sally, stavo andando con l’annaffiatoio a prendere dell’acqua per non so quale cane e il rubinetto si rifiutava di funzionare. Ci ho sempre capito poco di queste cose, a parte il fatto che a volte gli uomini per motivi a me oscuri ci capiscono di più, e vedendo Medioman che passava non ho potuto fare a meno di fare la vittima di turno.
“Oh Medioman, aiutami tu”
“Non temere donna: è arrivato Medioman!!!!” mi disse lui, catapultandosi lì. “Scostati donna, potrebbe essere pericoloso” aggiunse. Mentre lui svitava il rubinetto bagnandosi completamente (oltretutto già pioveva…) e mentre me la ridevo della grossa vidi Sally per la seconda volta. Smisi di ridere immediatamente. Era l’, proprio nella gabbia vicino al rubinetto… sdraiata sul pavimento umido. Appena notò che la stavo guardando scappò velocissimamente nella parte interna della gabbia. Ora potevo vederla, bella come un quadro disegnato, racchiusa nella cornice della porticina interna. Ma solo per qualche secondo… perché da lì immediatamente dopo uscì il vecchio Jo, abbaiando e ululando.
“Oh no…” dissi ad alta voce “Sei ancora qui, Sally?”
La settimana dopo la vidi dimenarsi e urlare durante un vano tentativo di adozione… nessuno voleva farla del male, tutti erano stati molto gentili… ma lei non voleva saperne di farsi toccare! Per nessuna, nessuna ragione al mondo… era veramente terrorizzata, ne avevo visti pochi di cani così. Avevo una voglia incredibile di accarezzarla, metterle il guinzaglio, provare a farle vedere quanto poteva essere bello il mondo… ma nulla, capivo che ora bisognava soltanto aspettare che prendesse un po’ di fiducia.
“Menomale che settimana scorsa si è decisa a uscire e andare nel recinto!” sentii dire a un volontario.
“Perché… neanche quello voleva fare?” chiesi
“Macchè! Sempre e solo in gabbia voleva stare… non so proprio che dire.” mi aveva risposto.
Sospirai. Chissà quanto tempo ci sarebbe voluto a farla rivivere, povera Sally. Sapevo che in quelle circostanze, comunque, soprattutto dopo quello spavento, la cosa più saggia sarebbe stato lasciarla in pace, ma entrai lo stesso nel corridoio… volevo vederla. Mi misi in punta di piedi e alzai la finestrella che permetteva di vedere nella parte interna della gabbia. Tra gli assordanti ululati del vecchio Jo, che altro non voleva che di fenderla da noi umani atroci e brutali, la vidi.
Appiattita sul bancale, tremante come una foglia scossa dal vento, mi stava guardando, coi suoi occhi neri. Gli occhi più neri, più grandi, più tristi, più tremendi e… i più belli che io potessi immaginare.
“Lasciami qui” dicevano “Ti prego lasciamo qui. Ho paura.”
Pensai che probabilmente quel cane doveva avere passato tante di quelle sventure che quel bancale rappresentava l’unica cosa solida e sicura su cui si fosse mai appoggiato finora.
Non si sarebbe spiegata, se no, la sua ostinazione a non voler lasciare la gabbia. Lì aveva trovato il suo rifugio sicuro e non se ne sarebbe allontanata per niente al mondo… a meno che, pensavo, una volta tranquillizzata un po’ più di come era allora, qualcuno armato di buona volontà non l’avesse convinta del contrario. Per fortuna era nel posto giusto, molti volontari sarebbero stati senz’altro disposti ad aiutarla… e anche io, non mi sarei tirata indietro.
“Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa
ti può crollare addosso
Sally è già stata punita
per ogni sua distrazione o debolezza,
per ogni candida carezza
data per non sentire l’amarezza…”
Doveva capire, nei limiti del possibile, che lì nessuno voleva farle del male. E se la vista di collare e guinzaglio la tormentava… niente collare e niente guinzaglio. Per aiutarla a capire che poteva fidarsi, non entrai mai nella sua gabbia con in mano alcun oggetto. Cercai di avvicinarmi a lei, ogni volta un po’ di più. Cercavo di rivederla ogni volta che potevo (quando Jo, che personalmente mi terrorizzava, era impegnato a fare altro intendo). Posso dire con soddisfazione e certezza che diventammo presto amiche! Era affettuosa e timida, in una parola semplicemente adorabile, proprio il tipico cane che ha una paura folle, ancora… ma che vuole fidarsi. Un poco. Già, perché Sally manteneva integro, intatto come l’acciaio, quel suo sottile velo di indifferenza che doveva salvarla da tutte le cattiverie che, comunque, in ogni momento, lei continuava ad aspettarsi da noi. Mi misi in testa che aveva bisogno ancora di tempo. Un mese, due… i tentativi degli altri volontari di metterle il collare purtroppo non avevano mai buon fine, e io non volevo che lei considerasse quel nostro rapporto ancora così fiebile infranto per sempre a causa della vista di un collare tra le mie mani…ora doveva “riposare”...
