chi sono?
Io? Non lo so assolutamente. Una persona molto singolare, una persona che invece di parlare scrive. Una persona che troppe volte non parla. Una persona che troppe volte sta bene solo quando scrive. Una persona da sempre commossa dalla sensibilità degli animali e da ciò che di buono possono trasmettere agli umani. Una persona che vorrebbe dedicare la vita a questo.
cos'è questo blog?
E’ un blog anomalo. In realtà un’antologia, molto più che un diario. Un blog che parla di umani e di animali, e del rapporto che c’è tra loro. Un blog che raccoglie gli incontri che gli uomini hanno avuto con gli animali nella letteratura, nella musica, nella poesia, nelle immagini, nei film. Un blog che, in piccolissima parte, raccoglie anche le storie scritte da me. Ogni suggerimento, ogni commento e ogni critica sono graditissimi!
about blog
categorie
albatros
anatre
animali famosi
animali in generale
aquile
asini
assioli
balene
bambini&animali
bambinieanimali
bovini
calabroni
cani
canzoni
capinere
capre
cardellini
cavalli
cervi
cicale
circo
citazioni
cocoriti
combattimenti
conigli
corrida
corvi
delfini
dioeanimali
elefanti
farfalle
felini
film
fotografia
gabbiani
gatti
gufi
il ponte
immagini e parole
insetti
introduzione
leoni
libri su animali
lucciole
lucertole
lupi
miti e leggende
oche
omaggi
pantere
pappagalli
passeri
pecore e agnelli
pesci
pettirossi
piccioni
poesie
pulcini
racconti dautore sugli agnelli
racconti dautore sugli animali
racconti dautore sugli asini
racconti dautore sugli elefanti
racconti dautore sugli uccelli
racconti dautore sui cani
racconti dautore sui cavalli
racconti dautore sui gatti
racconti dautore sui lupi
racconti dautore sulle balene
ragni
rane e rospi
ricci
rondini
scriccioli
storie sugli uccelli
storie sui cani
storie sui cavalli
storie sui conigli
storie sui gatti
storie vere
tentativi di riflessione
topi
tori
uccelli
usignoli
video
volpi
zoo
follow me

Archivio
oggi
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
novembre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
Ultimi Commenti
sorgentediluce in Il cavallo bianco (d...
Links
blografando
IL BLOG DEI MIEI CUCCIOLI
il blog di Elaela
Il blog di Laura
Il forum di Laura
IL MIO BLOG
IL MIO BLOG SUI CAVALLI!!!
Il sentiero del lupo
Il sito di Maura
Il sito di Protty
il vecchio salice
piccolo Ponte dell'Arcobaleno virtale per i nostri amici
profondo blu
Sglaili-rà
www.ledyblu.splinder.com
visite
fino ad oggi sono cadute *loading* foglie!
Le altezze dell'amore
Banners

Crediti
[layout]Ela
[for]LT-SL-GdS
-FN-BRG
[brushes]Magurno
[image]google
BABY: libera di essere un cavallo
Questa storia sembra una favola ma è vera.
Questa storia dura sette giorni. O sette anni… sette secoli. Non ricordo.
Era solo una stupida vacanza. Un campo del WWF. “Vita da indiani” per essere precisi. Un campeggio pensato per bambini, ricreato poi per adulti. Campeggio, e passeggiate a cavallo. “Vita da indiani nel regno dei cavalli”, ecco il titolo preciso. Però firmando i moduli non credevo né che avrei fatto vita da indiana né che ci sarebbe stato un regno dei cavalli.
Non si svolge sulle nuvole, ma sui monti dell’Amiata, in Toscana. Nei pressi di un agriturismo. I cavalli… non potevo credere a quei cavalli. Liberi. Insomma, un compromesso… ma ettari e ettari di prati e colline solo per loro. Delle capanne per ripararsi dalla pioggia, se volevano. Basta. La prima volta che abbiamo visto il branco abbiamo pensato che erano tutti uguali. Ma già alla seconda, tutti quei cavalli beige dalle biondissime criniere erano completamente diversi. Tutti avevamo il NOSTRO. Per ognuno di noi, il NOSTRO era il più bello, il più intelligente, il più bravo. Ma gli altri si sbagliavano. Ovviamente la più bella, la più intelligente, la più brava era la mia.
Alla mattina lasciavamo le tende da indiano e andavamo da loro. E il branco, vedendoci, correva verso di noi. Ed ogni volta lei veniva. Da me. Ogni mattina. Mi trovava e mi distingueva come io trovavo e distinguevo lei. Si staccava dal branco, e veniva da me, da un’umana. Ogni mattina la abbracciavo, respiravo sul suo collo il suo buonissimo odore… odore di cavallo, terra, vento, piante, alberi… e chissà che altro. Odore di libertà… la spazzolavo, ogni mattina. Le facevo un bel massaggio. E poi lei si faceva sellare, e imbrigliare, e poi salivo. Tutti facevamo così con il nostro cavallo. E il branco ci portava in giro. Sembrava pensassero: sì, portiamoli un po’ in giro ‘sti impediti… e noi dovevamo adeguarci ai loro comportamenti… alle loro simpatie, alle loro gerarchie. Loro erano selvatici, un vero branco. Lo stallone era lo stallone, la femmina alfa era la femmina alfa. E se due cavalli si stavano antipatici mai farli avvicinare. Per ognuno di noi il nostro cavallo era un mito, un eroe… ma anche ai nostri cavalli non spiaceva la nostra compagnia… andavamo in giro su e giù per monti e dirupi, guadavamo laghetti meravigliosi… insieme, noi e i cavalli. I cavalli, noi, e la natura. Basta. Non ci serviva nient’altro… né a noi, né a loro. Lei era… straordinaria. Lei ha ancora un pezzo del mio cuore conservato dentro al suo. Lei era parte di me, e io ero parte di lei. Non credo che a lei interessasse quanto fossi umana. Non credo che a nessuno dei cavalli importasse. Eravamo amici e basta. Eravamo parte della loro vita, della loro gerarchia.
E al pomeriggio, tornavamo. Le toglievo la sella, la testiera. E la lasciavo andare col suo branco Libera. Vai, pensavo, dolcezza, vai libera per tutto il pomeriggio, tutta la notte. Libera col tuo branco, libera di essere un cavallo. Ci vediamo domani mattina… se vorrai venire ancora da me. E lei tornava, alla mattina. E io la abbracciavo, e tutto ricominciava. Per quante volte? Un’eternità credo…
Il pomeriggio tornavamo umani. Visitavamo paesini e boschi, parlavamo, litigavamo, anche tra noi si stabilivano gerarchie. La sera ci scaldavamo davanti al fuoco… la notte dormivamo nei tepee. E’ risaputo, io soffro di insonnia. In quella tenda ho fatto le più grandi dormite della mia vita. Tranne poche ore pomeridiane al giorno, io mi sentivo parte della natura. Un concetto ridicolo espresso così. Il mondo aveva un senso. Io stavo bene, ero rilassata e felice come mai in vita mia… mi addormentavo al tramonto e mi svegliavo all’alba; la notte mi cullavano il canto dell’allocco e delle cavallette che terrorizzavano le mie compagne, e perfino il suono della pioggia che entrava in tenda dal buco centrale. Alla mattina, si mangiava e poi, dal branco. Era tutto stupendo: semplice e grandioso, rilassante, pieno di colori, di luci di suoni… io mi sentivo parte dei suoni della natura, immersa nei suoi colori, cullata dalla sua semplicità. Ero parte di lei, della natura, tanto quanto lo era la mia splendida amica cavalla.
Poi è finito tutto… non so perché, ma ero in qualcosa di così eterno, qualcosa che c’è fin dalla notte dei tempi e ci sarà sempre e mica me lo aspettavo che potesse finire… ma è finito. Ero molto triste… ma andando in pullmino verso la stazione le siamo passati vicino. C’era il branco… l’ho vista. Non so che mi è preso. Volevo vedere il suo volto regale e attento che mi guardava, volevo che lei e tutto il suo mondo non mi lasciassero. Ho abbassato il finestrino e l’ho chiamata. La guida mi ha subito ripresa. Così è peggio, diceva. Ma lei mi ha sentita. Ha drizzato il capo, e le orecchie… ed è corsa verso il pullmino, staccandosi dal branco. Poi l’ho vista fermarsi, era intelligente e aveva capito che il pullmino non avrebbe frenato per noi. E poi, piano, è tornata al branco. Le ho detto addio, ma non facevo altro che pensare: io da qui non me ne vado, chi se ne frega di veterinaria, mi metto in ginocchio e li imploro di farmi fare la sguattera, tutto pur di star lì… e Aky e Mos me li sarei fatti portare. Non volevo lasciare quel mondo. E mi è ancora poco sopportabile l’idea che QUEL mondo è il NOSTRO mondo, non un paradiso, il nostro, il nostro… semplice, armonico, colorato bellissimo mondo. Perché la vita non poteva essere come quella vacanza? Perché abbiamo dovuto complicare tutto e rendere questo paradiso grigio, pieno di frastuono, di stress, di agitazione, invivibile? Perché?
Ora si parla di monta “naturale”. Ora si dice: “Aprite i box… fate uscire i cavalli… state a terra con loro… imparate da loro, giocate con loro…”. Ora sempre più gente rivuole la natura… e gli animali non possono fare altro che insegnarcela.
Speriamo bene.

Sono nata di mattina presto. Quel giorno mi sentivo forte, felice, impetuosa e viva. Da quanto ho capito, era primavera.
In quell'istante, quell'istante che ha in sè qualcosa di veramente magico, quell'istante in cui un cavallo compie il suo primo salto atterrando leggero sulla paglia, non c'era solo la mamma a vedermi. Sì, lei c'era, ed era lei il centro del mondo, ovviamente. Ha cominciato subito ad accarezzarmi con cura con la lingua, e a riempirmi di quei baci di cui neanche un cavallo adulto si può scordare... ma tutt'intorno c'erano anche tantissimi umani: bianchi, verdi, blu. Non potevo saperlo, ma ero in un ospedale.
Io invece ero nera. Nera, nerissima, come la mamma, e come lei avevo una stella bianca sulla fronte. "Bella" è stata la prima parola umana che ho sentito. La seconda è stata "Sirya". Erano i miei due nomi. Ma anche i nomi della mamma.
Umani o no, sapevo che c'era una cosa importantissima che dovevo fare. Dovevo alzarmi! L'istinto me lo diceva. Avevo fame e alzandomi avrei trovato da mangiare, ne ero sicura. E, in piedi, avrei potuto seguire la mamma. Quindi ho cominciato a guardarmi le zampe, quei lunghissimi trampoli sui quali dovevo prima possibile imparare a stare in equilibrio. Ho cominciato a puntarli a terra e compiendo ogni volta sforzi incredibili, frutto della mia inesauribile forza di volontà, cercavo di usarli come leva per tirarmi su, esattamente come fa ogni puledro appena nato. E esattamente come ogni puledro appena nato, ho fatto delle grandissime e rovinose cadute.
No; non proprio come tutti i puledri. A un certo punto una voce dentro, una voce che non potevo soffocare, mi mandò nel panico. Io non sarei riuscita ad alzarmi. Cominciavo ad averne la certezza, le articolazioni mi facevano tanto male, la mamma era preoccupata; gli umani sono venuti tutti dentro. Non volevo che mi toccassero! ma poi ho capito che volevano aiutarmi a tirarmi su. Più volte ci sono riusciti... ma le zampe mi facevano troppo male, io mi sentivo pesante, tanto pesante, e cadevo!
Non mi sono alzata. Giorno dopo giorno, i dolori si facevano sempre più forti. Sempre più forte si faceva la voce che era dentro di me. "Qualcosa non va, qualcosa non va!!!!" diceva. Io mi ribellavo! No, io ero forte, più forte del dolore, mi dovevo alzare!!! Ma non ce la facevo mai.
Mi sono dovuta abituare alla presenza degli umani bianchi, verdi e blu. Andavano dalla mamma e le prendevano qualcosa che poi davano a me in una scodella. Loro il cibo lo chiamavano: "latte" e io lo bevevo. Sapevo che mi avrebbe dato la forza di alzarmi. Era tutto un incubo: il dolore alle zampe, gli umani, tutto. Quando mi sarei svegliata mi sarei alzata da sola, forte e sicura, e avrei seguito la mamma, in capo al mondo.
Poi gli umani hanno cominciato a mettermi addosso delle cose che pungevano, a farmi entrare nel corpo liquidi dall'odore strano... loro chiamavano tutto questo: "terapia". Ho dovuto fare tante terapie. Le zampe peggioravano sempre... il dolore mi faceva tremare, le articolazioni si erano gonfiate tantissimo, gli zoccoli e i nodelli erano diventati freddissimi. Sembrava che quelle zampe lunghissime non mi appartenessero più. Era una sensazione orrenda, non so come descriverla... gli umani si occupavano tanto delle mie zampe. Soprattutto i più giovani tra di loro. Avevano tante sostanze puzzolenti con cui mi facevano i massaggi, e quelli erano gli unici momenti in cui provavo sollievo. Avevano anche delle sostanze da mettermi dove c'erano le ferite che si formavano perchè stavo ferma troppo... e poi avevano una sacca che conteneva un liquido molto molto caldo. Quella sacca me la mettevano sulla parte finale delle zampe, dove erano fredde. Quando il liquido si raffreddava, lo cambiavano. Spesso cercavano di farmi alzare... ma io proprio non riuscivo a stare in piedi.