“Sally cammina per la strada sicura
Senza pensare a niente
Ormai guarda la gente
Con aria indifferente…
Sono lontani quei momenti
Quando uno sguardo provocava turbamenti
Quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole!”
Ma anche quando io decisi che era venuto il momento per lei di mettere il collare… incontrai un ostacolo molto più alto del previsto. Jo. In teoria per tenerlo buono bastava solo un amico disposto a distrarlo con una scatola di biscotti, ma in pratica era tutto molto più difficile! Quando Sally si sentiva circondare il collo urlava come se volessi ucciderla, poveretta… lei naturalmente non sapeva che io non volevo affatto farle del male, non poteva certo crederci, e urlava da prima tutto il dolore che era sicura avrebbe sentito presto per colpa mia, e tutta la sua disperata voglia di vivere, di vivere ancora, nonostante tutto… proprio no, non voleva che io la “impiccassi” a quel modo! Aveva un gran bel segno sul collo, lo vidi presto. Sally aveva portato una catena per molto tempo, una catena molto stretta… era evidente. E il dolore era ancora un ricordo che poteva fare molto male…
Il vecchio Jo. Ora, lui con le persone era sempre stato aggressivo. Veramente lui avrebbe potuto dire esattamente la stessa cosa delle persone che aveva incontrato prima di entrare in canile. Anche lui aveva un passato indelebile, anche a lui le persone avevano fatto del male. Ma con i cani era un signore, il vecchio Jo.
Quando io o chiunque altro si avvicinava troppo alla sua compagna, non c’era scatola di biscotti che poteva tenerlo a bada. Più volte lo ho visto fissarmi e ringhiare sommessamente ma in maniera molto decisa. In quegli occhi chiunque avrebbe potuto leggere, in ogni lingua: “Lascia stare la mia compagna. Non scherzo. Posso farti passare davvero dei guai”. Allontanare Jo da Sally risultava impossibile… ma per fortuna tutti capirono presto che un cambio di gabbia poteva essere salutare per tutti e due. Peccato che purtroppo un canile è sempre un canile, e non fu proprio possibile far cambiare gabbia a Sally immediatamente.
Però un sabato di dicembre non so come mi ritrovai nella gabbia di Jo e Sally con un ragazzo che non veniva spessissimo, ma che coi cani ci sapeva fare eccome. Gli parlai, gli dissi che Sally doveva proprio mettere il collare, che se si fosse abituata troppo così era evidente che non si sarebbe più riusciti a recuperarla… lui le accarezzò il pelo splendido e un po’ umido.
“Sì” mi disse. “Domani ci penso io…”
Il giorno dopo mi fece capire che non c’era riuscito. Ma il sabato dopo avremmo provato in due.
Lo aspettai per quasi tutto il pomeriggio, col cuore in gola, quel sabato… sembrava che non dovesse proprio venire, mi ero già rassegnata, ma per fortuna alla fine arrivò, si precipitò a rotta di collo nel corridoio e disse:
“Su, che prendiamo la Sally!”
Questa “operazione Sally” fu un vero fallimento. Mentre tenevo lontano Jo, Sally assestò un gran bel morso al primo tentativo di quel ragazzo che era sempre stato noto per la sua pazienza. Lo vidi uscire dalla gabbia tamponandosi la ferita inveendo contro quella “figlia di una cagnaccia”, avevo il cuore in gola. Se Sally cominciava anche a mordere… non ne sarebbe uscita più… e se faceva perdere la pazienza a lui, bhè, io non conoscevo nessun altro così abile e così paziente. Oh… ma io me lo sentivo, che il problema era solo il collare… ero sicura, una volta scoperto che il collare non faceva male Sally sarebbe stata un cane perfetto… ero sicura… ero così intenta a pensare a un modo per metterle il collare che quasi non sentii la mezza scenata di gelosia che mi stava facendo una ragazza, evidentemente turbata dal fatto che il dente della mia prediletta avesse in qualche modo trafitto il suo amato. Comunque risultò essere una ferita da nulla.