Mi facevano tante carezze. Io ero diffidente, ma presto ho cominciato a volere bene agli umani. Non so per quale motivo, ma stavano cercando di correggere quel qualcosa che in me non andava. Cercavano di farmi alzare perchè da sola non sarei riuscita. Mi volevano bene, credo. Le carezze e i baci lo dimostravano, e la mamma non aveva paura di loro. Mi potevo fidare...
Poi... un giorno, le zampe hanno cominciato a sgonfiarsi, e a farmi meno male. Gli zoccoli sono diventati meno freddi e io ho ricominciato a muoverli... e una volta, una volta che è stata davvero bellissima, gli umani mi hanno messa in piedi e io non sono caduta... le zampe davanti, fasciate, erano
tutte curvate in avanti e toccavano terra fino al ginocchio... non doveva essere così, le zampe della mamma toccano terra solo con lo zoccolo e si curvano all'indietro, non in avanti... ma mi muovevo. Cominciavo a fare i primi passi, in mezzo a umani felici. Andavo verso la mamma, ovviamente. E per la prima volta sono riuscita a toccarla e a succhiare il latte da lei.
Da quel giorno sono migliorata tantissimo. Erano tutti fieri di me: la mamma e gli umani. La mamma era felice perchè stavo bene, bella dritta sui quattro zoccoli, con le zampe forti e perfette, come se tutto fosse sempre andato bene, come se davvero le cadute, le "terapie", il gonfiore e il freddo fossero stati solo un incubo. Gli umani erano contenti perchè stavo bene, ma erano anche appagati come se il merito fosse loro, e forse un po' lo era. "Corri, Sirya!!!" mi dicevano, quando qualcuno non credeva che ero guarita. E io correvo. Correvo nel box, e anche fuori, in quel posto che chiamano paddock. Correvo dietro alla mamma. Facevo le capriole, mi buttavo a terra e mi rialzavo subito. "Corri, Sirya!"mi dicevano gli umani che avevano messo a tacere quella brutta voce che avevo dentro, che quando avevo male mi diceva che qualcosa non andava. E io correvo, correvo forte e veloce.
Un giorno, una ragazza è venuta ad accarezzarmi felice e mi ha detto una parola nuova nuova. Mi ha detto "Sirya, presto tornerai a casa". Che cos'era "casa"??? Dov'era??? La mamma mi ha fatto capire che era un bel posto. Se lei ci veniva, ci andavo anche io. Ero felice e correvo il triplo di prima. Così tanto che ho annoiato la mamma!!! ma lei mi sopportava perchè mi voleva bene.
Qualche giorno dopo ho sentito dagli umani altre due parole che non avevo mai sentito prima. La prima parola era "Proprietario". Che cos'era un proprietario?? ne avevo uno?? nessuno mi aveva mai parlato di lui. Era un umano o un cavallo??? un umano credo!!! ho capito dagli umani verdi che parlava di corse, il Proprietario. Parlava di me dunque, io correvo. Gli umani verdi avevano detto al Proprietario, a quanto capivo, che io ero un miracolo, che avevo recuperato l'80 % delle capacità motorie. Sapevo
che voleva dire "miracolo", sono io, è il mio terzo nome da quando sono guarita. Il resto non l'ho capito, il linguaggio degli umani è troppo difficile. Ma un'altra cosa avevano detto gli umani al Proprietario: che io potevo essere una buona fattrice. "Fattrice" è la mamma. Lei è una buona fattrice, perchè è una buona mamma. Fattrice in umano significa mamma. Io non pensavo di potere essere una mamma, sentivo che questo Proprietario cominciava a volere troppo, sono sicura di avere ragione perchè gli umani erano tutti preoccupati per me. Ma se il Proprietario voleva un cavallo da corsa, sarebbe stato felice di vedere come correvo. E tutto sarebbe andato a posto!
La seconda parola era "soppressione". Non ho mai capito cosa volesse dire. Ma era una parola triste e cattiva, perchè faceva piangere gli umani che mi avevano aiutata a guarire, e i più giovani come la sentivano venivano da me, mi baciavano piangendo, mi accarezzavano, mi facevano correre. Quella parola mi preoccupava tanto. Una volta da una ragazza ho sentito che la "soppressione" era una cosa che il Proprietario voleva per me. Che aveva pagato per averla. "Pagare" è una cosa che ho sentito tante volte, ma non so che vuol dire. Anche quella ragazza piangeva. Diceva anche che il Proprietario era convinto che non potevo fare le corse. Ma perchè? Perchè non veniva a vedere come correvo?
Ho sentito un umano blu dire che qualcuno doveva trovare il posto per portarmi via... ma nessuno aveva questo posto. Tanto senza la mamma non sarei andata da nessuna parte!!! e poi, io e lei dovevamo andare a casa! Cosa stava succedendo?
Una mattina un'umana bianca, una dei capi che tutti gli altri umani dai tanti colori rispettavano,è entrata nel mio box con una terapia. Sentivo qualcosa di strano nell'aria. Lei piangeva, ma ultimamente tutti gli umani piangevano. E io ero guarita. Non avevo bisogno della terapia, ma se l'umana voleva che la facessi era perchè magari voleva essere sicura che io restassi guarita per tanto tempo, o magari per essere ancora più guarita quando mi avrebbe vista il Proprietario... ma perchè la mamma era tanto agitata? non aveva ancora capito, dopo tutto questo tempo, che le terapie facevano guarire?
L'umana si è avvicinata a me, sempre piangendo. E, tremando, mi ha fatto l'ultima terapia. E' stata una terapia strana... il mio corpo si è fatto improvvisamente pesante, più pesante di quando non riuscivo nemmeno ad alzarmi. Ho sentito un forte bisogno di dormire.
Sono morta di mattina presto. Quel giorno mi sentivo forte, felice, impetuosa e viva. Da quanto ho capito, era ancora primavera.
LADY e IBIS
(storie di galoppi e tramonti)

PARTE I : LADY (la principessa bianca e il ragazzo coi capelli ricci)
Parlare con gli animali dunque… bhè, ecco, è una cosa che ho sempre fatto. Ma la prima immagine che mi viene in mente quando penso a questo dialogo con gli animali è quella di una cavallina bianca, accanto a un ragazzo dai capelli ricci.
E’ qualcosa che non so spiegare: come ho detto non ho preso questa cosa dalla mia famiglia, le occasioni di vedere cavalli erano poche, e non era diffusa l’equitazione sui pony come adesso… non so, so solo che volevo salire su uno di loro. Un amico di mio papà aveva una vecchia cavallina. All’età di cinque anni, dunque, ho iniziato a montare. Fosse stato per me non avrei mai smesso: tutto quello che cercavo dalla vita sembrava trovarsi in quella piccola scuderia, per i miei occhi di bambina era il posto più bello del mondo, è come se lo vedessi ancora, nella penombra, è come se sentissi quel profumo che è un misto tra l’odore del fieno, del cuoio, e il magnifico odore dei cavalli; mi ricordo perfettamente la sensazione meravigliosa che provavo quando accarezzavo la mia principessa bianca, quando sentivo il dolce tepore del suo muso di velluto e quando mi immergevo nei suoi profondi occhi neri. Avevo trovato un libro, “Criniera Bianca” era il titolo (non sono troppo intelligente ma ho imparato a leggere presto), e me la figuravo tra i protagonisti, i cavalli selvatici del delta del Rodano, nella Camargue, perché così mi sembrava che fosse, anche confrontandola con le foto dei libri di cavalli che con fatica cominciavo a comprare. Conservo ancora delle foto di quel periodo… in particolare quelle del primo giorno che l’ho incontrata. Il mio cuore non ha dubbi a riguardo. La mia Lady doveva essere imparentata con quei magici cavalli da fiaba… io ero lì per lei, ero lì per i quattro cavalli della scuderia, per dar loro gli zuccherini e per parlare con loro… mi ricordo solo vagamente, dunque, l’amico di mio papà, un ragazzo vivace e spiritoso, che cercava sempre di fare il simpatico e di farmi ridere (devo dire con poco successo)… ma mi ricordo molto bene suo fratello. Il ragazzo dai capelli ricci, silenzioso, antipatico… sì, lui me lo ricordo bene. Me lo ricordo perché una volta vedendomi parlare alla mia Lady papà e il suo amico avevano cominciato a ridere e a prendermi affettuosamente in giro, ma la cosa mi feriva e non poco. Il ragazzo coi capelli ricci allora mi aveva presa in braccio e fatta scendere da cavallo, poi mettendomi le mani sulle spalle e guardandomi negli occhi mi aveva detto, in maniera che io capissi bene: “Non smettere MAI di parlare ai cavalli, capito? Ricordati sempre che loro non smetteranno mai di ascoltarti!”. Mi aveva quasi spaventata, ma non avrei smesso di parlare a Lady solo perché gli adulti mi prendevano in giro. Comunque quella scena mi è rimasta bene in mente...
Quando avevo circa sette anni i miei smisero di portarmi in quella scuderia… insistevo, non capivo, mi impuntavo… non potevo saperlo, ma era successa una cosa terribile che riguardava proprio il fratello minore... I miei genitori riuscirono a dirmi la verità solo qualche anno dopo, tutto era stato venduto (terreno, cavalli...) perché il fratello maggiore non riusciva a vivere perennemente a contatto con quel ricordo, col ricordo di quel ragazzo che aveva improvvisamente deciso di partire, coi sensi di colpa di chi poteva fare qualcosa e non si era accorto di nulla. Credo abbiano sottovalutato in qualche modo la mia sensibilità, quando me lo dissero. Ci rimasi veramente molto male, anche se io ero lì per i cavalli non potevo certo essermi completamente dimenticata di quel ragazzo, dei suoi silenzi, e soprattutto di quelle poche parole che mi aveva detto. Sicuramente è stato per suggestione, ma ho cominciato a sognarlo.

PARTE II: La svolta
Io però non avevo certo deciso di non andare più a cavallo. Dopo diverse suppliche, i miei genitori mi iscrissero ad una scuola, con mia enorme gioia. Ovviamente il fattore economico aveva influito anche troppo su questa scelta; l’assicurazione era inesistente, la scuola non in regola, il cap non omologato; scelsi la monta western, a caso, quando me lo chiesero; avevo dodici anni (eh sì… era passato parecchio tempo, ma ora ero abbastanza grande per cercare di far capire ai miei che erano i cavalli quello che cercavo…) e l’istruttrice aveva… la mia stessa età. Nonostante tutto questo mi sono divertita molto… adoravo i cavalli, adoravo stare con loro, sellarli e soprattutto spazzolarli… (non erano tenuti benissimo, purtroppo…) adoravo le grandi passeggiate (iniziate dopo appena due ore di pratica nel recinto), le galoppate incontro al sole che tramontava, riscoprivo con gioia la natura e le sue stagioni… ero anche brava, me lo dicevano... conservo ricordi indelebili di quei momenti meravigliosi, e degli amici fantastici di ogni razza e colore con i quali ho trascorso quegli splendidi momenti… poi, un giorno, successe una cosa che mi segnò a vita… ero uscita con un cavallo che non riuscivo a controllare… me ne rendevo conto, continuavo a dirlo. Invece di lamentarmi avrei dovuto direttamente scendere; l’istruttrice non mi ascoltava affatto, secondo lei il cavallo aveva sgroppato prima che io lo montassi e di conseguenza ora era docilissimo… purtroppo ero di un altro parere, e più me ne rendevo conto, più mi spaventavo. Alla fine della passeggiata, successe: persi completamente il controllo e feci una bruttissima caduta, fratturandomi il braccio destro in più punti e il tallone sinistro. Il braccio sinistro era tutto un livido. Il cap non omologato si era aperto come un guscio di noce ma mi aveva salvato la testa. Avevo quindici anni, e i miei mi giurarono che non avrei mai più visto un cavallo in tutta la mia vita. Alle spalle di ogni cavaliere ci sono delle cadute, è normale. Ma si dice anche che dopo una caduta si deve immediatamente risalire in sella... Quanto a me, avrei davvero tanto voluto farlo: capivo perfettamente che i cavalli non erano animalacci cattivi, mi era solo capitato un cavallo sbagliato e non era stata intelligente la scelta della scuola. Bhè, però i miei proprio non ne volevano sentire parlare.