Poi venne il grande giorno. Finalmente riuscirono a far cambiare a Sally il compagno, ora era in gabbia con un cucciolone innocuo, una specie di pastore belga. Un problema in meno. Basta: quel giorno o mai più. Lei era mia. Non c’era molta gente quel giorno e… ironia della sorte, piovigginava. Questi due particolari potevano frenarmi… ma non mi frenarono affatto. Sally NON era irrecuperabile. Sally aveva solo bisogno di sentire che il collare che le avrei messo era ben altra cosa rispetto a quello a cui era stata abituata… poi sarebbe cambiata completamente... ne ero sicura. Però non doveva mordermi…
Entrai con un guinzaglio, un collare normale e un collare a strozzo (di solito non lo uso affatto, non mi piace, ma ero sola e preferivo avere a portata di mano tutto quello di cui avrei potuto avere bisogno una volta dentro la gabbia) entrai nel recinto dei leoni. Il cucciolone mi fece le feste, e negli occhi di Sally lessi che era contenta di vedermi. Ma lessi immediatamente dopo negli stessi occhi tutta la sua delusione… aveva capito che sarei andata fino in fondo, che non mi sarei limitata ad accarezzarla o a far finta di cingerle il collo. Le feci annusare collare e guinzaglio (non so dove ho letto che che bisogna fare così…) Lei li annusò per bene, ma quando li ripresi in mano si rintanò in un angolo. La seguii lentamente, per parecchio tempo, poi lei, tremando, si rifugiò dietro al cucciolo. Per un attimo sorrisi. Mi era sembrato che dicesse: “Mediodog, aiutami tu!”. Il cucciolone era ben contento, oh, faceva molto macho che una donzella si nascondesse dietro di lui. Era proprio orgoglioso. “Non preoccuparti donna” sembrava dire “è arrivato Mediodog!!”. Poi si avvicinò a me, mi guardò coi suoi occhi castani pieni di orgoglio e di sfida, ma senza nemmeno un’ombra di aggressività. Infine rivolse uno sguardo fugace a lei: “Scostati donna, potrebbe essere pericoloso”. La stava proteggendo, ora. Per terra c’era una pallina da tennis. La feci rimbalzare due o tre volte, con nonchalance, e la tirai lontano. Il cucciolo abboccò come un pesce lesso e corse con quelle adorabili zampette enormi a prendersela.
Andai da Sally, che ora non poteva più appellarsi ad alcun supereroe.
“Certo che anche tu… chiedere aiuto a un cucciolone!!!!”le dissi piano. Mediodog aveva preso a osservarci con la palla in bocca, scodinzolando. Non credo che si sentisse terribilmente stupido. Ma siccome voleva giocare a tennis, cominciò a saltarmi addosso con la pallina in bocca. Per giocare. Per giocare, per giocare, ma a quel modo io non potevo toccare Sally. Mi era già successo con altri cani… ogni tanto credevo che quella tormentosa e insistente richiesta di gioco fosse un trabocchetto per non farmi toccare il compagno di gabbia pauroso… Bha, ma questo era solo un cucciolo. Gli misi il guinzaglio destinato a Sally e lo legai. Sarebbe stata solo questione di un minuto. Peccato che ora… non avevo più un guinzaglio per Sally!
“Medioman! Medioman, aiutami tu!”
Quando all’incirca mezz’ora dopo Medioman comparve con un guinzaglio in mano e me lo porse da fuori, capii che prima del collare… forse era il caso di acchiapparla col guinzaglio. Sì… al laccio, ogni tanto lo avevo fatto… basta fare il guinzaglio a cappio, non fa male ed è un ottimo sistema per evitare morsi volanti… la inseguii come un cowboy per parecchio tempo… si spaventò terribilmente, poverina, quando riuscii a prenderla.
Cercai di incoraggiarla. Non era aggressiva, ma piangeva, e forte. Le era crollato il mondo, e con esso quei pochi brandelli di fiducia che riponeva nei miei confronti. Mordeva forte il guinzaglio, che per fortuna era robusto. Ora dovevi infilarle il collare… ogni volta che ci provavo si dimenava, ma nello stesso tempo cercava di leccarmi.
“No, per favore no, ti voglio bene ancora, ma questo no, questo no, ti prego!Non voglio!!”