Mi sono dedicata ai cani, ho scoperto le loro doti meravigliose e me ne sono innamorata; ho abbandonato l’idea di fare la scrittrice, che coltivavo da anni, per iscrivermi a medicina veterinaria. Ho intrapreso una strada completamente diversa da quella che avrei scelto se fossi rimasta vicina ai cavalli. Ma Dio solo sa se ogni giorno non sognavo di tornare a montare, se non ero sicurissima di farlo una volta indipendente a livello economico. Questo insistente desiderio che ho sempre avuto di andare a cavallo… ha in sé qualcosa di assurdo, ma in un certo senso me lo sono spiegata: credo che i bambini, fin da quando sono piccoli, sappiano perfettamente che cosa vogliono, e di che cosa hanno realmente bisogno. Io avevo bisogno dei cavalli, perché ho un carattere terribile: sono la persona più insicura sulla faccia della terra, la più indecisa, la più paurosa; ho una tendenza straordinaria a non dare mai fiducia a nessuno,a me stessa per prima; lontana da un contatto diretto con la natura, o con gli animali, sono molto incline a profonde tristezze. Inoltre ho la gratificante tendenza a prendermi sempre tutte le colpe e mai nessun merito. (queste analisi approfondite non mi sono state fatte da psicanalisti, ma da istruttori di equitazione che ho conosciuto negli anni...). Credo fermamente che l’andare a cavallo può aiutare in maniera decisiva una bambina o una ragazza che abbia queste spiacevoli caratteristiche.
PARTE III: Il mondo dei maneggi, la paura e i fallimenti
Dopo il primo anno all’università ho avuto un periodo di crisi totale, per molti motivi. Quando oramai non ci speravo più, ho ottenuto dai miei il permesso di iscrivermi ad un’altra scuola di equitazione… questa cosa inizialmente mi ha fatto rinascere… ma presto mi sono scontrata con mille difficoltà. Numero uno, il peso. In seguito a quel periodo era aumentato considerevolmente… e già non ero certo mai stata magra… Numero due: la Sella Inglese. Ogni scuola che si rispetti da queste parti pare insegni solo monta inglese e… tra una sella inglese e una western per quanto mi riguardava c’era la stessa differenza che c’è tra una canoa e un transatlantico… (compresa, ora lo so, l’incredibile soddisfazione che ti da’ il saper usare una canoa!) Bhè, ma questo era nulla. Ero talmente felice di tornare in sella, mi sentivo talmente a casa lì sopra, e poi in mezzo ai cavalli, in mezzo ai cavalli!!!! Ovviamente la scuola è stata scelta con cura. Apparentemente non presentavo alcun problema, alla sella inglese mi ci sono adattata subito, e a montare in sella in qualche modo riuscivo, anche senza l’aiuto del classico “pomello” della sella all’americana… mi sono resa conto che i movimenti del cavallo andavano sentiti molto di più, con una sella piccola… e presto ho tranquillamente trottato. Continuavo a pensare che la storia del cavaliere che cade e se non rimonta in sella immediatamente dopo non avrà più il coraggio di montare fosse una grandissima baggianata… fino a quando non si è parlato di galoppo.
“Dottore… ecco… sono caduta da cavallo. E’ solo una botta, credo… ma fa malissimo… gli antidolorifici…”
“Hai paura?”
“???”
“Di cadere ho paura”
“Valium. Cinque gocce. Per cinque giorni”
"Ma.. a me... non sembra il caso di prendere il valium perchè ho paura di cadere"
"Certo che no. E' un miorilassante, tu cadi in stato di totale rigidità. Il muscolo è rigidissimo, il dolore che senti è dovuto a quello, non alla botta... che in sè non è niente."
Bhè… aveva ragione.
Sono stata per un sacco di tempo causa di incredibile rabbia da per il mio primo istruttore… poi per un secondo, poi per un terzo… poi… ho perso il conto. Ecco, ne sono consapevole: tutto andava bene finchè si parlava di trotto, ma se solo sentivo la parola galoppo mi buttavo più o meno volontariamente giù. E non ne volevo sapere dell’importanza dell’assetto… se sentivo la parola galoppo mi attaccavo alla sella in posizione fetale e buona notte. Ero una persona adulta che si comportava come una bambina che è OBBLIGATA a fare qualcosa… e mi rendo conto di quanto questo possa essere snervante!!!!! Sia per l’istruttore, che per i cavalli. Mi sembrava di far loro del male, probabilmente era vero. Li adoravo, e ci sapevo fare con loro se non ero in sella. Capisco benissimo come dovevano essersi sentiti con addosso un corpo rigido, pesante e terrorizzato che gli si buttava improvvisamente sulle spalle!!! Nonostante questo insistevo… facevo malissimo, ma volevo superare la cosa, ad ogni costo, recuperare le galoppate felici di un tempo… in certi momenti non mi pareva possibile, in altri invece ero ottimista… con questo cavallo e questo istruttore ce l’avrei fatta… invece non ce la facevo mai. E non dimagrivo, davo la colpa di molte cose a questo e mi imponevo di dimagrire, ma qualunque cosa facessi tutti quei chili in più che oltretutto non mi appartenevano non se ne andavano.
PARTE IV: Un sogno
Ero all’ennesima scuderia dunque. C’ero già stata, avevo parlato con l’istruttore, mi era sembrato bravissimo… ma a parole, si sa, sono tutti bravi. Era bello anche il posto però. E i cavalli… lucidi come specchi.
“E’ l’ultimo” pensai, prima di addormentarmi. “Questo posto è veramente l’ultimo. Se non va bene questo ammetterò di essere stata sconfitta… se non va bene questo ammetterò che io con il mondo dei cavalli non c’entro affatto, purtroppo. Dovrò ammettere che non sono capace”
E dopo aver fatto questo pensiero, mi addormentai.
Ero in un bel posto in campagna. Sembrava un bel sogno. Poi, ecco, da lontano, che arriva il ragazzo coi capelli ricci, insieme a Lady. “Oh”… ho pensato “ma che senso ha risognarlo? Non ha nessun senso. E’ meglio che mi svegli”
"Non ci provare" fa lui. Mette la cavallina davanti a me.
“Ora sali” dice.
“Ma…”
“Sali!!!”
"Ma lei è troppo piccola, io sono cresciuta... ora peso troppo, non posso salire su di lei, neanche se è un sogno!"
“Taci e sali!!!” non era affatto simpatico.
“Senti io… non posso, ho paura.”
"Ehi? ma di cosa vuoi avere paura? Guardala, è Lady! Parlale! E' lei, non può farti niente di male"
PARTE V: Una scuola speciale, un cavallo speciale
Il giorno dopo l’istruttore mi condusse in mezzo al recinto a cerchio per i principianti. Stranamente la mia attenzione fu catturata da un ragazzo che procedeva con un pony bianco, bardato di tutto punto, che doveva andare a fare lezione… “Una bambina” ho pensato…”Quel pony assomiglia tanto alla mia Lady, che fortunata la bambina che farà lezione con lui…”
Incredibilmente, il ragazzo si stava dirigendo verso di me. E davanti a me si fermò.
“Sali” disse l’istruttore.
"Eeeeh?" non ci potevo credere. Probabilmente era un altro sogno.
“SALI”
"Ma..."
"SALI!!!"
"Ma è un pony!!!!!" dissi io, più disperata che incredula...
“NON è un pony, è uno Stallone Di Razza. SALI!”
Lo Stallone Di Razza era identico a Lady… per quanto me la possa ricordare. Ho pensato… distintamente: “Ma come faccio? Io peso troppo per questo cavallo, è troppo piccolo, non ce la farà mai a…”
“Ehi!” l’istruttore mi ha spaventata a morte. Ha preso per la collottola me, per le briglie lui e ci ha messi faccia contro muso. Ricordo ancora i suoi occhioni neri, tranquilli e profondi di quella volta. Non era per niente turbato dall’irritazione dell’istruttore. Con noi in quella posizione, l’istruttore ha continuato, ma sussurrando, in modo che potessimo sentire solo noi:
“Guardalo: guardalo negli occhi. Impara a conoscerlo. Parlaci. Ma quella cosa non la devi mai più nemmeno pensare, va bene? Perché lui la sente. A un cavallo non importerà mai quanto pesi. A un cavallo importa solo quello che hai qui” e si è toccato il petto.
Stranissima, come prima lezione. Sono salita e io e lui eravamo praticamente perfetti.
Ancora non mi spiego perché.
Ibis, si chiama, anche se ha molteplici altri nomi. Da quando avevo fatto la caduta ero stata catalogata come un soggetto “caratteriale” e mi venivano dati cavalli anziani, marmorei, sicuri e immobili. E pigri, dicevano loro. Secondo me invece erano solo stanchi… andavano incitati a volte anche pesantemente solo perché cominciassero a trottare… la cosa mi irritava, e mi spaventava. E non volevo il frustino, mai, anche se so che non può far loro male. Perché quando i cavalli vedono il frustino e si spaventano anche se non fa male… immagino ricordi loro qualcosa che invece aveva fatto loro male, tempo addietro. Forse è solo un’idea mia però... A una certa età, comunque, non deve essere piacevole fare la balia ai principianti, e trottare, e correre, e saltare poi… io parlavo con loro, ma non so se sapevo ascoltarli. Tra noi non c’è mai stata una grande comunicazione. Loro sapevano quello che dovevano fare, molto più di me, dunque non ascoltavano i miei comandi… la cosa un poco mi irritava, e mi spaventava, (nuovamente) non credevo di avere il loro controllo. Non potevo nemmeno pensarci al galoppo.
Ibis è giovane. E ha una gran voglia di vivere, di correre e gli piace tantissimo saltare. Sembra strano, ma più di una volta ha indugiato davanti ad ostacoli alti facendomi pregare che non volesse farli… partiva al trotto con niente. Sapeva tenere il trotto breve da pony ma anche quello a lunghe falcate del cavallo vero. Anche se la generosità del suo sguardo scurissimo e i fiumi di dolcezza che ne uscivano e quel loro essere insondabili e penetranti, quasi ti vedessero dentro l'anima, mi davano ogni giorno passato con lui la conferma che le parole dell'istruttore erano vere, in pratica quando lo cavalcavo mi sono resa conto che dovevo sempre stare in perfetto equilibro… al contrario degli enormi cavalli marmorei, se io non avevo un assetto più che perfetto Ibis si sbilanciava. Ma era forte, senz’altro. Il mio peso non sembrava costituire un problema. E, cosa più importante, Ibis purtroppo faceva tutto quello che gli dicevo, anche inconsapevolmente, con gli spostamenti della testa e del corpo. E questa cosa mi ha terrorizzata. Spesso faceva cose che io in realtà non volevo chiedergli, come camminare all’indietro, lateralmente… avevo il controllo totale e avrei tanto voluto non averlo, perché non ero capace di chiedergli ciò che volevo. E poi, mi sono resa conto di una cosa. Lui capiva me, quando gli parlavo e anche quando stavo zitta… ma io non capivo lui. Forse tutto quel tempo passato con i cani mi aveva fatto disimparare il linguaggio di un cavallo. Forse è andata proprio così!! Dovevo osservarlo, anche da terra, dovevo spazzolarlo e stare un po’ con lui… mi avrebbe fatto reimparare la sua lingua. Con calma. Agli altri cavalli la mia paura non aveva fatto alcun effetto!!! Lui, invece, aveva una grande paura di me e della paura che gli trasmettevo. Dovevo capirlo, assolutamente, dovevo capire il suo linguaggio… capendolo, avrei compreso anche il perché di certe sue reazioni improvvise (veramente non erano tante, è buono come il pane, ma l’idea di non avere il controllo completo mi tormentava) e avrei scacciato la paura.
Vivendo un po’ di più accanto a lui mi sono accorta che bhè, anche gli istruttori e il maneggio sono diversi da tutti gli altri.
Siccome Ibis… non è molto alto, sono stata in contatto diverso tempo con i frequentatori del settore pony: i bambini, i genitori dei bambini, l’istruttrice dei bambini. Organizzano anche il doposcuola. I bambini fanno i compiti al pomeriggio seguiti dall’istruttrice e poi disegnano, montano, giocano con i cavalli. Sì: ho visto i bambini giocare con i cavalli, e li ho invidiati parecchio perché se avessi avuto io da piccola un’opportunità del genere sarei stata la persona più felice sulla faccia della terra. I genitori dei bambini non sono diversi. Ma più di una volta ho visto mamme apprensive andare a parlare con l’istruttore chiedendo se la loro bambina di quattro anni “aveva un futuro” in quello sport. Loro non capivano… la vedevano un po’ impacciata… e l’istruttore quasi rideva loro in faccia.
“Si diverte a venire qui?”
“Sì, per quello non vede l’ora di venire ma…”
"E allora non vedo il problema. E’ una bambina. I bambini devono divertirsi. Non posso dire nulla di sua figlia, ma anche io ho l’impressione che sia felice”
“No, ma perché io non sono nel campo e non capisco… e invece lei che è tanto bravo sono sicura che sa capire se primeggerà… anche perché non voglio fare la figura di quella che va in giro a dire che sua figlia va a cavallo e poi lei è un’imbranata…”
“Senta, i bambini si devono divertire. Divertirsi, stare con i cavalli… e riscoprire la natura. Questa è la filosofia di questo posto. Di sua figlia non posso dire nulla, ha solo quattro anni. Posso dire solo che anche io la vedo felice. Tra di loro… ci sarà chi vorrà fare le gare, e diventare un professionista. Ma ci sarà anche chi farà tutt’altro nella vita, e poi alla domenica vorrà godersi una bella passeggiata a cavallo.”