Povera piccola...la capivo… ma capivo molte altre cose che lei in quel momento non riusciva a capire.
Le spiegai che quel collare a lei sembrava magari la tortura più atroce, ma che non lo sarebbe stata, che glielo avrei allacciato largo e che anche se ora non lo sembrava si trattava in assoluto dell’unico oggetto che avrebbe potuto farla uscire dalla gabbia, ridarle un po’ di libertà. Nessuno vuole un cane pauroso e che per di più non sa andare al guinzaglio.
Lei non voleva uscire dalla gabbia. Se ne infischiava della libertà.
Allora le dissi che non poteva capire, che lo facevo per il suo bene,che il mondo di fuori era splendido, era lì che la aspettava, non era affatto il posto orrendo che lei si ricordava!!! Le dissi che non doveva avere paura di me, perché poteva difendersi benissimo con quei denti… che io avevo fiducia in lei, e che lei doveva cercare di averne in me.
Le cantai Vasco Rossi. L’accarezzai. Passai con lei tanto, tanto tempo.
Il povero pastore belga era legato già da un po’, fuori avevano bisogno di me… ma io non affrettai le cose. Quando lei fu pronta, le misi il collare e glielo lasciai larghissimo. La riempii di complimenti, liberai Mediodog, giocammo tutti e tre con la pallina.
La settimana dopo Sally era pronta per cominciare la sua avventura!
La breve primavera di Sally era cominciata. In pieno inverno. La sua prima passeggiata fu un successo insperato!!! E’ vero, cercò di infilarsi in qualunque porta possibile prima di oltrepassare il cancello, ma una volta fori si comportò praticamente come un cane normale. Forse al guinzaglio ci era già andata! Seguiva il suo Mediodog e ogni tanto si girava indietro per leccarmi, con piccoli e numerosissimi baci… “Ho paura ancora eh?” sembrava dire “Ma ora mi fido…”. Per lei il mondo esterno fu una splendida scoperta… tenera cagnetta! ma col mio aiuto, con quello degli altri volontari e anche con quello di Mediodog la terra, l’erba secca, gli alberi neri che si stagliavano sul cielo grigio e invernale nella gelida aria natalizia sarebbero stati i più calorosi amici che un pastore tedesco potesse avere!
Raccontavo la sua storia a chiunque si offriva di accompagnarmi nelle sue uscite. Facevo vedere il segno che aveva sul collo, sempre molto delicatamente, spiegavo le nostre avventure e mi dicevo, ad alta voce, che oramai la mia cagnetta era salva. Erano tutti commossi dalla sua dolcezza, dai suoi baci, dal suo grandissimo cuore.
Poi, il sabato prima di carnevale, il sole inondò per la prima volta seriamente le vie di campagna che circondavano il canile. Sally era uscita con un uomo, un volontario, e per di più senza Mediodog! Sally non aveva più paura di nulla, ormai… La vidi in fondo al campo dove avevo sempre portato Merlino, che saltellava e leccava con gioia il suo accompagnatore. Nel sole. La primavera.
Era la prima volta che la vedevo uscire senza di me… con ogni probabilità era la prima volta che Sally vedeva quell’uomo che la portava al guinzaglio. Provai un’immensa felicità a vederla lì!!! Volevo salutarla… ma non volevo rovinare quel momento. Quel momento felice era suo, di Sally, io non c’entravo più nulla. Non me li potrò mai dimenticare… quei brevi istanti che dureranno per sempre nel profondo del mio cuore: una cagnetta felice, pronta per l’adozione. Per una nuova vita. Pronta per la primavera, per i bagni di sole che vengono sempre dopo la pioggia. E che cosa altro avrebbe potuto pensare una qualunque altra persona al posto mio? Certo non si poteva immaginare neanche lontanamente… che appena tre giorni dopo, mentre il mondo si apprestava ad abbandonare definitivamente l’inverno con le pazzie del martedì grasso mi dovesse arrivare quella notizia agghiacciante.