“Sì, ma se io la porto qui e poi lei non impara e finisce con quelli che fanno le passeggiate alla domenica allora tanto vale”
Ridacchiava, l’istruttore, ogni volta. Forse non hanno affatto bisogno di soldi e clienti, visto che chi non accetta la “filosofia del posto” se ne va in un altro maneggio più serio senza fare complimenti. O forse abbandona del tutto l’equitazione. E’ triste per i bambini ma… le ragazze che rimangono lì sono tutte persone adorabili, sono tutte persone che amano i cavalli. Vanno sui cavalli della scuola, oppure qualcuna ne ha uno tutto suo, di cui si deve prendere cura con costanza. Sono passate dal pony al cavallo così come sono passate dall’istruttrice all’istruttore. Io, invece… vado un po’ con tutti e due, e mi fa delle lezioni anche il figlio...L’istruttore grida tantissimo, quando gli vengono i cinque minuti (a volte anche con me!) ma non ha mai, mai neanche lontanamente pensato di maltrattare un cavallo. I cavalli non hanno paura di lui, ma lo rispettano. E lui li adora. Non mi era mai capitato di vedere una persona così… le ragazze, dicevo… sono gentili. Tutto un altro genere di persone rispetto a quelle degli altri maneggi. Salutano volentieri, gioiscono per ogni piccolo progresso che dico di avere fatto… alcune di loro sono brave davvero, e fanno le gare. Ma non se la tirano per niente. Ogni tanto invidio anche loro, le vedo felici che fanno la doccia al loro grande cavallo di velluto, e gli fanno i massaggi, e vedo l’affetto che il cavallo porta a loro: lo si legge nei suoi occhi, lo si vede nel suo modo di avvicinare loro il bel muso… lo si vede anche nei suoi piccoli dispetti! L’anima di un cavallo è immensa… ci vuole tanto, per conquistarla però. Questo lo so bene. Non ci vuole nulla a prendere una frusta e fare di un cavallo uno schiavo perfetto. Che però non ti farà mai vedere la sua anima. Neanche un po’. Un cavallo non è un cane. Se vorrai vedere la sua anima… dovrai sudare, dovrai fare in modo che il cavallo te la mostri spontaneamente. E questo accade solo quando il cavallo ti ama davvero. Dicevo, che le invidio… mi fanno pensare a come sarei stata io se avessi scelto un maneggio decente e non fossi caduta… forse starei facendo un’altra università… forse non farei le gare, ma avrei un cavallo mio da adorare e portare nei boschi… forse...
PARTE VI: IBIS (quello che i cavalli non dicono)
Ma ora c’era Ibis, e dovevo imparare a capirlo, per controllarlo, per non avere paura. Ibis è bellissimo.
Una volta, contemplandolo, ho chiesto alla figlia dell’istruttrice se era veramente uno “Stallone di Razza”. Lei mi ha risposto rassicurandomi sulla sua indole, ma io non ero prevenuta contro gli stalloni… volevo solo sapere di che razza fosse, per curiosità.
"E' un cavallo della Camargue”
Camargue… Camargue?... Criniera Bianca… che coincidenza, in quell’istante mi è sembrato davvero di aver ritrovato qualcosa di perso da bambina.
Era nato lì, Ibis. In Camargue. Era nato nero, tutti i cavalli della Camargue nascono neri per mimetizzarsi… sono selvatici, o semiselvatici. Crescendo diventano bianchi. Perché il loro mantello deve riflettere la luce. Vivono in quella palude che ora è una riserva naturale. Qualcuno aveva comprato Ibis e lo aveva addestrato per fare il cavallo da fiera. Per questo non ha mai paura di niente… tranne che della mia paura, ovviamente. Io dovrei essere la sua guida… se ho paura io, lui per forza è disorientato. Poi, non so che è successo, è finito col fare il cavallo da scuola per salto a ostacoli. Ma partecipa alle fiere di paese. E fa le gare. Le gare di salto a ostacoli.
“Quando galoppa è velocissimo, non ho mai visto un cavallo tanto veloce… mai visto un cavallo basso che salta tanto in alto! Una volta lo hanno squalificato a una gara di salto perché aveva fatto percorso netto ma il tempo impiegato era inferiore a quello previsto dalle regole” mi dicevano. Queste cose non mi rassicuravano… ma mi piaceva conoscerlo di più. E mi piace tutt’ora vedere che anche se è bravo non lo sfiancano con le gare… una ogni tanto, così.
Ora… non c’era che da ascoltare lui. Da leggere dentro a quegli occhi scuri, da capire davvero che cos’è un cavallo. Credo che la spazzola aiuti molto… curavo quel manto bianco, spazzolavo criniera e coda, e lui era contento di quei massaggi. Mi appoggiavo al suo mantello, sentivo il suo profumo… Ai cavalli piacciono le carezze, tanto quanto ai cani!!! Invece odiano la classica pacca sulla spalla che viene spontaneo dare loro… quando mi mettevo una mano in tasca lui diventava esattamente uguale al mio cane quando crede che ci sia qualcosa di buono per lui. Ma se non c’era, sbatteva per terra lo zoccolo, contrariato. Dopo un po’, ha cominciato a piegare il collo apposta, per ricevere le mie carezze… e io adoravo il suo impareggiabile ciuffo, bellissimo, che gli ricade sempre sopra gli occhi… quegli occhi tanto belli, tanto buoni… quel posto mi ha fatto davvero del bene. Non so come, forse la causa è stata solo la serenità interiore… (finalmente raggiunta, anche grazie a questa splendida esperienza…), ma i chili in più sono volati via. Tutti e quindici, esattamente come vola Ibis quando vede un ostacolo da superare. Sono ancora molto robusta ma… non è più la stesssa cosa. Ora sento di stare davvero bene!
Mi ha insegnato un sacco di cose importanti, Ibis.
Mi ha insegnato a tenere la testa alta, e io non lo facevo nemmeno quando camminavo. Mi ha insegnato, nel modo più semplice, che se guardi a terra SEI a terra. Meglio tenere la testa alta e cercare di essere orgogliosi e di volersi bene.
Mi ha insegnato che quel suo apparire superiore a tutto e tutti, nonostante non sia per niente alto, è più che legittimo. Mi piace lo sdegno da purosangue con cui guarda i pony, soprattutto le pony innamorate. Mi piace la sua aria da bello e impossibile, ammetto che un po' mi fa ridere ma mi insegna sempre che siamo ciò che vogliamo essere. E lui è un cavallo altissimo, punto! Non importa con quanta foga lo salutino le pony al suo passaggio. Lui è troppo bello per loro.
Mi ha insegnato che qualunque sentimento io provi lui lo riceve amplificato. Non so come succeda, non credevo che i cavalli leggessero nel pensiero, ma è così. E più è così, più va avanti… ora, mi basta solo pensare che gradirei fermarmi per farlo fermare. Un cavallo ti legge dentro, non ci si può fare niente. Quando il mio cane doveva essere operato per il tumore io avevo deciso di cavalcare e di non pensarci assolutamente. E ci sono riuscita, non ci ho pensato. Ma Ibis è stato nervosissimo per tutto il tempo. Nessuno ha capito che ero un po’ triste, ma lui è stato nervoso per me… mi ha insegnato, dunque, che in certe situazioni è meglio non montare… oppure, che devo prendere i sentimenti negativi, inibirli al massimo prima di salire, per amore suo, per evitargli queste cose spiacevoli. Mi ha insegnato l'autocontrollo senza accumulare tensione E mi ha insegnato che, se questo autocontrollo non riusciva, dovevo parlare. Che era la cosa più saggia, perchè lui soffriva con me e non poteva parlare al posto mio.
Mi ha insegnato a seguire i suoi movimenti, a sentirli miei , così lui può sentire come suoi i miei… mi ha insegnato che cavallo e cavaliere dopo un po’ sono la stessa cosa, sono un unico animale che si muove allo stesso modo e che va nella stessa direzione. Adoro quei momenti in cui siamo in perfetta armonia, quei momenti in cui è difficile capire dove finisca io e dove inizi lui, adoro lo slancio incredibile di due esistenze diverse unite verso un solo scopo.
Mi ha insegnato che lui, nascoste da qualche parte, ha un bel paio d’ali. Che le sa usare e che io non devo avere paura di loro. Perché davanti anche a un ostacolo basso lui adora far vedere che sa volarci sopra molto più del necessario. E non ha intenzione di lasciarmi giù.
Mi ha insegnato anche a rispettare le sue "furbate", perchè lui è più furbo di me e ogni tanto ci tiene a dimostrarlo. Di Ibis adoro anche quando, solo per capriccio, fa qualcosa di imprevedibile come una mezza sgroppata o un gran scuotimento di testa. Ci tiene parecchio a insegnarmi che è lui che decide di seguire i miei ordini solo perchè ne ha voglia, ma che in ogni momento potrebbe ribellarsi e liberarsi. Non lo fa solo perchè non ne ha voglia. Mi ha insegnato che non è una macchina ai miei comandi, non è un cane pronto a seguirmi, è molto di più. Mi ha insegnato che gli servono questi momenti di piccola ribellione anche se mi spaventano, perchè io non devo trattarlo come se lo comandassi a bacchetta. Lui non è una macchina, e io il controllo totale su di lui non potrò averlo mai, perché non sarebbe giusto. Mi ha insegnato li rispetto e la fiducia nei suoi confronti, dopo avermi fatto capire in mille modi che lui aveva fiducia in me e mi rispettava.
Mi ha insegnato ad avere un rapporto con qualcosa di molto diverso da me basato solo ed esclusivamente sulla fiducia che ho in me stessa e in lui, uno dei rapporti più veri e complicati che abbia mai avuto su questa terra, ma uno dei più autentici, uno dei più belli. Mi ha insegnato che ora che non si deve avere paura di un rapporto del genere e che, volendo, "potrei" instaurare rapporti simili anche con membri della mia stessa specie, ma ci ha tenuto a precisare che i cavalli sono migliori.
Nessuno ci avrebbe mai scommesso niente, ma Ibis mi ha insegnato a galoppare. Ebbene sì, galoppiamo ora. E lui sa andare anche molto veloce, ma la fiducia che ho in lui e in me è più importante della paura. E galoppiamo. La paura all’inizio sembrava divorarmi… perché non riuscivo a fermare Ibis, non riuscivo a comunicargli quando non volevo più galoppare. Perché lui ha tirato i carri per tanto tempo: per lui tirare le redini non significa ALT, ma è come premere sull’acceleratore… l’istruttore dopo vari tentativi ha dovuto dirmi che l’unico modo per farlo rallentare era “dargli corda”, lasciare le redini. Sapeva che io avevo troppa paura per fare una cosa del genere. Ibis lo ha capito! E mi ha insegnato lui come dirgli di fermarsi. Non so spiegare bene come ha fatto, ma ora si ferma… e galoppare è bellissimo.
E poi... mi ha insegnato la cosa più importante che abbia mai imparato in questo mondo. Mi ha insegnato che la mia paura non è negativa, non va cancellata: è da lì che parte il vero coraggio. Mi ha insegnato a inglobarla nel mio essere, a prenderne atto e a farne un punto di forza: quando si ha paura si ha rispetto per quello che si fa e per le persone e gli animali con cui lo si fa. Quando si ha rispetto si cerca di conoscere a fondo le cose che si fanno, le persone e gli animali con cui si fanno queste cose. Mi ha insegnato che la conoscenza precisa di quello che si fa , e delle persone, e degli animali con cui si fa questa cosa è il primo mattone che posso usare per costruire un vero e proprio, complicatissimo, rapporto d'amore tra specie diverse, e di passione per le cose che si fanno.
Sono passati venti anni da quando sono salita in sella per la prima volta. Ho sempre le foto di quando ero piccola. Nell’ultima settimana me ne hanno scattate delle altre. Non mi piacevano, in effetti la prima cosa che veniva in mente è che cosa ci facesse la donna cannone su di un mini pony… ma io so che non è così. So che lui è molto più forte della sua altezza, che il mio peso non gli dava fastidio nemmeno prima, figuriamoci ora. Volevo un suo ricordo...il trasloco... Dio solo sa che l’essere vivente che mi mancherà di più sarà lui. Alcune sono buffe, però. Abbiamo la stessa espressione nella maggior parte delle foto. Stremati in due, agguerriti in due, rilassati in due. C’è perfino una foto in cui incliniamo la testa in maniera uguale dalla stessa parte.
Domani siamo in libera uscita! Domani galopperò con lui incontro al tramonto... sono così emozionata! Tutte le volte che potrò ti verrò a trovare, piccolo mio!!!

"Così la donna cannone
quell'enorme mistero volò...
tutta sola verso un cielo nero nero s'incamminò...
tutti chiusero gli occhi nell'attimo esatto in cui sparì
molti giurarono e spergiurarono
che non erano mai stati lì...
E con le mani, amore, con le mani ti prenderò
e senza dire parole, nel mio cuore ti porterò
e non avrò paura se non sarò bella come vuoi tu
ma voleremo in cielo e in carne ed ossa
non torneremo più...
...e senza fame, senza sete
e senza ali e senza rete
voleremo via..."
("La donna cannone", F de Gregori)