Non potevo credere, quando me lo dissero per telefono, che Sally non potesse vedere la primavera. Non potevo credere che io e lei non potessimo viverla più insieme. Non potevo credere che ora nessuno sarebbe più stato in grado di regalarle una nuova vita. Tutti i volontari erano sconvolti… stava tanto bene, Sally! Fecero tutti gli esami, non so cosa risultò, non credo mi importi ancora adesso… l’unica cosa che mi importava era che qualcosa me l’aveva portata via per sempre, e che non avevo avuto nemmeno il tempo di salutarla… ora, sapevo già benissimo, lo avevo imparato a mie spese già tante volte, che la vita di chi ci è caro (e anche la nostra, veramente) è solo un prestito. Che ci si può affannare tanto a dire: Il “Mio” amore, il “Mio” amico, il “Mio” cane, il “Mio” cane preferito, ma che questa cosa al Vero Padrone della vita di chi amiamo può venire a riprendersela quando più gli aggrada. Il pensiero prevalente però… era un altro, era il senso di colpa. Se ci fossimo sbrigati… se IO mi fossi sbrigata più alla svelta con questo collare, Sally sarebbe stata ancora viva? Chi lo sa, magari era stata male di notte prima di morire, magari se avesse dormito accanto a un padrone questo se ne sarebbe accorto, avrebbe chiamato un veterinario, l’avrebbe salvata… o magari no, magari non l’avrebbe salvata. Magari gli sarebbe solo morta tra le braccia… ma questo è infinitamente meglio di morire soli in gabbia. Questo pensiero e la certezza di non poterla vedere mai più mi erano insopportabili… ma oramai non potevo fare niente, se non rendermi conto, ancora una volta, ancora più chiaramente, che la vita di nessuno non è affatto scontata… ma era una ben magra lezione! Perché? Perché lei? Proprio non c’era Dio? Che senso poteva avere avuto stabilire di farla rivivere per pochi giorni… per poi ammazzarla? Ma dove stava il senso in quella follia????
“Ma forse Sally è proprio questo il senso…
il senso del tuo vagare…
forse alla fine ci si deve sentire
davvero un po’ male…
Forse alla fine di questa triste storia
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa
e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento
con ogni suo turbamento
come se fosse l’ultimo…”
Esattamente come succede a tutti ogni volta che un nostro caro scompare, come in un film tutte le immagini che avevo di Sally mi venivano proiettate davanti: le più belle, le più comiche, le più brutte… migliaia di volte le ho riviste, e in qualunque momento. E dalle orecchie quel sottofondo con la canzone di Vasco proprio non se ne voleva andare.
“perché la vita è un brivido che vola via…
è tutto un equilibrio sopra la follia…
sopra la follia…”
Nel vedere quelle immagini e nel sentire queste parole, d’un tratto trovai una piccola, misera chiave. O per lo meno, qualcosa che mi ridiede un po’ la pace, che attenuò i sensi di colpa… sopra la follia di un destino crudele che aveva inflitto a Sally una vita di stenti, catene e dolore e una morte fulminea e ingiusta proprio nel momento in cui più voleva vivere, la piccola Sally aveva davvero trovato un equilibrio, una via di scampo: l’amore, i rari momenti di affetto, le corse nei campi con Mediodog, le coccole che io facevo a lei e lei faceva a me… ecco, queste piccole insignificanti felicità avevano rappresentato l’unico senso possibile alla vita della mia bellissima amica. Non sempre la vita di un cane ha un senso. Se Sally fosse rimasta in catene da chissà chi il senso proprio non ci sarebbe stato. La follia sarebbe stata la padrona di tutto e il senso lo si sarebbe dovuto cercare al massimo in una vita ultraterrena. Sempre che ci sia… comunque se c’è non può certo essere negata a una cagnetta che qui su questa terra ha visto solo l’Inferno.
Almeno, pensavo, Sally aveva avuto l’occasione di essere stata felice qualche volta… aveva riprovato la gioia unica che si prova quando ci si fida davvero di qualcuno, aveva visto per una volta da quasi-libera la primavera… certo, avrebbe potuto avere dalla vita molto di più…
"Però un pensiero le passa per la testa:
forse la vita non è stata tutta persa…
forse qualcosa si è salvato…
forse…
non è stato poi tutto sbagliato…”
Il sabato di carnevale pioveva come il giorno in cui io e Sally ci incontrammo per la prima volta. Come se si fosse tornati indietro nel tempo… o quasi. Perché lei in degenza quel giorno non c’era e io mi sentivo molto più sola di quel giorno… ma nello stesso tempo, anche meno vuota: speravo con tutte le mie forze che anche lei, da qualche parte, si sentisse arricchita… e magari… magari, in un prato pieno di sole… più felice di quanto non lo fossi io.
“Senti che fuori piove…
Senti…
Che bel rumore…”
(le parole della canzone sono tratte da "Sally", di Vasco Rossi)